I GUARDIANI DEL CIELO DELL’IMPERATORE

Contraerea sul fronte italo-austriaco durante la Grande Guerra e tattiche terrestri austro-ungariche per la difesa del cielo.

Indicazioni per il “visitatore”: questo articolo è arricchito da sette allegati in formato pdf (selezionabili), contenenti schede tecniche e descrizioni. La parte finale comprende brevemente le iniziative nella quale era inserita questa mostra presso il Museo Baracca. Buona lettura!

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“…Era una mattina magnifica e l’aereo volteggiava fra le cime ad una quota di circa 400 metri: era superbo e andava con sicurezza meravigliosa. Tutti i nostri posti sparavano, le mitragliatrici erano furibonde e facevano tutte assieme un baccano indiavolato che gli echi centuplicavano. E lui passava e ripassava a poche centinaia di metri come se noi gli gettassimo, invece che pallottole, degli zuccherini per adescarlo. Poi si allontanò verso est, filò dritto sfiorando la vetta, poi un un virage brusco a sud sfiorando i pendii e finendo per fracassarsi in un punto quasi piano - probabilmente le pallottole colpirono il pilota che tentò un atterraggio di fortuna - ma l’aereo si capovolse spezzandosi l’ala sinistra. Dopo qualche minuto dai rottami del velivolo uscì un uomo che cercò di estrarre dal relitto il suo compagno gravemente ferito, riuscito nell’impresa, cercò di trascinarlo su per il pendio ma il ferito si accascio esanime, il generoso pilota coprì il suo compagno con la tuta di volo…”. (da: Unia Gerardo, L’undicesima battaglia: sulle tracce di un soldato caduto sulla Bainsizza, Dronero, L’Arciere, 2000).

A prescindere dalla bandiera o dalla nazionalità, l’episodio che precede queste righe accadde sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale. La citazione ci introduce ad uno dei tanti argomenti del primo grande conflitto e in assoluta conformità con le tematiche proposte dal museo che ci ospita, vale dire la tecnica contraerea.

Il dizionario della lingua italiana Zingarelli definisce con il lemma “contraereo” “Ciò serve attivamente a impedire o contrastare l’azione offensiva di aeromobili in volo”.

Già nel XVIII secolo si ragionava e si descriveva come far “scendere” le mongolfiere nemiche, mentre ai primi del ‘900 si sperimentavano nuove tecniche per fronteggiare da terra i dirigibili. Nel 1911 in Austria-Ungheria fu pubblicato un manualetto per la fanteria con allegata una tavola con un disegno esplicativo sulle posizioni da assumere nel tiro contraereo e su come anticipare il tiro diretto verso il dirigibile e, in maniera avveniristica, verso l’aeroplano.

L’impiego dell’aviazione in combattimento debuttò in Libia nel corso della guerra italo-turca e andò poi a svilupparsi rapidamente fin dal principio del primo conflitto mondiale, di pari passo con la scoperta da parte di tutti i comandi militari della sua innegabile efficacia. Contestualmente crebbe e migliorò anche l’azione di contrasto da terra per ostacolare chi dall’alto, per mezzo di palloni, dirigibili o aeromobili poteva osservare, segnalare, fotografare, lanciare frecce di metallo, scagliare al suolo ordigni esplosivi oppure mitragliare al suolo soldati, postazioni e ponti.

Presso tutti i belligeranti l’azione contraerea era allora demandata principalmente a due tipologie di armi da fuoco: mitragliatrice e cannone. Di fatto, all’inizio del conflitto e in alcune circostanze, venne impiegata anche la fucileria, ma il lavoro più efficace avverso incursioni nemiche sino ad un’altezza di 600-1000 metri veniva comunque svolto dall’arma automatica mentre per altezze maggiori si doveva ricorrere al cannone. Per ottenere un alzo maggiorato le armi venivano posizionate nei modi più svariati, per mezzo di supporti improvvisati o tecnologici, ruotate e rese brandeggiabili. I proiettili per le mitragliatrici erano quelli di normale dotazione con l’adozione di un crudele accorgimento usato anche per le armi installate a bordo dei velivoli. Esamineremo in seguito questo dettaglio.

Nell’utilizzo dell’artiglieria in funzione contraerea venivano generalmente impiegati pezzi da campagna contraddistinti dal tiro teso a cadenza rapida, spesso anche cannoni navali di piccolo calibro i quali garantivano un’elevata cadenza di tiro ed inoltre erano estremamente mobili grazie al fatto di essere montati su pianale di autocarro.

Nelle artiglierie impiegate in funzione contraerea, comprese quelle provenienti dalla Marina o ad essa destinate, l’abbattimento del velivolo avversario si conseguiva mediante lo scoppio di proiettili caricati a shrapnel i quali esplodevano a tempo predeterminato e non all’impatto con il bersaglio. Prima di inserire il proiettile nella culatta l’artigliere tarava il temporizzatore della spoletta a seconda dell’altitudine desiderata e una volta lanciato in prossimità dei velivoli nemici lo shrapnel deflagrava in aria proiettando tutt’attorno piccole biglie di piombo. Difficile risultava però riuscire a determinare l’esatta altitudine del velivolo avversario e anticiparne la direzione nonostante l’adozione di apposite strumentazioni ottiche quali il telemetro, normalmente in dotazione all’artiglieria per l’inquadramento degli obiettivi terrestri. Di conseguenza l’utilizzo delle bocche da fuoco in azione contraerea ad alta quota si rivelava in genere scarsamente efficace o puramente intimidatorio, rendendo così indispensabile l’intercettazione dell’avversario mediante propri e appositi aeroplani, per questo definiti “da caccia”.

Il fatto che l’artiglieria contraerea austro-ungarica non costituisse un problema serio per coloro che volavano all’inizio del conflitto, ci viene confermato da Francesco Baracca in queste righe risalenti all’autunno del 1915: “Passando da Sagrado verso Gradisca una batteria austriaca nemica ci ha aperto il fuoco contro e abbiamo contato una trentina di nuvole bianche e rosse degli shrapnels austriaci, ma tiravano assai male; solo di due o tre colpi si è sentito lo scoppio; eravamo a duemilacento metri, sul Farman vi è la visibilità sulla verticale e si vede ogni particolare a meraviglia. Ad ogni scoppio di shrapnels erano grida di allegria e rispondevo con qualche scarica di mitragliera, giù in basso, a caso, perché là sul fronte tutto è coperto e mascherato da terrapieni e rami e nulla si vede muovere.”

L’avvistamento e la segnalazione da terra dei velivoli avversari avveniva, oltre che con strumentazione ottica e riflettori per l’intercettazione notturna, anche con apparati acustici quali aerofoni o curiosi sherofoni posizionati strategicamente. Una volta determinata la rotta e la direzione dei nemici alati, partivano, tramite telefono, le indicazioni per gli aeroporti amici che comunque agivano anche preventivamente, oppure venivano allertate le postazioni difensive contraeree.

L’attività contraerea accrebbe la sua efficacia con l’evolversi del conflitto e ciò in special modo avvenne per l’esercito austro-ungarico, sempre più a corto di risorse e velivoli da intercettazione da opporre ad un avversario che aveva ormai acquisito il dominio dell’aria. Divenne quindi indispensabile, per le truppe imperiali e regie, specializzarsi maggiormente nella caccia da terra alle ali tricolori.

Nel 1918, dopo il disimpegno dell’alleato tedesco dal fronte italo-austriaco ed la progressiva perdita di efficienza della propria flotta aerea, la contraerea austro-ungarica fece tesoro dell’esperienza acquisita sul fronte orientale contro i velivoli avversari divenendo estremamente efficace nel contrastare il dominio dell’aria degli italiani e dell’Intesa, i quali sempre più spesso indirizzavano al suolo le proprie incursioni. Nel mese di giugno, durante la cosiddetta “Battaglia del Solstizio”, i caccia italiani dovettero impegnarsi allo stremo negli attacchi a terra per ostacolare l’avanzata della fanteria e dei genieri austro-ungarici che costruirono, utilizzarono e difesero strenuamente i ponti gettati sul Piave. Anche la 91ª Squadriglia di Baracca fu coinvolta in queste estenuanti missioni di mitragliamento a bassa quota. Per la difesa di questi collegamenti indispensabili per l’approvvigionamento delle proprie fanterie attestate sul Montello e per quest’ultimo estremo sforzo, i mitraglieri della duplice monarchia raggiunsero l’apice della tecnica contraerea durante la grande guerra. A difesa di ciascun ponte furono schierate tre compagnie mitragliatrici, composte da tre plotoni di due sezioni ciascuna, a loro volta composte di due armi. Quindi il 19 giugno 1918 per ogni ponte spararono sicuramente 36 mitragliatrici Schwarzlose cui si aggiunsero anche armi di retrovia, innalzando così, alla cadenza media di 400 colpi al minuto per arma, una vera e propria muraglia di fuoco.

Quel giorno, l’asso dell’aviazione italiana, maggiore Francesco Baracca che per esperienza acquisita, bravura e superiorità tecnica sul fronte italiano era senza rivali - se non forse l’asso austro-ungarico Godwin Brumowski (il più tutelato dai propri comandi) - stanchissimo per le innumerevoli missioni svolte in quelle terribili giornate e nell’ennesima azione di mitragliamento, fu costretto a volare a bassissima quota alla velocità massima consentita dal suo Spad (inferiore ai 200 km/h). L’asso incappò probabilmente nella barriera costituita dal fuoco incrociato delle Schwarzlose e, colpito, precipitò poco dopo sul Montello.

In pattuglia con Baracca vi era il tenente Franco Osnago, del quale, proposto per la concessione di una medaglia al valore, si citò il fatto che: “…restava a volare sul posto noncurante delle continue scariche di mitragliatrici, per poter osservare dove fosse caduto il suo Comandante.”

L’organizzazione difensiva mediante la tecnica del tiro incrociato con armi automatiche sapientemente posizionate e tali da non lasciare scoperto alcun varco nello spazio aereo, nata ed attuata dall’imperial e regio esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra per mano dei mitraglieri “Guardiani del cielo dell’Imperatore”, ha mietuto similmente, addirittura allo spirare del XX secolo, una vittima illustre, l’F-117 Stealth, un bombardiere americano considerato invisibile abbattuto dalla contraerea jugoslava il 27 marzo 1999 nel corso della guerra del Kosovo, l’ultima cruenta fase nella dissoluzione dello stato jugoslavo.

Come autori di questa esposizione non vogliamo apparire, agli occhi del visitatore, esperti di questa tecnica militare. Ci preme piuttosto condurre il visitatore all’interno di uno di quella miriade di aspetti che compone il conflitto ricordato come “Grande Guerra”, un evento che ha segnato e modificato profondamente la storia contemporanea sino ai giorni nostri, in questo caso nel contesto aviatorio della prestigiosa sede che ci ospita. L’esame di molte immagini e scritti per stilare questa ricerca ha lasciato un sapore amaro se si considera che nel passato e nel presente si continuano a spendere energie e risorse per tecniche che hanno lo scopo di annientare le attività e la vita dell’uomo. Ci preme ricordare che l’Associazione Culturale Isonzo rimarca, in ogni esperienza storica esaminata, il messaggio ed il valore della Pace fra i Popoli.

Ringraziando per questa ospitalità il Museo Baracca di Lugo e tutti i suoi Amministratori, Vi auguriamo buona “lettura”.

Associazione Culturale Isonzo - Gruppo di Ricerca Storica

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I perchè della contraerea

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-L’innalzamento di un Draken austro-ungarico indispensabile per orientare il tiro delle artiglierie, per la difesa dei Draken venivano disposti ottimi apprestamenti difensivi contraerei, l’attacco aereo a questi palloni frenati era molto rischioso per i piloti avversari.

-L’osservazione aerea e l’ausilio di ottime apparecchiature fotografiche fornivano immagini nelle quali i comandi individuavano le postazioni avversarie.

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-Bombardamenti effettuati all’inizio del conflitto in maniera improvvisata e, dal 1917, con i bombardieri italiani Caproni, in maniera maggiormente efficace.

-Curiosa immagine, a destra qui sopra, di un finto apprestamento difensivo contraereo austro-ungarico con lo scopo di sviare le ricognizioni dell’avversario. La tecnica della disinformazione, molto praticata dall’esercito imperiale e regio, produsse spesso ottimi risultati in special modo nell’autunno 1917 alla vigilia dello sfondamento di Plezzo e Tolmino, ricordato in Italia come “disfatta di Caporetto”.

...crebbe e migliorò l’azione di contrasto da terra per ostacolare chi dall’alto, per mezzo di palloni, dirigibili o aeromobili poteva osservare, segnalare, fotografare, lanciare frecce di metallo, scagliare al suolo ordigni esplosivi oppure mitragliare al suolo soldati, postazioni e ponti... Queste le motivazioni dell’attività contraerea.

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-Disegno esplicativo tratto dal manuale del 1911 per le istruzioni contraeree della fanteria austro-ungarica.

-Venezia, altana con i fucilieri di marina pronti a far fuoco. All’inizio del primo conflitto mondiale il fucile di fatto fu l’unico strumento ad essere impiegato nel ruolo contraereo. Questo avvenne con iniziative personali dei soldati sino ad un ruolo di squadra tale da costituire una vera e propria scarica di pallottole, fintanto che arrivarono le armi automatiche. L’immagine è datata 1916 segno che a protezione della città d’arte si provvide anche in questo modo.

-Si ravvisa la necessità di ostacolare le sempre più insistenti incursioni aeree avversarie dotandosi di adeguate e solide postazioni. Da parte austro-ungarica si provvede, in questa immagine, alla costruzione di una piazzola per l’artiglieria contraerea. Si notino indicati, sul bordo perimetrale, le indicazioni dei punti cardinali e le gradazioni per l’orientamento del pezzo.

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- Indispensabili si rivelarono gli strumenti acustici per determinare la provenienza dall’avversario, in special modo nelle giornate con scarsa visibilità o di notte.

- Aerofoni dalle forme più svariate, abbinati anche a riflettori , studiati anche dall’avversario quando catturati come nel caso di questo apparato italiano in mano ad ufficiali germanici (immagine didascalizzata in tedesco) preda bellica nel 1917 in occasione dello sfondamento austro-tedesco. - Curioso sherofono che serviva, una volta “indossato” a determinare la direzione di provenienza del nemico alato.

- Praticata sovente l’esercitazione allo sparo contraereo. Nell’ultima immagine, soldati ucraini dopo l’elezione del loro stato a protettorato tedesco in seguito alla capitolazione dell’impero zarista e combattenti con gli imperi centrali. L’esercitazione li vede impegnati con una mitragliatrice leggera, nello sparo contro piccoli palloni gonfiati ad idrogeno.

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Strumenti ottici di elevata qualità, carte topografiche e telemetri erano in dotazione alle postazioni contraeree di tutti i belligeranti. Normalmente affiancate all’artiglieria si adattarono, anche se con minore efficacia alla caccia dei velivoli avversari.

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-Cosa rimane oggi di due postazioni contraeree per l’artiglieria costruite durante il primo grande conflitto. Entrambe le immagini rappresentano due postazioni per l’artiglieria, la prima italiana sul monte Korada, la seconda, austro-ungarica alle pendici dell’altipiano della Bainsizza. Di questa istantanea abbiamo il piacere di mostrarvela quando era operativa.

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Artiglieria contraerea in campo italiano

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-Anche la Domenica del Corriere, nel gennaio 1916, dedicò una copertina alla contraerea italiana, esaltandone le gesta raffigurando cannoni da 75 mm che “inseguono” nel cielo un Taube austro-ungarico.

-Affiancata l’immagine del cannone da campagna italiano da 75 mm descritto precedentemente nell’allegato documento pdf

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Cannoni italiani da 75 mod. 1911 Déport installati in posizione contraerea su piazzola in cemento armato o in posizione elevata e improvvisata. La doppia coda, caratterizzante questo pezzo di progettazione francese, lo rendeva adattabile al terreno in maniera migliore del suo avversario, il mod. 5-1914 da 80 mm. austro-ungarico. Interessante appare, alla sinistra della seconda immagine, il carriaggio portamunizioni al seguito del pezzo. Appaiono ben stivati e pronti all’uso i proiettili, dei quali si vede il fondello dei bossoli di ottone nei quali si interponeva il proiettile Schrapnel da 75 mm che ben si nota fra le mani degli artiglieri inginocchiati e immortalati dallo scatto successivo.

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-Nutrito stuolo di marinai attorniano questo cannone di calibro ridotto, posizionato su piattaforma circolare a difesa dei porti e contro le incursioni aeree. Il capo pezzo attende le indicazioni del telemetrista per impartire le coordinate di tiro. Lo strumento di precisione appare rivestito e protetto contro la salsedine e nel contempo mimetizzato nelle diafane colorazioni di marina. Identiche immagini sono ascrivibili in campo austro-ungarico, praticamente identiche nel contesto, nei colori, dotazioni e armamenti, compreso l’elmetto che, dopo il crollo del fronte italiano sull’Isonzo, venne fornito dai comandi imperiali e regi quale protezione metallica del capo ai coscritti impiegati in retrovia ed in marina. Elmi raccolti in gran numero come preda bellica nei magazzini abbandonati dalle truppe regie.

-Sempre l’Ehrhardt mod.15 da 80 mm. di progettazione Krupp e adattato al calibro 75 mm. Lo riproponiamo in quanto il medesimo cannone combatté in campo avversario sempre montato su autocarro. Le due immagini evidenziano il posizionamento in batteria di diversi autocannoni quasi a voler proporre un “muro di fuoco”.

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Suggestiva istantanea notturna resa spettrale dalla luce del riflettore, si noti il vano alloggiamento dei proiettili. L’immagine crepuscolare ci rende partecipi del fatto che si tentò, da parte regia ma con scarsi risultati, l’attività contraerea anche dopo il tramonto, specialmente nel 1918, quando aerei della “duplice monarchia” effettuavano incursioni di bombardamento notturni, certi di non essere intercettati dalla caccia italiana dominante nelle ore diurne.

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Artiglieria contraerea in campo austro-ungarico

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-Posizionamenti contraerei austro-ungarici del cannone da campagna da 80 mm. 1914 mod. 5 e 5/8 sui fronti orientale e italiano. Le bocche da fuoco ci appaiono nelle sequenza: con e senza la corazzatura protettiva, nei più disparati modi di elevazione e fissaggio necessari ad evitare l’innalzamento e l’eventuale capovolgimento del pezzo dopo lo sparo oppure ben mimetizzate con rami d’albero. Il mod. 5 costituiva il nerbo e il più diffuso pezzo nell’ artiglieria austro-ungarica all’inizio delle ostilità. Come per il 75 mm. italiano, l’estrema tensione della traiettoria di sparo ne rendeva efficace l’uso verso il cielo (sino a 80°) contro i velivoli avversari. Prodotto dalle acciaierie Skoda e Böhler, l’affusto era a deformazione, ovvero la canna dopo lo sparo retrocedeva scorrendo per il rinculo senza spostare eccessivamente il pezzo. La bocca da fuoco era in bronzo con anima in acciaio.

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-Immagine qui sopra a dx. Alto Isonzo estate 1917, artiglieria contraerea austro-ungarica dotata di cannone russo del calibro 7,62 mm. Gli Imperi Centrali, stretti dall’accerchiamento navale dell’Intesa che ne impediva l’approvvigionamento di materie prime da destinare all’industria, dovettero spesso ricorrere al materiale requisito all’avversario. Con il dissolvimento dell’impero zarista l’impiego degli armamenti e dell’equipaggiamento nemico di preda bellica divennero molto diffusi.

-Estate 1916, fronte italiano, postazione d’artiglieria contraerea austro-ungarica alle pendici dell’altipiano della Bainsizza. Il basamento in cemento armato è visibile ancora oggi in un contesto ambientale molto modificato dal tempo (riferimento all’immagine a colori prima mostrata).

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-Ideale per essere installato su autocarro che ne rendeva immediato l’utilizzo dove serviva, l’Ehrhardt mod.15 da 80 mm. di produzione tedesca e destinato generalmente alla marina o all’impiego costiero, trovò diffuso impiego in elevazione e una volta sostituiti i proiettili perforanti con gli Schrapnels. Fu acquistato prima del conflitto ed utilizzato anche dal regio esercito.

-Medesimo pezzo d’artiglieria e identico mezzo di trasporto austro-ungarici, la catena degli inservienti appare in piena attività di sparo. Partendo da destra evidenziamo il comandante della postazione, il prelevamento del proiettile, la successiva regolazione del temporizzatore di scoppio dello Schrapnel che avviene tramite l’apposita chiave in dotazione e in mano al quarto militare e il prossimo caricamento dell’arma. Con il binocolo avviene il controllo del velivolo avversario e lo scoppio dei proiettili sparati. Immediate le indicazioni di regolazione del pezzo che a giudicare dai bossoli in ottone ha sparato diversi colpi. Presidiato, all’estrema sinistra, lo strumento di rilevamento d’eccellenza delle artiglierie, il telemetro, indispensabile per determinare la distanza del bersaglio.

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I proiettili usati dall’artiglieria contaerea

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Cannoncini e mitragliatrici contraeree in campo italiano

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-Cannoncini H 1890 di progettazione Hotchkiss da 37/25 mm installati su particolari affusti in posizione contraerea e presidiati da addetti della regia marina. Prodotte su licenza in Italia, queste bocche da fuoco rientravano nel variegato numero di quelle assegnate alla difesa costiera. Il calibro ridotto del munizionamento e la decorosa cadenza di tiro, legata comunque alla necessità di almeno due inservienti per pezzo, ne facevano ipotizzare un uso idoneo contro i velivoli avversari, in special modo idrovolanti della marina imperiale e regia che decollavano , da Trieste o Pola, per le incursioni anche sui porti italiani. In realtà la presenza di queste armi in posizione antivelivoli era da imputare all’esiguo numero di mitragliatrici, in dotazione al regio esercito, molto più utili su altri fronti.

-Mitragliatrici Vickers mod. 1911 in posizione contraerea. Mancante di armi automatiche, per le quali la produzione industriale iniziò solamente nel 1915, il regio esercito dovette ricorrere per dotarsene agli alleati, in questo caso inglesi. Le due armi in posizione qui raffigurate sono raffreddate ad acqua, per aumentarne l’efficienza sono state collegate a tubi flessibili fuoriuscenti dai manicotti (alettati) di raffreddamento. L’arma in questione utilizzava un caricatore in nastro di tela contenente 250 colpi (accorgimento condiviso da tutti i belligeranti).L’arma sparava con buona precisione sino a 1000 metri pur avendo gittata superiore, la Vickers fu installata spesso anche sugli aerei dell’Intesa.

-Fiammante mitragliatrice italiana Fiat-Revelli mod. 1914 in posizione contraerea. L’arma appare in questa versione con il manicotto di raffreddamento dotato di nervature che aumentavano la perdita di calore. In questo caso specifico, se ne ipotizza un uso gravoso poiché compaiono, nella parte inferiore del manicotto, le tubazioni di collegamento in entrata e uscita con il serbatoio supplementare (non evidenziato nell’immagine). Fu la mitragliatrice fondamentale per l’esercito italiano, si contraddistingueva per l’innovativo e caratteristico caricatore a pacchetto dotato di cartucce calibro 6,5 mm. identico al fucile ’91. Non fu, al contrario della “nemica” Schwarzlose, un’arma di pari affidabilità per l’inferiore cadenza di tiro ed i frequenti inceppamenti, ed anche per questi motivi non trovò applicazione continua sui velivoli.

-1918, Monte Grappa. Pronti a far fuoco si segue attentamente gli spostamenti di un velivolo osservatore avversario. Postazione contraerea italiana dotata di mitragliatrice di produzione francese denominata Saint Etienne progetta nel 1907. Raffreddata esclusivamente ad aria, appare qui posizionata, priva del suo treppiede, su un tronco tagliato. Munizionata tramite il caratteristico caricatore a lastrina sparava esclusivamente colpi calibro 8 mm. Lebel garantendo una gittata utile di ca. 1500 metri.

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La mitragliatrice contraerea in campo austro-ungarico

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Dal diario del soldato austro-ungarico Michael Unger, disegno da lui eseguito nel 1913 dell’arma in dotazione. Sin dall’inizio del conflitto la mitragliatrice Schwarzlose si rivelò indispensabile, oltre che per la fanteria, anche per la difesa del “Cielo dell’Imperatore”. L’arma ben si adattò al clima rigido del fronte russo e l’impiego in alta montagna o distinguendosi per l’affidabilità anche in condizioni calde o polverose.

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-Immagine ad effetto di un imperialregio Kaiserschützen impugnante mitragliatrice Schwarzlose dotata del mirino per l’impiego contraereo.

-Fronte isontino, primavera 1916. Mitragliatrice Schwarzlose privata del treppiede ed inchiavardata su palo. Questo genere di affusto improvvisato consentiva un’ottima elevazione dell’arma e la sua completa rotazione per seguire il passaggio degli aerei nemici. L’adiacente tenda fa presumere l’accampamento in loco degli inservienti per fronteggiare i ripetuti sorvoli italiani.

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-Tre immagini raffiguranti accessori e varianti adottate per l’apprestamento contrarereo della mitragliatrice austro-ungarica. Nella prima fotografia l’aggancio in prossimità dell’arma, mediante dadi e corpose “farfalle”, della cassetta portamunizioni; la speranza dell’ideatore di questo accorgimento, che la seconda immagine conferma vana, era di risparmiare la presenza dell’inserviente per l’accompagnamento del nastro portamunizioni. Nella terza immagine un forse più pratico porta caricatore di forma circolare, applicato e ruotante su supporto fissato in maniera improvvisata al sostegno dell’arma: ben evidenti sul dorso di questa Schwarzlose alzo e mirino caratteristici per questa tecnica, assente il tromboncino spegni fiamma.

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-Fronte orientale, inverno 1915-1916. Sbarramento antiaereo operato da Schwarzlose in coppia montate su affusti di improvvisazione ricavati da ceppi di alberi recisi. I sottufficiali mitraglieri capo-pezzo osservano con il binocolo la rotta del velivolo e la traiettoria dei traccianti per correggere il tiro. Si noti l’avvolgimento, attorno al manicotto delle armi, di una striscia di panno di lana di colore scuro, idoneo ad impedire la formazione del ghiaccio nell’acqua di raffreddamento delle armi automatiche e, nel contempo garantire, se necessario, l’effetto contrario mediante l’inzuppamento dello stesso durante l’azione di sparo.

-Fronte orientale, trincea austro-ungarica. Postazione contraerea armata con mitragliatrice pesante di preda bellica. Dopo la rivoluzione d’ottobre e la dissoluzione dell’impero russo avvenuta nel 1917, moltissimo materiale bellico prelevato sul campo di battaglia e nei magazzini zaristi rimpinguò gli armamenti e le dotazioni imperiali e regie.

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-Mura del castello di Gorizia, primavera 1916. Risultavano ancora sicure, in quelle giornate, le mura del maniero e quindi vi erano dislocate dai comandi austro-ungarici ottime postazioni di mitragliatrici contraeree. A fianco della Schwarzlose si noti il telemetro, strumento di precisione per il calcolo di tiro delle artiglierie, qui prestato per determinare le coordinate dell’arma automatica in posizione contraerea.

-Monte Pal Piccolo, postazione contraerea austro-ungarica con mitragliatrice posizionata tra le rocce e sul treppiede in dotazione. Si noti appuntato, sul berretto da campo del servente in primo piano, il distintivo della specialità mitraglieri.

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-Per l’utilizzo efficace dell’arma automatica risultavano indispensabili almeno due serventi. Oltre a colui che brandeggiava l’arma sparando, occorreva, alla destra della Schwarzlose, l’indispensabile presenza di un militare con il compito di accompagnare il nastro di tela contenente le cartucce calibro 8 mm. perfettamente allineate. Questi adempimenti servivano ad evitare inceppamenti all’arma garantendo inoltre una costante ed elevata cadenza di tiro nei pochi istanti in cui il bersaglio era stato inquadrato.

-Fronte orientale, mitragliatrice Schwarzlose in posizione contraerea servita da un Honvéd (regio ungarico esercito nazionale). Per un posizionamento stabile e robusto è stato utilizzato un tronco di abete reciso sul quale è stato inchiavardato l’affusto dell’arma.

-Schwarzlose in dotazione al 28° reggimento di fanteria austro-ungarico. L’arma, in questo caso è dotata del tromboncino spegni fiamma avvitato sulla parte terminale della canna. L’accessorio veniva spesso smontato dai mitraglieri perché ingombrante ma anche perché, con la sua azione tendeva a rendere inefficaci le scie dei proiettili traccianti indispensabili per l’esatta traiettoria delle raffiche. La tracciatura dei proiettili si otteneva mediante immersione della pallottola nel fosforo che si incendiava per sfregamento, dopo lo sparo, nella canna dell’arma. I proiettili traccianti venivano intervallati nel nastro della mitragliatrice, aumentando la presenza di questi nella raffica si otteneva un effetto incendiario micidiale per le strutture in legno e tela degli aeroplani o, peggio ancora, per il serbatoio carburante.

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-Inverno 1917-18, Veneto fronte del Piave. Partito l’alleato tedesco coautore dello sfondamento dell’autunno precedente avvenuto a Plezzo e Tolmino e lo spostamento del fronte dall’Isonzo al Piave, gli austro-ungarici furono costretti al progressivo impadronirsi del cielo da parte dell’aviazione dell’Intesa. Inevitabile fu, per il prosieguo delle operazioni militari asburgiche, controbilanciare, aumentando la difesa dei propri combattenti a terra. Trovarono nuove o ulteriori dotazioni, alle sezioni mitragliatrici contraeree, armi ed effettivi aggiuntivi, dotazioni difensive individuali quali la consegna dell’elmo d’acciaio, tecnici come l’accessorio d’appoggio dell’arma automatica alla spalla e l’adozione di supporti più efficaci per la manovrabilità e la dislocazione improvvisata verso l’alto dell’arma. Tutto questo, aggiunto alle indicazioni tecniche di posizionamento fornite dall’alleato tedesco, portarono la contraerea austro-ungarica ad un’operatività eccellente, culminante, anche se inutilmente, nella battaglia del Solstizio.

-Veneto, fronte del Piave, autunno 1918, s’avvicina l’epilogo per la Duplice Monarchia. Si noti la giovane età dei due mitraglieri, specialità che si evince dall’inconfondibile distintivo appuntato al colletto della ruvida giacca prodotta con materiale scadente. Il grande elmo d’acciaio, nella caratteristica produzione antiriflesso di quell’anno, diventa tetra cornice ai visi smunti ed emaciati per la fame insaziabile. Quest’ultima istantanea stride con il messaggio che la propaganda di guerra diffondeva, distribuendo in patria il quadro di chi resisteva ma che in realtà aveva il compito di proteggere, per quanto possibile, la ritirata del proprio esercito in rotta ed incalzato anche dall’aviazione nemica.

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Tavole illustrative di tecnica per il tiro contraereo austro-ungarico con la mitragliatrice

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Il diorama allestito all’interno della mostra

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Autunno 1918 fronte del Piave. Posa per una foto ricordo una squadra mitraglieri austro-ungarici addetti ad una mitragliatrice Schwarzlose mod. 7/12 cal. 8 mm. in posizione contraerea regolamentare per il tiro fisso.

Il caporale, in piedi a sinistra, indossa un cappotto modello unificato del 1917, confezionato interamente in fibre vegetali badando al risparmio di tessuto per la mancanza oramai endemica di materie prime sofferta dalle potenze centrali strangolate economicamente da oltre quattro anni dal blocco navale dell’Intesa. Sul capo porta un elmetto Berndorfer mod. 1917. Il caporale , come addetto alla difesa della squadra mitraglieri, è armato di carabina e porta il normale equipaggiamento del militare di truppa austro-ungarico, composto dal tascapane a tracolla, dal cinturone mod. 15 che sorregge una coppia di giberne mod. 08 e dalla baionetta mod. 95 appesa nella tasca porta baionetta. Sempre a tracolla, pronto all’uso, il contenitore della maschera antigas.

Anche il caporalmaggiore, inginocchiato sulla sinistra della mitragliatrice, indossa un cappotto modello unificato 1917, confezionato con un misto di fibre vegetali e lana riciclata. Sul capo porta un elmetto Berndorfer mod. 1918. Il caporalmaggiore è armato di carabina perché, oltre a essere il servente all’alimentazione dell’arma, è anch’esso addetto alla difesa della squadra mitraglieri. Per questo porta il normale equipaggiamento del militare di truppa austro-ungarico, composto dal tascapane a tracolla, dal cinturone mod. 15 che sorregge una coppia di giberne mod. 08 e dalla baionetta mod. 95 nella tasca porta baionetta. Sul petto, pronto all’uso, il contenitore della maschera antigas. In grembo regge la cassetta porta munizioni di modello piccolo per la mitragliatrice che contiene un nastro dotato di cento colpi. Al suo fianco le cassette di riserva, una grande per il nastro da duecento cinquanta colpi e un’altra piccola.

Il sergente, a destra dell’arma, indossa un cappotto acquistato privatamente, confezionato in vera lana sul taglio del cappotto per armi a piedi mod. 08. Sul capo porta un elmetto Berndorfer mod. 1918. Come tiratore della squadra mitraglieri è armato con una pistola Steyr mod. 12 cal. 9 mm. Il suo equipaggiamento consta in un cinturone mod. 15 che sorregge la fondina per la pistola, la baionetta mod. 95 nella tasca porta baionetta e, sul davanti, la grande tasca per gli attrezzi di prima manutenzione della mitragliatrice. A tracolla il tascapane e il contenitore della maschera antigas. Ai suoi piedi una pistola lanciarazzi.

Anche il sottotenente in piedi sulla destra, comandante la compagnia mitraglieri di cui la squadra fa parte, indossa un cappotto acquistato privatamente, confezionato in ottima lana sul taglio del cappotto per ufficiali mod. 08. Sul capo porta un elmetto mod. 1917 di produzione Böhler. Come equipaggiamento porta un cinturone mod. 15, acquistato privatamente, che sorregge la fondina per la pistola Frommer, la tasca porta documenti e il contenitore porta binocolo con le tracolle che si incrociano. Sul petto pende il binocolo a fianco del contenitore della maschera antigas. Ai suoi piedi lo zaino di tela affardellato appartenente ad uno dei militari della squadra.

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Le conseguenze della contraerea per il pilota avversario

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-Immagini conclusive raffiguranti l’esito dei colpi inferti dalla contraerea agli aeroplani nemici.

-Le esequie dedicate dalla sua Lugo a Francesco Baracca. Le ultime istantanee qui esposte, accomunano uno degli ultimi importanti personaggi del volo colpiti durante il primo grande conflitto mondiale ad uno dei primi, Albert Sanchez de la Cerda, periti entrambi per il fuoco contraereo nemico. Combatterono nemici su fronti diversi morendo per la loro patria.

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L’uniforme del pilota austro-ungarico Albert Sanchez de la Cerda e la sua storia

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Giacca (Rock) di fattura sartoriale da tenente dell’imperiale e regio reggimento di fanteria n.4 della Bosnia Erzegovina, distaccato al corpo aviatorio, appartenuta ad Albert Sanchez de la Cerda.

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1918, capitano dell’imperiale e regia artiglieria austro-ungarica, distaccato al corpo aviatorio, in tenuta estiva da fuori servizio. Indossa una giubba di tela bianca, regolamentare nei territori meridionali del’impero asburgico, di fattura sartoriale. Sulla tasca destra (riferita al soggetto) porta il brevetto di osservatore e, più in basso, la medaglia di guerra turca “Harp Madalyasi” detta “mezzaluna di ferro”. Sulla tasca sinistra porta la croce di ferro germanica di prima classe. Nel medagliere spicca, ultima a sinistra, la croce di ferro germanica di seconda classe nella versione ridotta che gli ufficiali austro-ungarici, decorati con questa croce al merito di servizio, acquistavano privatamente per mantenere un’armonia di dimensione con le altre decorazioni portate.

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CONTESTUALE ALLA MOSTRA SOPRADESCRITTA UN’ALTRA ESPOSIZIONE CURATA DALLA NOSTRA ASSOCIAZIONE. L’ESPOSIZIONE E’ RIMASTA IN FORMA PERMANENTE PRESSO IL MUSEO BARACCA, DI SEGUITO ALCUNE NOTIZIE ED IMMAGINI.

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“Ricordi di Guerra” è l’esposizione in forma definitava di alcuni cimeli austro-ungarici della Prima Guerra Mondiale. Gli oggetti, di rarità assoluta, sono patrimonio appartenente e custodito dal Museo Baracca di Lugo, vengono esposti con la collaborazione del Gruppo di Ricerca Storica “Isonzo” - Gorizia. Presso il Museo, dal 21 novembre 2009 e sino al 27 marzo 2010, sarà inoltre possibile visitare la mostra: “I Guardiani del Cielo dell’Imperatore” riguardante la tecnica contraerea durante il primo conflitto mondiale, mostra allestita dalla predetta associazione goriziana con la collaborazione del Museo Baracca. In contemporanea, nella sala audiovisivi del Museo, verrà proiettato un filmato contenente le circa 250 immagini storiche esaminate per la scelta del corredo alle esposizioni.

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Il comunicato stampa:

Sabato 21 p.v. alle 10, nell’Aula Magna dell’Istituto Stoppa, il Museo Baracca, in collaborazione con il Gruppo Storico “Isonzo” di Gorizia, con l’UNUCI e Assoarma di Lugo, presenta l’allestimento di una nuova sezione del museo, arricchita anche da una mostra temporanea. “Ricordi di Guerra” è l’esposizione in forma definitiva di alcuni cimeli austro-ungarici della Prima Guerra Mondiale. Gli oggetti, di rarità assoluta, patrimonio appartenente e custodito dal Museo Baracca di Lugo, vengono esposti con la collaborazione del Gruppo di Ricerca Storica “Isonzo” di Gorizia.

Presso il Museo, dal 21 c.m. sino al 27 marzo 2010, sarà inoltre possibile visitare la mostra “I Guardiani del Cielo dell’Imperatore” , riguardante la tecnica contraerea durante il primo conflitto mondiale, mostra allestita sempre dall ‘associazione goriziana. In contemporanea, nella sala audiovisivi del Museo, verrà proiettato un filmato contenente le circa 250 immagini storiche esaminate per la scelta della sezione fotografica dell’esposizione. Il programma prevede un saluto del Sindaco di Lugo Raffaele Cortesi, del Presidente dell’UNUCI Renzo Preda ed una conferenza di Andrea Spanghero, studioso goriziano, sul tema del 4 novembre e dell’unità nazionale. Poi, alle 11.15, tutti al Museo ad ammirare il nuovo allestimento. Orari mostra: da martedì a domenica 10-12 / 16-18

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