“1918, DAL PIAVE A GORIZIA” Testi, immagini e uniformi tratti dalla mostra autunnale 2008 dell’associazione.

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Prima del grande conflitto, l’Europa nel 1914

(Cliccabile anche in formato pdf)

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Al termine delle ostilità

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Riprendiamo da dove abbiamo interrotto l’autunno scorso, a Lucinico, ricordate la mostra “Ottobre 1917 Caporetto “ ? La vittoriosa avanzata austro-tedesca dell’ottobre – novembre 1917 si era appena conclusa sul Piave, la soddisfazione traspare dal volto di Carlo I°, ultimo imperatore d’Austria e re d’Ungheria, sorridente in questa immagine e circondato dai suoi ufficiali. Da questo momento in poi il quinto anno di guerra consecutivo scandirà inesorabile la fine della duplice monarchia danubiana. § §

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L’avanzata su Trieste in un disegno satirico di Rubino

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1918. NOVANT’ANNI FA, LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO E DI VITTORIO VENETO, LA FINE DELLA GRANDE GUERRA.

Dicembre 1917: si esauriva sul Piave l’avanzata austro-tedesca iniziata in ottobre con lo sfondamento a Plezzo e Tolmino, evento cruciale che si conserva nella nostra memoria collettiva come “la disfatta di Caporetto”. Dopo aver consolidato il fronte italiano, che andava dalle Alpi tirolesi al mare, l’armata tedesca ritornò (eccetto le unità dell’aviazione, che sarebbero partite ad inizio marzo 1918), sul fronte occidentale per cercare di conseguire una vittoria risolutiva prima che si potessero sentire gli effetti del dispiegamento delle truppe statunitensi in Francia, venute a combattere a fianco dell’Intesa. L’esercito austro-ungarico rimase da solo a presidiare il Piave e il Monte Grappa, oltre al restante fronte dall’Altopiano di Asiago fino al confine svizzero; di fronte ad esso l’atavico avversario italiano, divenuto più esperto e oculato per aver fatto tesoro della traumatica esperienza appena passata e, in suo appoggio, truppe e materiali britannici, francesi e statunitensi, alle quali nel 1918 si sarebbero aggiunte le unità della Legione cecoslovacca, costituita da ex soldati austro-ungarici caduti in prigionia, che ora combattevano per l’indipendenza della loro patria. L’aviazione italiana, con l’aiuto alleato conservava, rafforzandola, la supremazia aerea. I combattimenti, almeno su questo nuovo fronte, più corto di 200 chilometri, presero per l’Intesa una piega migliore.

Gli Imperi Centrali, stretti nella morsa implacabile del blocco navale e dell’accerchiamento terrestre, erano ormai giunti allo stremo per la carenza di materie prime e di generi alimentari, anche perché il bottino di guerra raccolto nell’offensiva autunnale era andato rapidamente esaurendosi. A questa già drammatica emergenza si aggiunse il fatto che le auspicate forniture di cereali che dovevano arrivare dai territori occupati dell’Ucraina vennero meno a causa della siccità dell’estate precedente.

Come le acque del Piave, il tempo ormai scorreva inesorabile ad unico beneficio dei loro avversari. Nella primavera del 1918 venne pianificato dall’alto comando austro-ungarico un ultimo tentativo, cui venne dato il significativo e minaccioso nome di “Operazione Radetzky”, per piegare l’Italia alla pace e con questa risolvere la situazione alimentare sempre più catastrofica sia in patria sia al fronte. Rendendosi conto che non vi erano altre possibilità per uscire dallo stallo e soprattutto dalla crisi politica, economica, sociale e alimentare che già prefigurava scenari rivoluzionari all’interno della Monarchia, i vertici imperiali e regi gettarono nella lotta le ultime risorse e le residue energie sperando così di poter costringere l’Italia a trattative armistiziali dopo un’offensiva coronata da successo.

Non bisogna, inoltre, dimenticare che nella primavera era stato unificato, sotto la guida germanica, l’Alto Comando delle truppe austro-ungariche e tedesche, forzatura con la quale la Germania sperava, con l’estromissione dell’Italia dalla guerra, di poter utilizzare le truppe austro-ungariche sul fronte occidentale per controbilanciare l’afflusso statunitense; tentativo che sarebbe stato intrapreso nel settembre 1918 con l’invio di alcune divisioni austro-ungariche sul fronte alsaziano.

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 1918 iniziò quella che viene ricordata come la “Battaglia del Solstizio”, l’ultima offensiva della duplice monarchia. Le sue truppe stremate (il peso corporeo di un soldato austro-ungarico nel giugno 1918 era mediamente sui 50 kg) si impegnarono al massimo nella lotta, con la speranza di arrivare a Venezia e oltre, ma soprattutto alla sospirata pace. I comandi italiani, che già erano al corrente sull’ora di inizio dell’offensiva, grazie ad informazioni ottenute da disertori austro-ungarici, questa volta non sbagliarono. All’inizio del bombardamento preparatorio nemico e durante lo stesso, le linee più esposte vennero sgomberate per evitare inutili perdite (tattica già applicata dagli austro-ungarici durante le battaglie dell’Isonzo e nota come della Hundertmeterlinie, o “linea dei cento metri”), mentre le artiglierie italiane effettuarono immediatamente il tiro di controbatteria e il fuoco di efficacia con effetti spesso devastanti sugli attaccanti, le cui puntate si infransero contro un muro difensivo “elastico” e manovriero, non raggiungendo, salvo alcuni casi, gli obiettivi assegnati. Nei settori attaccati, specialmente in quello del Montello, gli austro-ungarici riuscirono tuttavia a tenere sotto pressione le truppe italo-franco-britanniche ivi schierate. Il 18, l’esercito italiano, con truppe fresche e altamente motivate, fu in grado di sferrare una poderosa controffensiva, che ribaltò le sorti della battaglia. Generoso fu il sacrificio dell’aviazione italiana nel garantire il dominio dell’aria e in special modo nel contrastare con attacchi al suolo i movimenti avversari di truppe e materiali; il 19 giugno sul Montello, nel corso di una di queste pericolosissime missioni, trovò la morte Francesco Baracca, l’ “Asso degli Assi”. Lo stesso giorno l’eroe di Gorizia, la medaglia d’oro Aurelio Baruzzi, anch’egli di Lugo come Baracca, fu catturato in uno dei tanti episodi di questa battaglia e avviato in prigionia all’interno dell’Impero.

Molteplici cause concorsero al fallimento di questa offensiva, soprattutto il fattore strategico. Oltre al fatto di essere stata “costretta” ad un’ offensiva sia dall’Alto Comando germanico che dal “generale fame”, l’Austria-Ungheria prese la stolta decisione di dividere equamente - meglio sarebbe dire disperdere - la forza d’urto tra i due capi, Conrad sul fronte dell’Altopiano e Boroević lungo il Piave che, forti della bontà dei piani d’attacco nel proprio settore, litigavano rivendicando ciascuno per se’ la necessaria superiorità dei mezzi e degli approvvigionamenti (e con ciò la palma della futura vittoria). Questa fu una decisione del debole e giovane imperatore Carlo, che risultò esiziale per la riuscita dell’offensiva. Così, invece del colpo di maglio risolutivo, concentrato in un settore ristretto (sembra proprio che avessero smarrito la lezione di Caporetto “impartita” dai tedeschi...), dispersero forze preziose, soprattutto le ormai scarse artiglierie, lungo tutto il fronte. L’impegno e la dedizione dei soldati nella battaglia si dimostrarono encomiabili presso entrambi gli schieramenti. Il 23 giugno, dopo una settimana di battaglia, gli approvvigionamenti per gli austro-ungarici erano praticamente già esauriti e risultando inane ogni ulteriore sua prosecuzione, l’imperatore Carlo ordinava personalmente la sospensione dell’offensiva e alle proprie truppe di ripassare il Piave.

Da quel momento la Storia iniziò a scandire inesorabile i giorni della “finis Austriae”, mentre all’interno della Monarchia la fame e i moti di ribellione delle varie componenti nazionali divennero la costante e non sortì effetto alcuno neppure l’emanazione da parte di Carlo d’Asburgo, il 16 ottobre, del proclama con il quale si accingeva alla trasformazione dell’Impero d’Austria (ma non del Regno d’Ungheria) in uno stato federale basato sulle autonomie nazionali. Il moto centrifugo del distacco delle nazionalità dal nesso statuale degli Asburgo, conseguenza dei nazionalismi esasperati dalla guerra che si stava perdendo, era ormai irreversibile, e che l’aquila bicipite fosse data ormai per morente, fu confermato anche dal rifiuto categorico dell’Intesa (per la quale il tempo lavorava a proprio vantaggio) a voler considerare le offerte di Carlo, il quale aveva cercato di intavolare trattative segrete per un armistizio già ad inizio 1918. La sua iniziativa fu però smascherata dal servizio informazioni germanico e l’Austria-Ungheria aveva rischiato per questo l’invasione germanica. In conseguenza di ciò Carlo dovette cedere ai tedeschi ed accettare il Comando Supremo Unificato sotto la guida di Hindenburg e Ludendorff.

Il Piave ritornò protagonista il 24 ottobre, data non casuale cadendovi il primo anniversario dell’ “onta di Caporetto”, quando iniziò l’offensiva generale italiana, contro un esercito austro-ungarico che si trovava virtualmente già in ritirata, battaglia che prese convenzionalmente il nome di Vittorio Veneto ed alla quale seguirono l’armistizio firmato a Villa Giusti il 3 novembre, la ripresa di Gorizia, l’entrata a Trento e a Trieste e la fine della guerra per il regno d’Italia. Di lì a poco anche la Germania, messa in ginocchio dallo strapotere degli Alleati e dalle difficoltà interne, si arrese e l’11 novembre 1918, alle ore 11 antimeridiane, le armi finalmente tacquero in Europa.

Con la fine della Grande Guerra non cessarono per questo anche le tribolazioni per il vecchio continente; 10 milioni di caduti rimasero sul campo, il doppio dei decessi ne causò, tra il 1917 e il 1919, una terribile epidemia di influenza “spagnola”. Distruzioni, onerosissimi debiti di guerra da saldare, umiliazioni imposte agli sconfitti e scontento diffuso anche fra i vincitori – Italia soprattutto – per la spartizione del “bottino”, prepararono un terreno fertile per il revanscismo e le dittature, che portò dritto al secondo, grande conflitto mondiale.

Val la pena di sottolineare che il documento auspicale al quale si richiama l’attuale Costituzione europea presenta diverse analogie con il menzionato manifesto fatto pubblicare il 16 ottobre 1918 dall’ultimo imperatore d’Austria e re d’Ungheria, del quale esponiamo una copia. (Uno dei principali promotori per un’ Europa Unita fu negli anni Trenta il conte Coudenhove-Kalergy, già consigliere politico del defunto Imperatore Carlo ed in seguito anche di Otto Habsburg, figlio suo e di Zita di Borbone-Parma, già parlamentare europeo).

E’ doveroso fare in modo che la memoria storica, intrisa delle vicende del secolo scorso, il secolo delle guerre mondiali, non svanisca nell’oblio, affinché dagli errori del passato si possano trarre i giusti ammonimenti e gli insegnamenti per il futuro, per la salvaguardia della pace e il rispetto reciproco.

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1918, DAL FRONTE ITALO-AUSTROUNGARICO, ALCUNE IMMAGINI E COMMENTI

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Immagine sotto, reparti austro-ungarici nel primo giorno della grande offensiva denominata ”Operazione Albrecht”, che gli italiani denominarono battaglia del Solstizio, svoltasi dal 15 al 23 giugno del 1918.

A dx. un tentativo di attraversamento del Piave da parte delle truppe austro-ungariche in un celebre disegno di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere.

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In altro a sinistra. Immagine autografa della Medaglia d’oro Aurelio Baruzzi, l’Eroe di Gorizia, al quale è intitolato il sottopassaggio ferroviario di Piedimonte del Calvario, da lui conquistato l’8 agosto 1916, nonché primo soldato italiano ad innalzare il Tricolore sula nostra città. Il conferimento della Medaglia d’Oro al valor militare ad un vivente era evento molto raro. Aurelio Baruzzi ha sicuramente il merito di “essere stato” o di “averci provato”, la fortuna spesso aiuta gli audaci… Durante la “Battaglia del Solstizio”, il 19 giugno 1918, fu fatto prigioniero, salvando, grazie alla Dea Bendata la propria vita. Era nativo di Lugo di Romagna, come l’amico e altra Medaglia d’Oro, l’asso Francesco Baracca, che venne abbattuto nello stesso giorno a pochi chilometri di distanza.

A destra. Francesco Baracca, l’Asso degli Assi dell’aviazione da caccia italiana, cadde colpito per i danni causati al suo aeroplano da una mitragliatrice “Schwarzlose” mentre era in missione contro i costruendi ponti austro-ungarici sul Piave durante l’offensiva di giugno. Per questo motivo, il giorno 19, il suo “Spad” si schiantò in fiamme sul Montello. L’aviazione italiana pianse il “migliore Cavaliere del Cielo” della sua storia, accreditato di trentaquattro vittorie in combattimenti aerei. Francesco è qui ritratto sorridente in un’immagine scattata nel 1913 dopo il volo sulla città natia di Lugo di Romagna. L’istantanea ben si adatta a rappresentare la crescente fama di Baracca, che oltrepassò l’ambito strettamente militare diffondendosi pure tra la popolazione civile, alimentata dalla stampa che ne celebrava puntualmente le vittorie.

Sotto. Il 9 agosto 1918 la squadriglia “La Serenissima”, al comando di D’Annunzio, compì un audace volo sulla capitale austriaca, Vienna, lanciandovi migliaia di volantini tricolori.

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Gabriele D’Annunzio

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Il 24 ottobre 1918, data non casuale ricorrendo nell’anno precedente il tragico evento di Caporetto, inizia l’attacco risolutivo contro gli austro-ungarici da parte italiana, coadiuvato dagli alleati franco-inglesi. Questa immagine raffigura l’apprestamento e l’utilizzo di un ponte sul Piave ad opera di truppe italiane e inglesi. Una curiosità è rappresentata dalla presenza di barche da ponte, invano usate al medesimo scopo dai genieri austro-ungarici nella fallita offensiva di giugno.

All’imbrunire truppe celeri italiane attraversano il Piave per sfruttare i pochi spazi offerti dall’avversario in ritirata che tuttavia in molti punti resisteva tenacemente. Nell’immagine si notano un militare inglese in transito sul ponte e, sul greto del fiume, i pali di sostegno dei reticolati che segnavano l’ex linea di difesa passiva austro-ungarica.

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Prigionieri austro-ungarici

3 novembre 1918: a villa Giusti, presso Padova, un carabiniere rende il saluto militare alla delegazione austro-ungarica giunta per la firma dell’armistizio.

Festeggiamenti italiani per la vittoria

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MANIFESTI DELL’EPOCA

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Volantini di propaganda italiani lanciati dagli aerei sulle linee nemiche.

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GORIZIA NEL 1918

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Angolo tra la piazza Grande e via della Caserma, così denominata per la presenza dell’edificio in cui era di stanza il 47° reggimento di fanteria imperiale e regia “Conte Beck”(l’odierna via Oberdan).

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Rovine del ponte stradale sull’Isonzo, ultimato nel 1903.

Lavori di ripristino del ponte ferroviario sull’Isonzo, già interrotto nel 1916 dagli austro-ungarici in ritirata. Sulla destra si nota la via della Barca che ancor oggi conserva l’antico nome.

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Ripristino del ponte ferroviario di Salcano, ultimato nel 1906, che rappresentava a quel tempo l’arco in pietra più grande del mondo.

Rovine dell’antico ponte di Peuma, detto anche del Torrione per la presenza di un’antica fortificazione che ne presidiava l’accesso. Costituiva l’unico collegamento stradale tra Gorizia ed il Collio.

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Rovine della stazione di Gorizia della linea ferroviaria Meridionale, che collegava Trieste a Vienna. L’imperatore Francesco Giuseppe volle essere presente a bordo del treno che compì il viaggio inaugurale il 27 luglio 1857.

L’imponente deposito locomotive della stazione Transalpina che ne poteva contenere circa cinquanta.

Rovine della stazione della linea ferroviaria Transalpina, inaugurata nel 1906 dall’erede al trono arciduca Francesco Ferdinando. La linea, gestita dallo stato, nacque per incrementare il flusso di merci verso la capitale, ridottosi notevolmente a causa delle elevate tariffe praticate sulla linea Meridionale da parte della società privata che la gestiva.

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Trinceramenti scavati lungo la salita al castello e negli orti del borgo.

Case distrutte nella via ai piedi del colle del castello.

L’attuale via Seminario

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Per collegare la nuova stazione al centro cittadino, sul fondo di piazza Corno (odierna De Amicis) venne abbattuto un edificio creando l’odierna via Pellico.

Trinceramenti e cavalli di frisia in piazza Catterini ( oggi Medaglie d’Oro )

Effetti dei pesanti bombardamenti di artiglieria sull’Hotel della ferrovia Meridionale (Sudbanhof), nell’attuale piazza Cesare Battisti

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Una veduta di Piazzutta verso il castello. Sulla destra si notano le “cipolle”dei campanili della chiesa di Sant’Ignazio.

Le case del borgo San Rocco gravemente danneggiate e sulla destra della terza foto si nota la fontana donata al borgo nel 1909 da Antonio Lasciac, che fu architetto del Khedive d’Egitto.

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Uno scorcio del castello diroccato visto dalla via delle Scuole (l’odierna via Mameli).

Edifici danneggiati in piazza Grande (oggi della Vittoria) sulla cui sede stradale si notano le rotaie del tram.

La fontana del Nettuno fu donata alla città nel 1756 da Nicolò Pacassi, architetto della corte imperiale.

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L’interno del palazzo Strassoldo, completamente sventrato. L’edificio accolse i reali di Francia esiliati in seguito alla rivoluzione del 1830.

Il chiostro in piazza Sant’Antonio con il palazzo Lantieri sullo sfondo.

Una diversa prospettiva della piazza con il campanile del duomo.

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GORIZIA NEL 1918, DAL “DIARIO GIOVANILE” DI CARLO LUIGI BOZZI e qualche riflessione.

Dopo i fatti militari del 24 ottobre 1917 culminati con lo sfondamento di Plezzo e Tolmino, determinanti il precipitoso abbandono del fronte da parte delle truppe italiane, Gorizia e la sua provincia ritrovarono la Duplice Monarchia. Tornarono molti dei profughi fuggiti, abbandonando città e territori isontini coinvolti nei sanguinosi combattimenti, per rifugiarsi all’interno dell’Impero. Combattenti austro-ungarici ed ex rifugiati riabbracciarono una città profondamente ferita dai bombardamenti subiti nei ventotto mesi precedenti. Il castello si presentava ai loro occhi increduli, orrendamente sbrecciato, piazza Grande ingombra di macerie, moltissime case distrutte; una città annerita e irriconoscibile.

Per descrivere le sensazioni di allora ci affidiamo a qualche frammento storico tratto dal diario di Carlo Luigi Bozzi, maestro della nostra provincia, insegnante ai profughi fuggiti alla guerra nel collegio militarizzato di Wagna all’interno della duplice monarchia. Rientrato poi a Gorizia all’inizio estate del 1918 con incarico di “rendicontazione” per l’ imperiale e regia amministrazione; è “accompagnato” nel percorso Goriziano dal tenente Freund al quale, il Bozzi, è sottoposto: 23 giugno 1918 … “si arriva a Gorizia nelle prime luci del giorno alla stazione ferroviaria della Transalpina. Spettacolo meraviglioso e impressionante del San Gabriele, del Sabotino, del Santo, rossi di papaveri che sembra stillino sangue da tutti i pendii”.

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Per chi arrivava a Gorizia dall’ Impero, le immagini si mescolavano subito al “sangue”. Gorizia rappresentava nel pensiero di tutti il teatro spaventoso delle dodici battaglie dell’Isonzo.

La città, nel 1918, era per l’Austria-Ungheria luogo per “ la raccolta e il recupero” di materiali ed esplosivi ricercatissimi e indispensabili per la prosecuzione dei combattimenti sul Piave. La Duplice Monarchia versava ormai in condizioni economiche disastrose, mancavano le materie prime per alimentare il mostruoso apparato bellico che macinava vite e risorse. Gorizia e i suoi dintorni erano molto ricchi di tali “risorse” abbandonate dalle truppe italiane nell’autunno precedente, Carlo Luigi era incaricato di: “segnare sulla carta topografica l’ubicazione esatta dei depositi e di descrivere e disegnare i proiettili ritrovati…”

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Per queste attività a Gorizia l’amministrazione militare austro-ungarica aveva destinato una “compagnia addetta al rastrellamento, composta in prevalenza da boemi, alle dipendenze del comando di Tappa, l’ “Etappengruppenkommando” del Generaloberst Kuhinka, con sede nel palazzo “venezianeggiante” della Banca Cooperativa in corso Giuseppe Verdi, di fronte ai giardini pubblici, ora sede di assicurazioni.

Ancora il Bozzi…”la mattina in bicicletta con il tenente Freund a Lucinico, a visitare i depositi fino allora scoperti di proiettili da cannone, lasciati in caverne dagli italiani al tempo della ritirata di Caporetto. Ce n’è per tutti i gusti e d’ogni calibro, comprese molte granate a gas. Ogni tanto si vede nascosta una baracchetta di legno che contiene polvere nera da cannone e sacchetti di balistite… Agli uomini addetti al controllo delle baracche bisogna, con qualunque mezzo, impedire che fumino, quando sono addetti alla custodia. E’ già saltata nei giorni scorsi una baracca con conseguenze disastrose…” Le granate e gli esplosivi raccolti venivano spediti settimanalmente tramite ferrovia a Sankt Veit an der Glan dove, dopo essere stati riciclati, ripartivano per il fronte.

Il 29 giugno il nostro scrittore decide di recarsi in visita presso parenti, a Fogliano. Idealmente ripercorriamo la strada che egli compie in bicicletta, osservando, assieme a lui, il paesaggio sconvolto che ritrova dopo una lunga assenza:

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“… prendo la strada di Savogna-Rubbia-Sdraussina, per vedere un po’ da vicino il Carso e i campi di battaglia. E’ una bella giornata… All’ingresso di Sant’Andrea si vedono subito le radicali distruzioni operate dai combattimenti sulle alture vicine; peggio a Savogna, dove non c’è una sola casa in piedi: muri crollati o crollanti, case totalmente sparite, :1918dalpiave:1102casa_distrutta.jpg cumuli di macerie sulle quali fioriscono papaveri ed erbacce d’ogni genere… procedendo verso Rubbia la prima cosa che dà nell’occhio sono le rovine del Castello dei baroni Bianchi: sgretolato, sforacchiato, crollante, con i torrioni a sghembo, pare voglia coricarsi nel bosco e finirla con la pena di stare in piedi in quelle condizioni... :1918dalpiave:1104villa_bianchi_di_rubbia._castello.jpg :1918dalpiave:1103rubbia_am_isonzo_1918.jpg …Riprendo la strada, mentre sopra il ponte di Rubbia, provvisoriamente riattato alla militare, passa sbuffando un treno carico di ufficiali e soldati che vengono dal fronte del Piave e vanno in licenza, dopo le giornate della battaglia appena finita, e finita male per gli austro-ungarici, da quanto si sente dire nei comandi militari di Gorizia. Un capitano iersera mi disse che ormai siamo sicuri di non fare un altro inverno in trincea, ma bene o male a casa.”

Coinvolgente ed estremo il “tratto” di Bozzi nel descrivere le tristi condizioni del “suo” paesaggio e del futuro che si prospetta.

Il racconto continua così …”Il Carso è di una nudità impressionante, affiorano soltanto le rocce… Non vi è traccia di vegetazione sulle pendici che declinano verso l’Isonzo… più bello e limpido che mai… Là dove andavo con i miei zii a bere la birra nelle feste d’estate non ci sono che informi mucchi di sassi bruciacchiati, tra i quali le ortiche hanno creato un fitto boschetto che s’insinua tra le pietre e… serpeggia ogni dove.”

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Le condizioni dei campi di battaglia sono impressionanti; le deflagrazioni, gli incendi, i composti chimici degli esplosivi, le vampate di calore, l’impiego dei gas venefici usati dai contendenti e i miseri resti dei corpi “dimenticati” trasformarono il Carso e i luoghi di combattimento in un paesaggio lunare, popolato solamente dai ratti, unici esseri viventi di quelle lande desolate.

In agosto giungevano ormai da ogni parte, segnali inquietanti sul destino dell’Impero. Si parlava del volo di D’Annunzio su Vienna, del malcontento serpeggiante nelle variegate etnie della duplice monarchia e del peso insopportabile costituito dal fardello della multietnicità. In passato, le quattordici componenti dell’ Impero erano motivo d’orgoglio: “… qua, in Austria, non si sa mai come comportarsi: un tedesco è odiato in questo momento da tutte le altre nazionalità della monarchia; un croato o sloveno non trova comprensione nei suoi fratelli slavi; un italiano ha contro di se tedeschi e slavi….” Parole pronunciate dal tenente Freund, riassumevano gli stati d’animo e le inquietudini delle forze centrifughe alla centralità dell’ Impero. Motivazioni estreme in qualunque epoca e in qualunque contesto, esse si percepivano chiaramente anche a Gorizia; alimentate dalla fame e dalla guerra che non finiva, decretarono inesorabili la “Finis Austriae”. Il 6 agosto, sempre Freund, predice gli ultimi sviluppi per la Patria che ama. Parole di chi, servendo fedelmente l’Imperatore, ha combattuto sul fronte russo e sul Carso, parole pregne di amarezza per un futuro inesorabile, egli ha inoltre capito per quali ideali pulsi il cuore del suo subalterno e gli indica amichevolmente la strada da percorrere al momento del tracollo: “E ora prepariamoci a sostenere l’ultima offensiva, quella definitiva (dice Freund). Sul Piave le cose si mettono di male in peggio; non possono esserci illusioni a questo proposito… L’Impero, la duplice monarchia saranno presto cose del passato”… “…Ci sarà il finimondo, qualcosa di apocalittico, perché tutto l’esercito austriaco ancora valido è schierato sul fronte italiano… Ogni ritirata ad un certo punto diventa una fuga disordinata, una disfatta. Nessuno riesce più a dominare gli eventi fino a che le ondate degli sconfitti non cozzano contro il muro di nuove e imponenti riserve… Ma questa volta non ci saranno riserve a fare muro contro gli sbandati. E’ un evento al quale vado incontro con tremore e terrore… Non basta rassegnarsi alla sconfitta, bisogna anche organizzarsi alla ritirata. Ci dovrò pensare. Per te, caro mio, è più facile: sei a casa tua e con un po’ d’intelligenza e di astuzia te la caverai molto bene, restando dove sei. Tu mi capisci, spero…(Altro che lo capisco, tantè vero che mi sono organizzato per conto mio alla ritirata)”… pensa fra se Carlo Luigi che a questo ha già provveduto, predisponendo il suo rifugio in via delle Monache. Nonostante tutto continua a lavorare fedelmente per l’amministrazione imperiale e regia sino a quando il:

30 ottobre, mercoledì “E’ oggi il mio compleanno, ma non ho tempo per pensarci. C’è ben altro da fare. E’arrivato il momento di abbandonare l’ufficio e la compagnia e di rintanarsi, come fanno i ghiri d’inverno nel cavo degli alberi… Il fronte del Piave è in dissoluzione e le truppe italiane attaccano decisamente in pianura e sui monti… Verso le otto decido di andare nel mio rifugio in via delle Monache. Mi sistemo alla meglio… se tutto andrà bene, se non mi pescano – e che possano trovarmi in questi momenti a Gorizia mi sembra assolutamente impossibile – la guerra per me (e beninteso per tutti) è finita e io mi smobilizzo, rinunciando al premio di congedo (100 corone).”

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Carlo Luigi Bozzi nacque il 30 ottobre 1894 a Fogliano, finita la scuola dell’obbligo frequentò lo Staatgymnasium di Gorizia, si trasferì poi all’Istituto Magistrale di Gradisca dove conseguì il diploma di maestro nel 1914, anno di Sarajevo; la sua professione gli evitò il fronte e fu per questo esentato dal servizio militare. Sfollato all’interno dell’Impero danubiano, causa l’allargarsi del conflitto, divenne insegnante nel collegio militarizzato di Wagna e li rimase sino al giugno 1918, quando rientrò a Gorizia. Dopo la guerra, oltre a esercitare l’insegnamento, partecipò attivamente alla vita politica e amministrativa, fu scrittore, giornalista, redattore, storico di garbo mai al soldo di ideologie che negli anni venti e trenta non lasciavano scampo. Autore dialettale nonché poeta è ricordato per la sua onestà intellettuale e per la sua eclettica personalità culturale. Divenne direttore didattico. Si spense a Monfalcone il 15 aprile 1973. A lui è intitolata una via nel comune di Gorizia.

Bibliografia consultata: “Gorizia nel 1918”. Testimonianze e documenti dell’epoca ed un “DIARIO GIOVANILE” di C.L. Bozzi, nono suppl. agli “Studi Goriziani” rivista della Biblioteca Governativa di Gorizia. 1968.

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Gorizia tra il 31 ottobre e il 7 novembre 1918 ( il Gebirgsschützenregiment n°2 in città).

Gorizia nelle convulse giornate di fine ottobre stava vivendo una fase di surreale attesa. La città, che per più di due anni era rimasta in prima linea, soffriva ancora per le ferite inferte da entrambi gli schieramenti. Dopo il 24 ottobre 1917 la città era ritornata saldamente in mano della Casa d’Austria ma ora momenti di incertezza minacciavano il suo futuro. I pochi abitanti che circolavano ancora per le strade cittadine (alcuni appena ritornati dai campi profughi sparsi all’interno della duplice monarchia) assistevano ignari e con stupita indifferenza al mutare degli eventi. L’Impero danubiano era sull’orlo di una crisi fatale che ebbe il suo culmine proprio nell’ottobre 1918. Questa volta per l’aquila bicipite non ci sarebbe stato scampo, le ore erano contate e l’apparato militare era alla mercè del proprio destino. Le varie nazionalità che componevano i reparti dell’esercito austro-ungarico, in passato motivo d’orgoglio, erano in fermento e una parte di questi aspettava oramai solo il momento opportuno per abbandonare la precaria linea del fronte sul Piave. Fronte dove la “partita” ormai era persa essendo imminente e conclamata l’offensiva alleata. Per tutti in quel momento, la ragione di vita era raggiungere i rispettivi stati nascenti e centrifughi alla monarchia centrale, legittimati anche dalla promulgazione dell’Imperatore Carlo d’Austria avvenuta il 16 ottobre 1918 con la pubblicazione del manifesto federalista che dava, tardivamente, autonomia alle etnie dell’Impero. Forte inoltre, era la volontà di appellarsi anche all’autodeterminazione dei popoli secondo il principio delle nazionalità, proclamato nel gennaio di quell’anno dal presidente americano Woodrow Wilson. Lontano dal Piave, all’interno dell’Impero, regnava un clima di scoraggiamento e sfiducia nel futuro, dovuto soprattutto alle terribili condizioni economiche in cui versava la maggioranza della popolazione civile.

A tutto ciò non si sottraeva neanche la nostra città, che “spettatrice” assisteva impotente, proprio il 31 ottobre, allo sfascio imperiale. A Gorizia si sparse la notizia che il luogotenente austro-ungarico di stanza a Trieste, e con lui molti altri funzionari civili, la stavano abbandonando. Il vuoto amministrativo creatosi dovette essere presto colmato, in effetti i funzionari imperiali con il loro abbandono consegnarono di fatto i vari uffici amministrativi ai vari Comitati e Consigli Nazionali che si stavano formando.

A Gorizia nacquero due comitati, uno creato dal deputato e assessore provinciale avvocato dott. Piero Pinausig, marcato fortemente da sentimenti italiani. L’altro, sotto la presidenza dell’avvocato Podgornik, mirava ad una aggregazione di parte della provincia, abitata da popolazione di lingua slovena, al nascente stato degli slavi del sud (nato già nei primi giorni del mese di ottobre come regno degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi).

Iniziarono così vari incontri e trattative tra i due comitati per trovare un punto di comune accordo tra l’ipotesi del Comitato dell’avv. Pinausig di avere una Provincia che, pur all’interno dell’apparato statale italiano, mantenesse una sua autonomia ed integrità territoriale; contrapposta a quella dell’avv. Podgornik di dividere la Provincia tra i territori di etnia italiana e slava, ricomprendendo in questa anche Gorizia che avrebbe fatto parte integrante del nascente stato degli slavi del sud.

Non giungendo inevitabilmente alcun accordo, il Comitato dell’avv. Podgornik, la sera del primo novembre proclamava attraverso una dichiarazione diffusa tramite l’apposizione di manifesti ai muri della città, di assumere l’amministrazione di parte della Provincia e quindi della città di Gorizia per conto del nuovo stato slavo. A sua volta il Comitato (o Governo Provvisorio) italiano guidato dall’avvocato Pinausig, con una contromossa, assumeva anch’esso l’amministrazione della città, diffondendone la notizia sempre tramite manifesti. A questo punto, viste le difficoltà incontrate e per rafforzare al meglio la propria presenza anche da un punto di vista dell’ordine pubblico, il Comitato filo slavo fece arrivare celermente da Codroipo, l’“ex” 2° reggimento Schützen da montagna ( K.K. n° 2 Gebirgsschützen-Regiment Laibach), con compiti di polizia. Questo reparto derivava dal 27° Reggimento di fanteria Landwehr di Lubiana (K.K. Landwerhrinfanterieregiment Laibach) costituito il 1° ottobre 1901. Il distretto di reclutamento di questo reggimento era Lubiana e da ciò è facile capire perché il 95% delle truppe che lo componevano erano di lingua slovena, mentre solo il 5% era di lingua tedesca. La sede dei battaglioni, appartenenti al reggimento, era così disposta: il 1° e il 2° a Lubiana, mentre il 3° aveva sede a Gorizia. Il 1° marzo 1911 fu classificato come reggimento da montagna (Landwehrgebirgsregiment). Nel gennaio 1917, per ordine del nuovo imperatore Karl ne veniva cambiata la denominazione passando da 27°imperial-regio reggimento di fanteria Landwehr a Gebirgsschützenregiment n° 2 (2° reggimento Schützen da montagna). Tale reparto che aveva combattuto, servendo lealmente il proprio Imperatore, dall’Isonzo al Piave subiva anch’esso gli inarrestabili eventi della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico.

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Fu così che questo reparto, composto da soldati di etnia prevalentemente slovena, tra i quali molti goriziani, aderì o probabilmente dovette aderire alla causa della nuova nazione, rifiutando nel tardo ottobre, l’ordine di portarsi nuovamente in linea sul Piave. Per dare il senso di appartenenza alla nascente bandiera ma anche per differenziarsi dalle divise austro-ungariche di cui era ancora dotato il reggimento, venne sostituita la coccarda frontale del berretto, riportante il monogramma imperiale, con una di stoffa dai colori bianchi, rossi e blu. Al suo arrivo in città, il reggimento, che a breve sarebbe diventato ufficialmente un alleato del Regno d’Italia, fu alloggiato nella caserma di Piazza Grande (attuale palazzo dell’INPS), accanto alla sede del Comitato dell’avvocato Podgornik che trovò posto all’ex Capitanato Distrettuale (attuale palazzo della Prefettura).

Ai giorni nostri è impossibile immaginare il caos che regnava sovrano in una città dove si accavallavano arrivi e partenze di “vincitori e vinti”. Tra questi, il 2 novembre reggimenti ungheresi transitavano armati per Gorizia, provenienti dalla collassata prima linea del Piave. La sparuta popolazione e gli ormai ex prigionieri italiani presenti in città osservavano, indifferenti o sconcertati, questo inconsueto viavai di uniformi. Nel frattempo il reggimento Gebirgsschützen n° 2, si impossessava dei magazzini militari di viveri e armi abbandonati e sparsi per la città, requisendo e piantonando gli edifici pubblici principali e le poste. Vennero reclutati, nel reggimento, diversi ex prigionieri serbi e alcuni ragazzini di lingua slovena. Si impose un regime di polizia militare applicando disposizioni restrittive sui mezzi d’informazione. Vennero allontanati oltre l’Isonzo molti ex prigionieri italiani. A parte qualche sporadico caso di esagerata baldanza, non si verificarono particolari episodi di violenza.

Nel frattempo, il Governo provvisorio guidato dall’avv. Pinausig, cercava di mantenere l’ordine delle numerose manifestazioni patriottiche che si snodavano per le vie del centro, nonché cercava di provvedere all’amministrazione cittadina, opponendosi in qualche modo alle scelte politiche del Comitato presieduto dell’avv. Podgornik, senza arrivare tuttavia e saggiamente ad uno scontro armato tra le due fazioni. Con il passare dei giorni però gli avvenimenti si evolsero gradualmente in favore del Comitato dell’avvocato Pinausig, grazie agli accadimenti sottocitati.

Dopo lo sbarco italiano a Trieste, la risposta del Generale Petitti di Roreto (Regio Governatore), ad un telegramma d’omaggio e benvenuto del Governo Provvisorio fu la seguente: “…lieto che l’italianissima Gorizia martire sia alfine e per sempre ricongiunta alla madre Italia, invio a lei per tutti il mio commosso saluto”. In sostanza, così facendo, il Regio Governatore Petitti legittimò gli entusiasmi italiani e fece capire che era imminente l’arrivo del regio esercito. Questo avrebbe preso, senza esitazione, possesso della città, in base agli accordi dell’armistizio firmato a Villa Giusti ed entrati in vigore il 4 novembre. Di conseguenza, il giorno 5 veniva radunato il Consiglio Comunale, “assente” dal maggio 1915, affidandone la direzione al dott.Ugo Cristofoletti. Nella giornata del 6 novembre, come viene confermato anche dal “Diario Giovanile” di C.L.Bozzi, “…si videro le prime automobili, che trasportavano ufficiali di varie specialità, passare per Gorizia, invasa da colonne di soldati del battuto esercito austro-ungarico” (molti dei quali ancora in completo assetto da combattimento)”e la costante presenza del famigerato reggimento Gebirgsschützen n° 2”.

Queste prime sporadiche e compassate schiere del Regio Esercito Italiano non avevano però come meta finale Gorizia, ma le nuove frontiere stabilite dall’armistizio in vigore.

Il Comitato dell’avv. Podgornik aveva le ore contate. In un’ultimo tentativo di imporre la propria supremazia, il 2° reggimento Gebirgsschützen occupò l’ufficio ricostruzioni in Via Codelli, asportando una ingente somma di denaro dalle casse. Nella stessa serata la Commissione di Controllo per l’applicazione delle clausole dell’armistizio, presieduta dal Generale Ugo Cei, il Ten. Col. Talice, un capitano e due tenenti, prendeva possesso della Palazzina Veneziana di fronte ai Giardini Pubblici (ex Comando di Tappa austro-ungarico).

Ancora, Carlo Luigi Bozzi, sottolinea una certa inquietudine, dovuta ad alcune voci diffusesi in città (risultate poi infondate), su possibili azioni o colpi di mano dell’ex reggimento austro-ungarico. Ma ciò non avvenne, anzi, il giorno 7 novembre risultò essere l’ultimo di permanenza del reggimento in città.

Dopo la visita del Ministro Nava al Governo Provvisorio Provinciale, le strade si affollavano di gente, ex prigionieri italiani e anche degli stessi soldati del reggimento Gebirgsschützen che attendevano l’arrivo delle truppe italiane . Da parte del Governo Provvisorio e del Municipio furono affissi manifesti e proclami inneggianti all’arrivo delle truppe italiane e invitanti ad addobbare a festa le strade e le case cittadine ma, cosa più importante a rispettare le genti d’altra lingua od etnia. Fu una indicazione saggia per evitare scontri fra le varie fazioni della popolazione goriziana che avrebbero potuto avere gravi conseguenze. Verso le ore 16, preceduta dal Maggiore Generale Paveri di Fontana , entrava in città la tanto attesa Brigata di cavalleria Saluzzo-Vicenza. Il Comitato dell’avv. Podgornik e il suo reggimento assistevano impassibili all’entrata delle truppe italiane in città; come ultimo estremo “tentativo”,cercarono di trattenersi in città, asserendo motivazioni d’ordine pubblico. A tali motivazioni, il Generale Paveri di Fontana, cogliendo la delicatezza del momento, con notevole tatto diplomatico ma forte di una supremazia numerica delle armi, impose con fermezza la partenza del reggimento slavo da Gorizia entro 24 ore. In un’oggettiva difficoltà ad opporsi a tale decisione, rispettando l’accordo nei termini prestabiliti, il reggimento Gebirgsschützen n° 2 lasciò, per l’ultima volta, definitivamente, gli alloggiamenti della caserma di Piazza Grande, avendo come meta la nascente Patria che l’anno successivo diverrà Regno di Jugoslavia o meglio S.H.S (Regno dei Serbi,Croati e Sloveni). Si concludeva così anche l’avventura del Comitato presieduto dall’avv. Podgornik e la sua speranza di annettere Gorizia e parte della sua provincia al nascente e nuovo Regno.

Vista la delicatezza dell’argomento trattato, nel massimo rispetto che l’ Associazione Culturale Isonzo-Gruppo di Ricerca Storica dedica alle “opinioni della Storia” e facendo in modo che il lettore possa trarne senza condizionamento alcuno le proprie deduzioni, dedichiamo, al termine della vicenda sopraesposta, un punto di vista leggermente diverso. Come il precedente nasce anch’esso dall’esame di accadimenti storici. Teniamo conto che la vicenda del Gebirgsschützen n° 2 a Gorizia, seppur circoscritta alla nostra piccola realtà locale, è stata interpretata, da ambo le parti, troppe volte in chiave nazionalista non rispondente ai principi di fratellanza europea.

“All’inizio di novembre un battaglione dell’ex reggimento austro-ungarico a reclutamento sloveno e italiano, il Gebirgsschützenregiment n. 2 venne inviato a Gorizia da Lubiana su indicazione del governo del neonato stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, come rappresentanza delle truppe dell’Intesa con mandato e compiti di polizia per reprimere eventuali disordini e saccheggi da parte dei reparti e degli sbandati del disciolto esercito austro-ungarico che stavano tornando nei loro nuovi stati passando per la città.

L’arrivo delle truppe da Lubiana, poteva anche significare per le popolazioni non italiane di queste terre come una speranza di potersi appellare al diritto all’autodeterminazione dei popoli proclamato dal presidente americano Woodrow Wilson e richiedendo così l’annessione al nascente stato degli slavi del sud. Il patto di Londra assegnava Gorizia e la valle dell’Isonzo al regno d’Italia. Dopo l’arrivo delle truppe italiane, il reggimento Gebirgsschützen n° 2 consegnò la città, il territorio e parte della sua provincia all’amministrazione italiana ritirandosi, via treno dalla Transalpina, oltre il nuovo confine.”

Il trattato di Saint Germain del 1919 sanciva l’annessione all’Italia delle città di Trento e Trieste, della Venezia Giulia, del Trentino e l’Alto Adige. Dalla frammentazione dell’impero austro-ungarico nacquero molte nazioni che dopo molti decenni di divisioni si ritrovano finalmente ora accomunate dalla stessa bandiera, quella dell’Unione Europea.

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Terminate le ostilità, una colonna di militari austro-ungarici, con i relativi carriaggi, lascia la città transitando per Piazza Corno (oggi De Amicis). Alcuni civili assistono al passaggio delle truppe presso la fontana dell’Ercole, attualmente nel cortile del palazzo Attems-Petzenstein, sede dei Musei Provinciali.

Truppe austro-ungariche in procinto di abbandonare la città sostano di fronte al palazzo.

In posa per un’ultima foto ricordo.

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Il 2° reggimento “Gebirgschützen” appena giunto in piazza grande dopo una lunga marcia da Codroipo, ove si trovava in accantonamento. L’immagine ritrae i militari nei pressi della chiesa di Sant’ Ignazio, accanto alla quale si scorge la caserma austro-ungarica già convento dei Gesuiti. Una bandiera nei tre colori bianco, blu e rosso sventola da un edificio sulla destra.

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In alto a sx. Appena appresa la notizia dell’imminente arrivo delle truppe italiane, i reparti dell’ex esercito austro-ungarico rimasti e quelli in ripiegamento si apprestano a lasciare la città. Questa immagine li ritrae lungo il corso Francesco Giuseppe (oggi Corso Italia), all’altezza della farmacia tuttora esistente.

In basso a sx. Mentre le truppe lasciano la città, sugli edifici cominciano a comparire le bandiere italiane.

In basso a dx. Reparti ex austro-ungarici in armi si concentrano all’incrocio tra il corso Verdi e la via Alvarez (oggi Diaz).

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GORIZIA, INGRESSO DELLE TRUPPE ITALIANE

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7 NOVEMBRE 1918: civili festanti attendono, con mazzi di fiori, l’ingresso delle truppe italiane nei pressi della pensilina in ghisa del teatro Verdi.

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L’arrivo delle truppe italiane è imminente, cresce l’emozione.

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Alle ore 16 la cavalleria italiana con i reggimenti “Saluzzo” e “Vicenza” entra in città, accolta festosamente dalla popolazione.

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Tra la moltitudine di tricolori italiani si nota, sulla destra, una bandiera nei colori bianco, blu e rosso a rappresentare il Comitato Nazionale Sloveno. Molti militari dell’ex esercito austro-ungarico assistono alla sfilata.

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E’ L’IMMAGINE DELL’EVENTO, IL RICORDO DELLA MOSTRA: ultima istantanea di Gorizia multietnica, sono rappresentate tutte le nazionalità che hanno difeso, combattuto o desiderato la città. Tricolore italiano e quello del Comitato Nazionale Sloveno diventano cornice al tripudio della folla. Il cavalleggero italiano apostrofa un gruppo di militari dell’ex esercito nemico, più a destra un militare dell’ ex 2° reggimento Gebirgsschützen guarda l’obiettivo del fotografo. Il tutto è tratto da un cortometraggio diffuso nel dopoguerra dall’Istituto Luce.

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Necrologio da parte italiana, per commemorare satiricamente la fine dell’impero austro-ungarico.

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I SEGNI LASCIATI DAL CONFLITTO

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Rovine del “Cimitero Nuovo”detto anche della Grassigna, presso il quale infuriarono i combattimenti fino all’ottobre del 1917. In quell’area sorgerà, molti anni dopo, la città di Nova Gorica. Qui osserviamo l’enorme buca provocata dallo scoppio di un proietto da 305 a.u.

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Mascheramenti posti all’imbocco delle cannoniere italiane del monte san Michele per celarne la presenza all’osservazione aerea austro-ungarica.

Le cannoniere del Brestovec, costruite nel 1917 dagli italiani.

Il complesso di gallerie era servito da una ferrovia a scartamento ridotto per il trasporto dei proiettili.

Le cannoniere italiane a Cotici.

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Le cannoniere del monte Fortin, costruite dalle truppe del genio della III Armata italiana.

L’interno delle cannoniere con la ferrovia a scartamento ridotto necessaria al trasporto dei pesanti proiettili.

Le cannoniere italiane del Calvario, costruite nel corso del 1917, non entrarono mai in funzione.

L’osservatorio delle cannoniere italiane costruite sul Naso del Calvario

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Uno dei tanti cimiteri militari sorti nei luoghi ove più intensi furono gli scontri.

Un piccolo cimitero di caduti austro-ungarici.

Cimitero austro-ungarico.

Piccolo cimitero italiano lungo la strada del Vallone.

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Cannoni austro-ungarici allineati nell’area ove fino al 1880 sorgeva il cimitero di Gorizia, l’attuale parco della Rimembranza.

Una diversa angolazione dell’area descritta nell’immagine precedente.

Due bambini osservano incuriositi un mortaio “Skoda” da 305 mm abbandonato lungo una via

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Resti di un aeroplano austro-ungarico distrutto.

Un militare italiano posa presso la carcassa di un aereo sabotato dagli stessi austro-ungarici per non poter essere riutilizzato. Dopo il crollo del fronte lungo il Piave, nella speranza di contenere l’avanzata italiana ad uno dei fiumi friulani, molti aerei furono trasferiti presso Gorizia, ma il precipitare degli eventi ne obbligò la distruzione.

Due aerei smontati e caricati su un vagone ferroviario.

Aeroplani austro-ungarici abbandonati ad Aidussina.

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Armando Diaz il Comandante der Regio Esercito vittorioso

Bollettino della Vittoria

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Veduta da castello, sfilate militari del dopoguerra e piazza delle Vittoria imbandierata di tricolore :1918dal_piave:090.jpg

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Manifesto degli anni ‘60 e bandiera tricolore in seta, quest’ultima, risalente ai fatti qui narrati è stata scelta come una delle immagini ricordo della mostra.

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LE UNIFORMI DEL PERIODO

Le descrizioni riguardano l’insieme del diorama, le foto singole ripropongono alcuni soggetti, eventuali loro varianti o riferimenti d’epoca.

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OGGETTI, DOCUMENTI E RICORDI ESPOSTI NELLE TECHE

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CARTAMONETA. A guerra finita i biglietti della Cassa Veneta dei Prestiti venivano cambiati alla pari dalle Regie Finanze italiane, mentre per una svalutatissima corona austriaca, si ricevevano solo 20 centesimi di lira, fino ad un massimo di 200 corone pro-capite. La ripresa economica venne rallentata dalla scarsa liquidità esistente e a risentirne a lungo fu tutta l’economia post-bellica locale.

LE BANCONOTE DEL 1918. Buoni della Cassa Veneta dei Prestiti – Corone della Banca austro-ungarica – Lire italiane.

Dopo la ritirata dell’esercito Italiano a seguito dello sfondamento del 24 ottobre 1917, le forze austro-tedesche invasero il Friuli ed il Veneto sino alla linea del Piave. Ai primi di gennaio del 1918 le autorità austro-ungariche decisero l’emissione della nuova “moneta”, i Buoni di Cassa destinati alla circolazione nei territori occupati, e la popolazione residente fu costretta ad accettarli. Per la circolazione monetaria nei territori occupati dalla XIV armata austro-tedesca comandata dal generale von Below, fu disposta l’emissione di Buoni di Cassa cartacei a cura della Cassa Veneta dei Prestiti, con sede in Udine. I tagli emessi, denominati in Lire, furono di Centesimi 5, 10, 50 e Lire 1, 2, 10, 20, 100 e 1.000. L’emissione fu datata 2 gennaio 1918, con entrata in circolazione dei Buoni appena dal 20 maggio 1918. Infatti il 3 marzo, con l’ordinanza n.7, il comandante in capo delle truppe di occupazione austro-ungheresi, Feldmaresciallo von Boroevič convalidò l’istituzione della Cassa Veneta dei Prestiti, mentre con l’ordinanza n.14 del 28 aprile, garantì il valore dei Buoni con depositi in pegno, di carte valori o merci. Tale garanzia sull’intera emissione si rilevò fittizia alla fine delle ostilità per causa della grave situazione sociale ed economica scaturita dal crollo dell’impero. Fu evidente che i Buoni servirono all’occupante austro-ungarico per assicurarsi beni di consumo e vettovagliamenti. Dal 1° giugno 1918 la valuta in corone austro-ungariche fu dichiarata fuori corso in tutti i territori italiani occupati, con obbligo di conversione delle banconote in lire venete; in questo modo gli occupanti limitarono la circolazione e l’inflazione delle proprie banconote, cambiandole con una moneta d’occupazione garantita solo dalla vittoria che non ci fu. Il cambio fu fissato in ragione di 100 lire per 95 corone. Non disponendo di dati precisi, in quanto gli archivi andarono perduti, si calcola che globalmente furono emessi Buoni per un valore oscillante tra i 180 ed i 200 milioni di lire. A guerra finita questi titoli, dei quali era stata promessa la copertura presso la Banca austro-ungarica, dovettero essere rimborsati dalla Banca d’Italia, che si limitò dapprima a corrispondere il 40% del loro valore e, successivamente, un ulteriore 20%. Il cambio Buoni-Lira fu autorizzato fino al 30 aprile 1924. I Buoni circolarono nei territori italiani occupati dalle truppe danubiane dopo “Caporetto”, così come le Corone austro-ungariche ritornarono nei territori austriaci occupati dagli italiani tra il 1915 ed il 1917. La Duplice Monarchia stava attraversando una crisi economica gravissima che determinava un calo graduale del valore della Corona, moneta unicamente adottata dal 1900, sia per l’Austria che per l’Ungheria. Le ultime emissioni in cartamoneta da 1 e 2 Corone, sostituirono le monete di valore analogo in metallo, entrando in circolazione tra il 21 dicembre 1916 ed il 9 luglio 1917. La cosiddetta “serie di guerra” fu l’ultima emissione valida in tutti i territori dell’Impero Austro-ungarico. Dopo la fine della ostilità, la Corona fu tollerata nei territori occupati dagli italiani come il Sud Tirolo, nel territorio isontino e quello triestino veniva cambiata alla stessa stregua dei Buoni della Cassa Veneta ovvero 1 corona contro 40 centesimi di lira poi incrementati a 60. Il 5 aprile 1919 il Comando dell’Esercito Regio decretò la cessazione delle corone austro-ungariche. Gli ultimi cambi furono effettuati il 10 aprile 1919.

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Immagine in alto. Regio esercito italiano: elmetto mod.16 del 212° reggimento fanteria, brigata Pescara. L’elmetto costruito in Italia era derivato dal mod.15 Adrian francese del quale costituiva una copia molto fedele, sebbene realizzato in due soli pezzi anziché in quattro: la calotta, la visiera ed il paranuca costituivano un blocco unico, essendo stampati in un solo pezzo, mentre la cresta a protezione del foro di aerazione cupolare era fissata successivamente mediante punti di elettrosaldatura. La colorazione, inizialmente grigio-azzurra come quella del modello francese, divenne grigio-verde nel corso del 1917 per armonizzarsi a quella dell’uniforme. Il sottogola di pelle marrone era munito di un cursore per favorire l’adattamento alla testa dell’indossatore. L’esemplare presentato è guarnito del fregio, costituito dal numero del reggimento sormontato dalla corona reale, dipinto a vernice nera.

Sotto. Elmetto austro-ungarico mod.18 di produzione nazionale, fabbricato in Austria su licenza e macchinari tedeschi, dalla Arthur Krupp A.G. di Berndorf. Impropriamente ricordato con il termine di “Ungherese”, equipaggiò soldati dell’Impero danubiano sul fronte del Piave e francese, accompagnandoli “all’epilogo finale”. Si presenta nel colore bruno “Feldbraun” o “Isonzobraun” prescritto dall’autorità militare. Evidenziamo la presenza di un piccolo anello metallico che fuoriesce dal “cornetto d’ areazione” sinistro che consentiva l’inserimento del “Feldzeichen”, antica simbologia militare consistente nell’applicazione, in questo caso al copricapo, di un rametto trifido di quercia o in mancanza di abete. Particolare davvero unico è la presenza di una ghirlanda di carta ritorta tricolore, bianca, rossa e blu che denota l’appartenenza del coscritto alla nascente Nazione degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi.

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Immagine in alto. L’equipaggiamento del fante italiano era composto dallo zaino mod. 1907 per armi a piedi, realizzato in tela impermeabilizzata grigio-verde e guarnito esternamente da una serie di cinghie in pelle dello stesso colore per affardellarvi la mantellina di panno arrotolata nel telo tenda, la gavetta ed il piccozzino, oppure la vanghetta. All’interno della parte centrale vi erano due scomparti ove riporre la biancheria personale, l’uniforme in tela grigia da fatica, una pagnotta, un sacchetto per l’igiene personale e tutto l’occorrente per la pulizia degli scarponi e del fucile, mentre ognuna delle due tasche laterali conteneva una dotazione supplementare di cartucce da fucile ed una scatola di carne. La borraccia di legno mod. 1907 era assicurata al tascapane, non presente nell’immagine, realizzato anch’esso in tela grigio-verde che conteneva una pagnotta, gallette, un gavettino, alcuni scaldarancio e dei calzettoni di ricambio. Le cartucce per il fucile mod. 1891 in calibro 6,5 mm erano contenute in due coppie di giberne di pelle grigio-verde, fissate al cinturino in cuoio dello stesso colore, e provviste di una bretella da passare attorno al collo per sopportarne meglio il peso. Nell’immagine ne è presentata una sola con uno dei due coperchi lasciato volutamente aperto per rendere visibile il pacchetto (vuoto) di cartone che conteneva i caricatori. L’elmetto posto sulla parte superiore dello zaino è un mod. 15 francese, i cui primi esemplari importati vennero distribuiti alle truppe sul fronte dell’Isonzo già nell’ottobre dello stesso anno. Sulla destra dell’immagine si nota un berretto mod. 1909 da truppa realizzato in panno grigio-verde, con visiera e sottogola in pelle dello stesso colore, provvisto del fregio ricamato in lana nera.

Immagine in basso. Originariamente concepito per le truppe da montagna, nel corso della guerra lo zaino a sacco sostituì progressivamente i rigidi zaini in cuoio e pelo di cavallino della fanteria, pesanti e costosi, realizzati oltremodo con materiali divenuti ormai di difficile approvvigionamento. Un sistema di cinghiette ad ardiglione teneva solidali al sacco il pastrano, avvolto a ferro di cavallo nella parte superiore, i gavettini in lamiera fissati sotto la patella centrale e, nella parte inferiore, la coperta individuale arrotolata a sua volta nel telo tenda, con funzione protettiva. Nella parte anteriore dello zaino sono presenti (qui non visibili) i due spallacci imbottiti, con le derive per l’aggancio agli anelli passanti del cinturone. Questo è del modello a semplice ardiglione di ferro, distribuito dall’autunno del 1915 in sostituzione di quello con placca in ottone con l’aquila bicipite. Completano gli accessori le consuete doppie giberne per munizioni da fucile Mannlicher, il badiletto, la maschera antigas di produzione germanica M.1915, nota anche come “Gummimaske”, la borraccia in lamiera smaltata avvolta nella guaina di tela con relativo gavettino e, per l’onnipresente reticolato, una cesoia da filo spinato. Per le truppe bosno-erzegovesi il copricapo d’ordinanza era il fez, ora adeguato alla tinta color verde-campo, guarnito delle consuete placchette commemorative (Abzeichen) e, in battaglia l’elmo d’acciaio M.17 di produzione nazionale, comune a tutte le truppe.

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LA NOSTRA DEDICA ALL’EPILOGO DELL’INIZIATIVA. “A chi non potè gioire”.

Consuetudine per la nostra Associazione è ricordare i soldati e le persone scomparse per colpa della guerra. Scegliamo due immagini tratte dagli eventi bellici sul fronte italiano nel giugno1918. Le dedichiamo a tutti i 10 milioni di soldati che hanno perso la vita nel primo grande conflitto e quindi “consegnati alla Storia”, interesse per la quale ci accomuna. Crediamo che la Storia ci restituisca buoni insegnamenti, lasciando a Lei i giudizi che troppo spesso si rivelano esatti.

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Immagine in alto: Il fuoco di controbatteria italiano provocò perdite terribili all’esercito austro-ungarico che si apprestava, all’alba del 15 giugno 1918, ad attraversare il Piave. L’operazione “Albrecht” in italiano “La Battaglia del Solstizio”, nel basso corso del fiume, assunse caratteri drammatici per questi genieri e i primi reparti che sotto il fuoco italiano dovevano allestire il ponte di barche e in seguito utilizzarlo.

Immagine in basso: Fotografia scattata a Nervesa della Battaglia in occasione della battaglia del Piave. La morte accomuna due soldati di schieramento opposto. Un fante italiano ed uno austro-ungarico giacciono esanimi a terra al termine di uno scontro per il possesso della cittadina.

Alcune cifre sulla “Battaglia del Solstizio” durata otto giorni dal 15 giugno 1918. Perdite italiane e dei loro alleati: 5.799 morti, 26.335 feriti, 58.282 dispersi o prigionieri. Perdite austro-ungariche: 14.000 morti, 70.000 feriti, 31.000 dispersi o prigionieri. Una battaglia andrebbe sempre letta iniziando dalle perdite di vite umane. All’inizio della prima guerra mondiale il rapporto fra morti, feriti e dispersi era di 1-2-1; con l’introduzione degli elmetti, passò a 1-5-1. Sempre più diffusamente alla fine del conflitto gli uomini degli eserciti contrapposti italiano e austro-ungarico, dopo tanti anni di lotta, stanchi, sfiduciati e rimasti privi di motivazioni si limitavano ad obbedire agli ordini. Il cadere o darsi prigionieri era considerato uno dei sistemi migliori per uscire da quella tragica situazione.

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OTTOBRE 2008: IMMAGINI E RICORDI DELLA PRESENTAZIONE, L’INVITO, IL COMUNICATO STAMPA E LA SALA CHE CI HA OSPITATO.

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LA PRIMA DELLE MOSTRE AUTUNNALI 2008 DI ISONZO... E’ REALTA’, VISITATECI!!!!:

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Mostra e iniziative dell’Associazione Culturale Isonzo “1918: DAL PIAVE A GORIZIA”

Novembre 1918: mese e data importanti per il secolo scorso. Termina dopo quattro anni (3 per l’Italia) il Primo Grande Conflitto Mondiale che portò il vecchio continente alla tragedia. Assalti, bombardamenti, distruzioni, morte e profuganze sono il panorama comune per mezza Europa e non solo. Un’intera generazione scompare tragicamente e per sempre nei dedali delle trincee. Molti altri torneranno mutilati, feriti o con gravi malattie psichiche. Purtroppo, muta testimone di questo dramma e principale protagonista in guerra è anche la nostra città: Gorizia. La città asburgica viene conquistata una prima volta, l’8 agosto 1916, dopo le prime sei sanguinose battaglie dell’Isonzo, subisce il dramma della ritirata di “Caporetto” nell’ottobre 1917; il 7 novembre 1918 rivede in forma definitiva l’arrivo delle truppe italiane e il tricolore. Dopo un periodo relativamente breve di pace, conseguenze e problemi irrisolti della tragedia precedente porteranno al secondo grande conflitto. Ma questa è un’altra storia.

L’Associazione Culturale Isonzo-gruppo di ricerca storica, dopo un percorso logico iniziato due anni orsono con la mostra “Lucinico 1915-1917” e proseguito la scora primavera con “Il focolare di Legno”, mostra sulle profuganze isontine nell’Impero austro-ungarico durante la Grande Guerra, termina ora l’iter storico con una serie di iniziative nella nostra città che verteranno sulla ricorrenza dei novant’anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. L’associazione intende ricordare così un anniversario importante, tralasciando altresì argomentazioni ideologiche, dando solamente una lettura storica degli eventi. Gli stessi, realizzati nell’ambito delle manifestazioni celebrative del 90° anniversario della Prima Guerra Mondiale, organizzate dal Comune di Gorizia, si apriranno con la mostra “1918-Dal Piave a Gorizia”. L’iniziativa verrà inaugurata nella sala mostre dell’Auditorium della Cultura Friulana di Gorizia in Via Roma, sabato 11 ottobre alle ore 17.30 alla presenza delle autorità cittadine e rimarrà aperta fino all’11 novembre con orario 9.00 - 12.00; 16.00 - 19.00. La mostra di carattere storico, fotografico e uniformologico sarà composta da oggetti, documenti e fotografie rare storicamente importanti per la città, proveniente dalle collezioni private dei soci. Articolata in un percorso espositivo di uniformi degli eserciti italiano e austro-ungarico in dotazione durante la Grande Guerra, complete e rigorosamente originali, verrà supportata da un’ esposizione iconografica, comprendente riproduzioni inedite di fotografie originali dell’epoca, che faranno idealmente percorrere al visitatore i momenti finali della Grande Guerra dal Piave a Gorizia. Le immagini esposte, seguiranno idealmente gli eventi goriziani descritti da Carlo Luigi Bozzi nel suo “Diario Giovanile” e vissuti dall’autore in prima persona a Gorizia proprio nel 1918. All’interno della mostra verranno inoltre allestite alcune bacheche con oggettistica militare d’epoca, che faranno conoscere al pubblico gli oggetti del vivere quotidiano utilizzati dai militari durante il conflitto. Dal 31 ottobre al 7 novembre, come ormai tradizione per l’associazione, verranno allestite alcune vetrine nei negozi del centro cittadino con uniformi ed oggettistiche in dotazione all’esercito italiano dai primi anni del ‘900 agli anni cinquanta. Sul sito:

www.isonzo-gruppodiricercastorica.it

verrà dato ampio spazio agli eventi. Ciò che verrà realizzato, grazie soprattutto al contributo e alla collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, del Comune di Gorizia e del Parco Culturale del Castello è, secondo noi, di forte richiamo storico-culturale per i visitatori e per la nostra città, nonché stimolo e sensibilizzazione ad una riscoperta storico-turistica di Gorizia.

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