**“Il Castello di Gorizia nella Grande Guerra” 1915-1918 Storia di un maniero risorto** {{:048castello:001_1898_cartolina_vedute_gorizia.jpg|:048castello:001_1898_cartolina_vedute_gorizia.jpg}} {{:048castello:002_piazza_grande_e_il_castello_1903_-_cartolina_austriaca.jpg|:048castello:002_piazza_grande_e_il_castello_1903_-_cartolina_austriaca.jpg}} {{:048castello:003_il_castello_1903_cartolina_austriaca.jpg|:048castello:003_il_castello_1903_cartolina_austriaca.jpg}} {{:048castello:004_il_castello_1910-_cartolina_austriaca.jpg|:048castello:004_il_castello_1910-_cartolina_austriaca.jpg}} {{:048castello:005_foto_orti_sui_bastioni_orientali_del_castello.jpg|:048castello:005_foto_orti_sui_bastioni_orientali_del_castello.jpg}} {{:048castello:006_porta_leopoldina.jpg|:048castello:006_porta_leopoldina.jpg}} {{:048castello:007_ldst.makp._iii-13_24.10.14_castello.jpg|:048castello:007_ldst.makp._iii-13_24.10.14_castello.jpg}} ** Parte prima : 1900-1914** 001 – Cartolina viaggiata nel 1898, raffigurante tre vedute della città di Gorizia: Piazza Grande ora Piazza della Vittoria, Villa Boeckmann - attualmente utilizzata come condominio, sita nei pressi del Seminario Minore di via Dreossi, ora via Alviano - e l’Hotel Gunkel o “Südbahnhotel”, ubicato in Piazza Ginnastica, l’attuale Piazza Battisti, ora sede del Comando Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli”. Nell’iconografia illustrativa del periodo il castello veniva spesso riprodotto sotto varie angolazioni rappresentando uno degli edifici più rappresentativi della città. (Coll. privata) 002 – Cartolina viaggiata nel 1903. Sotto il Castello o “Schloss” i negozi della Piazza Grande con i loro tendaggi parasole colorati fanno da contorno alla fortezza. La casa accanto a quella la cui tenda parasole riporta il nome della ditta “Zurami Filiputti”, colpita dalle granate italiane nel corso dei bombardamenti della primavera 1916, verrà demolita nel dopoguerra per far posto all’attuale via Bombi, collegamento con l’omonima galleria. (Coll. privata) 003 – Cartolina viaggiata nel 1903, raffigurante una scena di vita nel “borgo castello”. Ai primi del Novecento il nucleo urbano sul colle del castello era un rione con caratteristiche prettamente medioevali, pittoresco e vivace, ma alquanto emarginato dalla città. Sullo sfondo dell'immagine la chiesetta di Santo Spirito, la cui costruzione fu iniziata nel 1398 per volontà della famiglia Rabatta. Era inserita in un contesto edilizio di semplici e antiche case che subirono gravi danni durante la guerra al punto di dover essere demolite tra il 1920 ed il 1935. (Coll. privata) 004 – In una cartolina viaggiata nel 1910 il castello mostra tutte le caratteristiche delle ristrutturazioni avvenute nel corso dell'Ottocento, “...un massiccio, uniforme e scialbo edificio […] adibito, da oltre un cinquantennio dall’inizio delle ostilità della guerra italo-austriaca, a caserma e a sede di Comando Militare austriaco…”, come ebbe a definirlo nel 1924 l’architetto Guido Cirilli, progettista del restauro del castello per conto della Direzione Generale delle Belle Arti di Roma. Lo stesso precisava nella sua relazione iniziale che “…l’edificio centrale, non presentava alcunché di notevole: un muro sforacchiato da innumerevoli finestre rettangolari di ogni dimensione e distribuite tutte intorno con monotonia opprimente...” (Coll. privata) 005 – Cartolina edita nel 1914 a cura della ditta VAS. Riporta la didascalia in tre lingue, italiana, slovena e tedesca, nel rispetto della ripartizione linguistica della popolazione presente sul territorio goriziano. L’immagine riprende il lato orientale del castello e conferma come il borgo costituisse un rione avulso, con un aspetto rurale e completamente diverso da quello attuale. Vi erano orti e vitigni curati dai “ciascelans”, come venivano definiti i residenti con ironia e distacco dai “cittadini”. (Coll. privata) 006 – Cartolina del 1914, ristampa di analoga risalente ai primi anni del Novecento. Un gruppo di contadini “castellani” esce dall’unica porta aperta nella cinta muraria con un carro trainato da due buoi per portare al mercato le primizie degli orti. La porta detta “Leopoldina” fu costruita nel 1660 per onorare la presenza dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo in visita a Gorizia. Le caratteristiche popolane degli abitanti del Borgo vengono così descritte da Giuseppe Le Liévre nel 1900 nella sua guida turistica: “…varchiamo il ponte levatoio e passando i due grossi archi dei vetusti portoni (della porta Leopoldina) giungiamo al largo dove si diramano tre strade. Una a sinistra fiancheggiata da casolari rustici ed orti pensili di ricercati legumi e fiori, [...] la mediana conduce ad una piazza […] fiancheggiata da palazzi costruiti [...] dai feudatari […] e altri palazzi antichi ora abitati da oneste e cortesi famiglie di operai, con una miriade di bambini svolazzanti..” (Coll. privata) 007 - Gruppo di fanti della 3ª Compagnia del “k.k. Landsturm-Marschbataillon Nr.13”, (13° battaglione di marcia della Milizia Territoriale austriaca), all'epoca accasermata al castello di Gorizia. La foto, che li ritrae nel cosiddetto “Cortile dei Lanzi” con tanto di sanitari e cuochi con il mestolo in bella vista, risulta spedita in franchigia da Gorizia il 24 ottobre 1914, sette mesi prima della guerra italo-austriaca. La numerosa guarnigione di Gorizia, costituita da reparti dell'esercito permanente, era già partita per il fronte orientale nell'agosto del 1914, lasciando il posto e il compito della vigilanza al confine con l'Italia a qualche sparuto battaglione di fanti “Landsturm”, la milizia territoriale che veniva costituita solo in tempo di guerra con i richiamati delle classi anziane. (Coll. privata ) ** § § §** {{:048castello:008_au_gorizia_panorama_aereo_prebellico.jpg|:048castello:008_au_gorizia_panorama_aereo_prebellico.jpg}} {{:048castello:009_estate_1915_bastioni_orientali.jpg|:048castello:009_estate_1915_bastioni_orientali.jpg}} {{:048castello:010_soldati_austriaci_ss_spririto.jpg|:048castello:010_soldati_austriaci_ss_spririto.jpg}} {{:048castello:011_062_gorizia_il_castello_e_la_villa_au_luglio_1915.jpg|:048castello:011_062_gorizia_il_castello_e_la_villa_au_luglio_1915.jpg}} {{:048castello:014_torrione_flamg_1.jpg|:048castello:014_torrione_flamg_1.jpg}} {{:048castello:015_torrione_flamg_interno.jpg|:048castello:015_torrione_flamg_interno.jpg}} **Parte seconda 1915 - luglio 1916** 008 Aerofotografia della zona del castello e del centro città scattata da un ricognitore austriaco agli inizi delle ostilità, nel maggio 1915. Gorizia appare ancora integra e così rimarrà ancora fino all'autunno di quello stesso anno venendo a trovarsi in una situazione paradossale, come scrive il Weber nelle sue memorie: “...da tre lati infuriavano davanti alle sue porte combattimenti violentissimi […] Giorno e notte centinaia e migliaia di proiettili urlavano sopra le sue case e le sue ville, sopra le strade, le piazze ed i giardini...”. (Coll. privata) 009-010 Foto austriache databili all'estate del 1915. Sul castello ormai spopolato subentra la presenza sempre più costante dei militari. Nella prima foto si vede sullo sfondo il Seminario Minore, costruito nel 1912 sui terreni della vicina villa Boeckmann, è ancora intatto. Di lì a poco verrà centrato sulla torre da alcune granate italiane che elimineranno temporaneamente l’osservatorio austriaco installato nella parte sommitale. Nella seconda il fotografo ha ritratto la piazzetta antistante la Chiesa di S. Spirito ed alcuni soldati in posa. Non vi è più la presenza dei civili. (Coll. privata). 011 Fine estate 1915: veduta del castello dalla via Dreossi, l'attuale via Alviano e, in primo piano, “Villa Diamantina”. Le prime battaglie dell'Isonzo si erano concluse ed il fronte rimaneva sempre stabilizzato sul Calvario. Scrive il Weber: “... la difesa austriaca di Gorizia era ancora possibile solo grazie all’impegno scrupoloso degli italiani di risparmiarla recando il minimo danno alla città ed ai suoi ponti…”. Poiché il fronte non si sbloccava, nonostante le riserve espresse dal generale Cadorna che “non voleva offrire un mucchio di macerie fumanti al Paese”, gli alti comandi presero la dolorosa decisione di bombardare anche la città. La decisione fu influenzata soprattutto dalle relazioni dell’aviazione che evidenziavano come gli austro-ungarici stessero utilizzando la città rendendola un grande deposito di vettovagliamenti, accantonamento di riserve, sede di comandi e di postazioni d'artiglieria. (Coll. privata) 014 - 015 I torrioni veneti del castello rivolti ad occidente si prestavano ad ospitare ottime postazioni di mitragliatrici contraeree. L’aviazione stava acquisendo crescente importanza, anche se presso entrambi gli schieramenti non era considerata un'arma autonoma, ma alle dipendenze dirette delle Grandi Unità soprattutto per compiti di ricognizione e osservazione a favore dell'artiglieria. La presenza degli aerei e dei palloni frenati “Draken” divenne sempre più una costante nel cielo di Gorizia. Non sempre gli aerei lanciavano bombe ma anche volantini propagandistici o di avvertimento: prima dell’inizio dei bombardamenti più cruenti su Gorizia, alcuni aerei italiani Caproni lanciarono sulla città migliaia di manifestini con i quali il Comando italiano intimava alla popolazione di abbandonare la città preannunciando gli imminenti bombardamenti. Sulla residua popolazione civile di Gorizia - stimata ai primi di luglio 1915 in circa 16.000 unità - l’effetto psicologico risultò notevole, dando l'avvio ad un ulteriore flusso di allontanamento dalla zona del fronte dopo quello verificatosi nei primi due mesi del conflitto. All’inizio del 1916 i residenti civili in Gorizia venivano stimati in poco più di 8 - 9.000 unità, i restanti si erano allontanati autonomamente quasi subito agli inizi di novembre o erano stati trasferiti dalle autorità austriache nei campi per sfollati di Wagna, Pottendorf e altre località minori se di lingua italiana o friulana. Quelli di madrelingua slovena erano stati invitati a recarsi in alcuni centri abitati della Carniola meridionale, quale ad esempio la cittadina di Crnomelj, dove erano stati organizzati dei centri di accoglienza per i profughi. **§ § §** {{:048castello:016_la_perla_dell_isonzo.jpg|:048castello:016_la_perla_dell_isonzo.jpg}} {{:048castello:017_cartolina_italiana_1916.jpg|:048castello:017_cartolina_italiana_1916.jpg}} {{:048castello:018_cartolina_bn_marussig.jpg|:048castello:018_cartolina_bn_marussig.jpg}} {{:048castello:019_cartolina_a_colori_mazzoni.jpg|:048castello:019_cartolina_a_colori_mazzoni.jpg}} {{:048castello:020_prestito_nazionale.jpg|:048castello:020_prestito_nazionale.jpg}} {{:048castello:021_il_re_a_gorizia_domenica_del_corriere.jpg|:048castello:021_il_re_a_gorizia_domenica_del_corriere.jpg}} {{:048castello:022_rr.cc.jpg|:048castello:022_rr.cc.jpg}} {{:048castello:023_soldato_in_pzza_vittori_a_maggio_17.jpg|:048castello:023_soldato_in_pzza_vittori_a_maggio_17.jpg}} {{:048castello:024_via_delle_scuole_ed_il_castello_1916-_cartolina_italiana.jpg|:048castello:024_via_delle_scuole_ed_il_castello_1916-_cartolina_italiana.jpg}} {{:048castello:025_gorizia-panorama_dal_castello.jpg|:048castello:025_gorizia-panorama_dal_castello.jpg}} {{:048castello:026_go_10-8-16_incendio_da_una_granata_austriaca_ppc.jpg|:048castello:026_go_10-8-16_incendio_da_una_granata_austriaca_ppc.jpg}} {{:048castello:027_tetti_verso_castello_1916_ppc.jpg|:048castello:027_tetti_verso_castello_1916_ppc.jpg}} **Parte terza: agosto 1916 – ottobre 1917** 016-017 La conquista di Gorizia del 9 agosto 1916 liberò l'estro di artisti e disegnatori al servizio di case editrici che prosperavano sulla propaganda patriottarda. L'occasione era ghiotta e nel clima di esaltazione nazionale che fece seguito alla prima grande vittoria messa a segno dopo quattordici mesi di lotta passati a contare i metri di pietraia carsica guadagnati e i morti che vi erano costati, il tema della città “redenta” soverchiava ogni altro e già si profetizzava l'imminente Vittoria con l'entrata a Trento e a Trieste delle truppe italiane. La raffigurazione di scorci cittadini e del castello di Gorizia adornati degli immancabili Tricolori divenne ricorrente in questo panorama editoriale e, sempre ai fini propagandistici e per non presentare alla Nazione una città semi-devastata dalle cannonate degli stessi “redentori”, questa viene proposta nella livrea d'anteguerra, cioè rigorosamente intatta, a volte “taroccando” le foto di epoca austriaca con l'inserimento di improbabili bandiere tricolori. (Coll. privata) 018 Neppure Guido Marussig (1885-1972), la cui raffinata arte grafica si forma alla scuola viennese della “Sezession”, si sottrae all'opportunità di rimuovere in questa incisione gli aspetti “negativi”, celebrando il 9 agosto 1916 con un castello perfettamente integro, cioè ancora “austriaco”, ma sormontato da un Tricolore. (Coll. privata) 019 A Giuseppe Mazzoni (1881-1957) artista-soldato nella Grande Guerra (era tenente), va riconosciuta l'onestà intellettuale di aver voluto interpretare il castello nel suo aspetto reale di edificio danneggiato, seppur lievemente. La cartolina fa parte di una serie edita nel 1916 dal giornale “La Tradotta” in cui Gorizia e le altre città ancora irredente (Trento, Trieste, Pola) sono raffigurate con la costruzione più rappresentativa (Castello del Buon Consiglio, Cattedrale di San Giusto, Arena) accostate, non al Tricolore, ma ai propri stendardi comunali che garriscono al vento. (Coll. privata) 020 Un inesauribile filone propagandistico che attraversò tutto il periodo della Grande Guerra fu quello che inculcava attraverso le cartoline postali il dovere patriottico di sottoscrivere i prestiti di guerra. In questa cartolina di elegante e sintetica grafica “Liberty” diventa autorevole “testimonial” Emanuele Filiberto di Savoia Duca d'Aosta, che sovrasta con la sua figura a tutto campo il castello di Gorizia, a ricordare la conquista più bella della sua Terza Armata. (Coll. privata) 021 Pochi giorni dopo la presa di Gorizia, il 20 agosto 1916, il re Vittorio Emanuele in persona rese visita alla “santa città redenta”, accolto “da un'ovazione della popolazione Italiana”. L'avvenimento non poteva non essere riportato in copertina della “Domenica del Corriere” attraverso l'interpretazione pittorica dell'insuperabile Achille Beltrame, che qui ritrae il sovrano - accresciuto di qualche centimetro e con l'inseparabile macchina fotografica del suo hobby - mentre in una Piazza Grande popolata da soli e pochi militari conversa con il maggiore dei Carabinieri Reali Sestilli, Regio Commissario per la città. Non sappiamo se il luogo della conversazione fosse stato proprio ai piedi della colonna del Santo Ignazio (che con la ristrutturazione in corso della piazza oggi è ritornata in questa posizione originaria), ma di certo l'inquadratura con il castello sullo sfondo ben si presta a rappresentare in tutta Italia la città conquistata. (Coll. privata) 022 Questa ripresa degna di un Capa o di un Cartier-Bresson ed eseguita nel 1916 dal servizio fotografico del Regio Esercito, sintetizza da sola il “cambio della guardia”. Sul portone del castello questa viene ora montata da un Carabiniere con l'immancabile lucerna dal telino grigio-verde e lo smisurato, antiquato fucile Vetterli-Vitali. La figura in penombra si staglia sulla garitta austriaca dipinta a scaglioni bianco-rossi, ricordo dell'antica potenza militare, ora mestamente aggredita dalle erbacce, mentre in un angolo un tumulo di calcinacci mantiene in sicurezza alcune granate rimaste fortunatamente inesplose. (Coll. privata) 023 Nel novembre 1916 il degrado e lo stato di abbandono in cui versa Gorizia e il suo castello risultano già evidenti nella foto in cui un soldato italiano libero dal servizio si fa riprendere adagiato sui reticolati di filo spinato stesi lungo tutta la Piazza Grande. Con la stabilizzazione del nuovo fronte sulle alture a est della città tutte le vie che portano in quella direzione vengono prudenzialmente sbarrate da cavalli di Frisia e fitti reticolati, mentre i passaggi esposti all'osservazione nemica proveniente dal Monte Santo e dal San Gabriele vengono mascherati con ampi festoni realizzati con cannelle palustri. 024 Una cartolina tratta da una foto scattata dallo sbocco di via delle Scuole (ora via Mameli) verso piazza Grande nei primi giorni di Gorizia italiana, mette in evidenza l'ampiezza dello squarcio quasi geometrico provocato sulla casa “Paternolli” dall'esplosione di un “280” italiano caduto nel corso dei terribili bombardamenti di metà novembre 1915. L'edificio era allora sede di una rinomata casa editrice e tipografica fondata a metà Ottocento da Giovanni “Nino” Paternolli, di famiglia originaria del Trentino e nel dopoguerra diverrà più noto come casa “Bombi”, dal nome dei nuovi proprietari. (Coll. privata) 025 Fin dai tempi più remoti il potere civile o militare usava insediarsi nei punti più elevati (quando esistevano) di una comunità abitata e a rinchiudersi entro una cinta di mura o nel “palazzo”. Dagli spalti le ronde armate vigilavano sull'ordine pubblico e scrutavano l'orizzonte. Per secoli il castello di Gorizia assolse questa funzione e la vedetta italiana che fa buona guardia è al momento solo quella dell'ultimo esercito arrivato. Poi, alcuni anni dopo, verranno anche i tedeschi e infine gli americani, sempre a fare la ronda sugli spalti. (Coll. Privata) 026 Come in una repentina inversione nella direzione del vento, a partire dal 9 agosto 1916 i colpi di artiglieria che fino a quella data cadevano quasi quotidianamente sull'abitato di Gorizia provenienti sempre dalla stessa parte, cioè dalle linee italiane, ora provengono con immutata cadenza da quelle austro-ungariche. A farne le spese sempre i punti di passaggio tra una parte e l'altra della città, quasi ininterrottamente attraversati da truppe e rifornimenti, e con essi le costruzioni adiacenti. Sul borgo San Rocco, attraverso il quale si accedeva verso il nuovo fronte della Vertoibizza e del San Marco, l'artiglieria austro-ungarica prese ad accanirsi fin da subito con particolare insistenza, come è dimostrato da questa foto ripresa il 10 agosto 1916 dal torrione meridionale del castello. (Coll. privata) 027 Non solo i nodi stradali e i punti di passaggio costituivano le vittime predestinate dell'artiglieria avversaria, ma anche i punti di osservazione accertati o ritenuti tali. Allorché il 12 maggio 1917 si accese la 10ª Battaglia dell'Isonzo, che ebbe nel settore tra il Monte Santo e il San Gabriele uno dei punti più combattuti, l'artiglieria austro-ungarica provvide tempestivamente ad “accecare” con un grosso calibro ben assestato, l'osservatorio italiano impiantato nel castello sopra la cosiddetta “Porta di Salcano”, un punto dal quale si spaziava interamente su questo teatro di operazioni. Da questa foto, in cui i tetti delle case di via Morelli appaiono eccessivamente “schiacciati” contro il colle a causa di particolari effetti ottici, si può notare come il colpo abbia arrecato al nucleo centrale del maniero il più consistente danno tra tutti quelli caduti in precedenza. (Coll. privata) ** § § §** {{:048castello:028_panorama_dal_castello_10-1917.jpg|:048castello:028_panorama_dal_castello_10-1917.jpg}} {{:048castello:029_carlo_e_zita_sul_castello_11-1917.jpg|:048castello:029_carlo_e_zita_sul_castello_11-1917.jpg}} {{:048castello:030_carlo_e_zita_11-1917.jpg|:048castello:030_carlo_e_zita_11-1917.jpg}} {{:048castello:031_i_resti_dell_osservatorio_italiano_11-1917.jpg|:048castello:031_i_resti_dell_osservatorio_italiano_11-1917.jpg}} {{:048castello:032_trincee_it_sul_castello_1918.jpg|:048castello:032_trincee_it_sul_castello_1918.jpg}} {{:048castello:033_guglielmo_ii_e_carlo_sul_castello_2-1918.jpg|:048castello:033_guglielmo_ii_e_carlo_sul_castello_2-1918.jpg}} {{:048castello:034_a_passeggio_in_piazza_grande_06-1918.jpg|:048castello:034_a_passeggio_in_piazza_grande_06-1918.jpg}} {{:048castello:035_la_contessa_ed_il_cannone.jpg|:048castello:035_la_contessa_ed_il_cannone.jpg}} **Parte quarta: ottobre 1917 - ottobre 1918 ** 028 All’alba del 28 ottobre 1917 le truppe austro-ungariche ritornano a Gorizia. Lo sfondamento avvenuto a Caporetto il 24 ottobre ha determinato la ritirata italiana anche dalle postazioni del medio e basso Isonzo faticosamente conquistate. Gorizia è stata da poco abbandonata dalle truppe italiane, ora velocemente dirette verso il Tagliamento e infine alla linea del Piave ove si attesteranno definitivamente. Il 29 ottobre l’imperatore e re Carlo d’Asburgo giunse a Gorizia e salì al castello. Il fotografo nella stessa giornata ha ripreso dai bastioni la desolazione di una città semi-abbandonata e gravemente danneggiata dagli eventi bellici. (Coll. privata) 029 Il sovrano asburgico ritornò successivamente a Gorizia il 19 novembre 1917 accompagnato non solo dai comandanti militari ma anche da parte della sua corte e dalla consorte, l’imperatrice e regina Zita. La cartolina ritrae la coppia imperiale con la contessa Bellegarde, dama di compagnia al seguito dell’imperatrice, mentre sostano sui bastioni occidentali del Castello. L’imperatore indossa l'uniforme da Grande Ammiraglio, comandante in capo dell'imperiale e regia Marina da guerra. (Coll. privata) 030 Scesa dai bastioni, la coppia imperiale sostò a visitare anche i resti della chiesetta di Santo Spirito. (Coll. privata) 031 Il castello era ormai ridotto in rovina sotto i colpi degli entrambi eserciti. La foto, datata 1° novembre 1917, riprende ciò che resta dell’osservatorio italiano situato sui bastioni orientali delle mura interne. (Coll. privata) 032 Anche il Borgo fu duramente investito dagli eventi bellici. La zona dei bastioni rivolti verso la Val di Rose, attualmente la zona dell’ex valico di Casa Rossa, un tempo costellata di ubertosi orti e vitigni, si presenta ora sconvolta dai trinceramenti costruiti dagli italiani. Le semplici case contadine a ridosso degli edifici nobiliari sono ridotte ad un cumulo di rovine ed il maniero evidenzia le distruzioni subite dai grossi calibri austriaci. In particolare si notano in controluce le travature superstiti del salone degli Stati Provinciali. (Coll. privata) 033 Carlo I d’Austria (IV come re d'Ungheria) ritornò varie altre volte a Gorizia, Ai primi di febbraio del 1918 visitò Gorizia accompagnato dall’Imperatore tedesco Guglielmo II. La foto ritrae i due imperatori accompagnati dai rispettivi Stati Maggiori. L’ultimo soggiorno a Gorizia avvenne il 2 e 3 agosto 1918, durante il quale Carlo discusse, senza successo, anche con gli alleati germanici, l’intendimento di porre fine alla guerra. (Coll. privata) 034 – 035 Ore 14 di un’estate novant’anni addietro, scene di un'ordinata devastazione. Pare che decine di orbite cavate degli occhi seguano con lo sguardo assente dei ciechi le due figure che camminano a passo lesto davanti all'obiettivo del fotografo, autore incaricato di fissare questo piccolo attimo fuggente. La “belle époque” già non esiste più, spazzata via inesorabilmente dal primo, grande conflitto mondiale e le orbite vuote di volti sfigurati e anneriti dai colpi sono le finestre senza vetri che un tempo brillavano come pietre preziose incastonate nelle eleganti facciate degli antichi palazzi. Il castello domina sempre la piazza nonostante sia stato sconvolto dalle offese italiane e austro-ungariche patite per ventotto mesi. In questa assolata e silenziosa immagine alcuni tetti privati dei coppi mettono a nudo le riparazioni improvvisate con coperture di carta catramata; la sede della Società degli Impiegati Civili sfondata, penzolante e puntellata; la casa “Paternolli”, centrata in pieno da un grosso calibro. Nonostante tutto, nonostante lo scenario di distruzione, colpisce la sensazione di “ordinato disastro” in cui l'educazione mitteleuropea impone di presentare la piazza pulita e sgombra dei calcinacci e macerie che ancora la costellavano alla fine di ottobre dell’anno precedente nel corso della visita fatta dall’imperatore Carlo all'indomani dell'abbandono italiano della città. Madre e figlio incedono nella calura, lei una nobildonna con l'ombrellino sfizioso dei bei tempi andati ci rimanda con il pensiero alla medesima figura che due mesi dopo, il 6 ottobre 1918, scriverà una cartolina ai genitori residenti all’interno dell’Impero la cui fine si approssimava. L’immagine la ritrae a fianco di un obice abbandonato un anno prima dagli italiani nel precipitare degli eventi di Caporetto, trofeo di un'illusione di pace. Di questi giorni novant'anni fa, il destino dei popoli scandiva inesorabile gli ultimi istanti di vita della duplice monarchia, poi la dissoluzione al proprio interno, Vittorio Veneto e infine, ai primi del novembre successivo Gorizia fu tutta un tripudio di bandiere tricolori. (Coll. privata) ** § § §** {{:048castello:036_agosto_1916_il_leone_ritrovato_nel_museo.jpg|:048castello:036_agosto_1916_il_leone_ritrovato_nel_museo.jpg}} {{:048castello:037_posa_del_leone_1919.jpg|:048castello:037_posa_del_leone_1919.jpg}} {{:048castello:038_la_chiesa_di_s_spirito_1919.jpg|:048castello:038_la_chiesa_di_s_spirito_1919.jpg}} {{:048castello:039_pre-ricostruzione_1930.jpg|:048castello:039_pre-ricostruzione_1930.jpg}} {{:048castello:040_rovine_alla_porta_di_salcano_len.jpg|:048castello:040_rovine_alla_porta_di_salcano_len.jpg}} {{:048castello:041_castello_30.07.jpg|:048castello:041_castello_30.07.jpg}} ** Parte quinta : 1919 – La ricostruzione** 036 Il leone di San Marco, lo stesso che oggi sovrasta il portone d’ingresso nella cinta muraria interna del castello, fu fotografato nell’agosto 1916 dai militari italiani all’interno del lapidario del Museo provinciale di palazzo Attems, dove giaceva da tempo. Il leone fu trasportato a Gorizia dai veneziani nel 1508, dopo che le truppe della Serenissima comandate da Bartolomeo d’Alviano ebbero assalito e conquistato il castello al termine di una cruenta battaglia preceduta da un intenso bombardamento. La guarnigione asburgica decimata, guidata dal capitano di Gorizia Andrea di Lichtenstein, fu costretta alla resa e dovette abbandonare la città il 26 aprile 1508. I veneziani rimasero a Gorizia fino al 1° giugno 1509 e in questo lasso di tempo potenziarono le difese del castello non riuscendo, però, a collocare il leone marciano sul portone del maniero. (Coll. privata) 037 Gorizia ripresa dagli italiani - giunti in città il 6 novembre 1918 - aveva bisogno di simboli che sancissero l’italianità del territorio. I comandi militari decisero di utilizzare il leone marciano e nell’aprile del 1919 il generale Cattaneo, comandante della piazza di Gorizia, così scriveva: “nella mia mente la visione della liberazione completa della cara città si confondeva in sintesi con l’immagine del bel leone di San Marco ricondotto al suo posto”. La foto ritrae i lavori di messa in opera del manufatto, che verranno ultimati alla presenza delle autorità civili e militari il 25 aprile 1919. (Coll. privata) 038 Cartolina illustrata risalente ai primi anni Venti. I drammatici eventi della Grande Guerra hanno lasciato desolazione e distruzioni. La popolazione è rientrata in città, si avviano i lavori di demolizione degli edifici pericolanti, di restauro e ricostruzione degli edifici meno danneggiati. Vengono avviati progetti di nuove urbanizzazioni. Il borgo Castello invece rimane quasi avulso dall’opera di ricostruzione della città. Vengono eseguiti lavori di sgombero delle macerie e di messa in sicurezza delle case pericolanti. Sulla piazzetta deserta con il pozzo del borgo sono cresciute le erbacce. Tutto sembra trascurato. Il bilancio di 28 mesi di guerra risulterà pesantissimo sulla popolazione: 231 civili morti peri fatti bellici, più di 10.000 sfollati, dei quali circa il 20% perirà lontano dalla città soprattutto per l’epidemia di “spagnola”. Il tessuto urbano della città rimase sconvolto: 680 case rase al suolo dagli opposti bombardamenti, 824 parzialmente abbattute e 1.279 danneggiate. Pochissime quelle integre. Notevoli furono i danni subiti dal patrimonio artistico e storico della città, come scrive il Moschetti nella relazione del 1931 per l’Istituto federale delle Casse di Risparmio delle Venezie: “Ben cinquantadue pagine riempie l’elenco delle cose perdute dai proprietari e tra esse ci si imbatte ad ogni tratto in oggetti che avevano pregio d’arte e di antichità.” (Coll. privata) 039 Foto risalente alla fine degli anni Venti. Il castello è stato messo in sicurezza e sgomberato dalle macerie. Di li a poco inizierà la ricostruzione. Scrive il Ranieri Cossar nel 1937: “aveva l’aspetto di un colosso mortalmente ferito in pieno. L’edificio centrale colpito da quattro proiettili da 305 mm ( austriaci ) [..].sembrava che da un momento all’altro dovesse crollare [..] Ciò che la guerra aveva ancora rispettato, le intemperie lo condannavano all’estrema distruzione. Fra quelle alte mura pericolanti [..] si arrischiò per primo Giovanni Cossar coll’unico intendimento di portare i primi soccorsi al più importante monumento storico di Santa Gorizia”. Il Giovanni Cossar era all’epoca il Direttore del Museo Civico, divenuto poi Museo provinciale. (Coll. privata) 040 La riscoperta dell’antica porta di Salcano in una foto degli anni Trenta scattata durante l’intervento di ricostruzione del castello. Si discussero varie ipotesi sulla sua sorte, che andavano dalla volontà di lasciarlo distrutto, adibito a luogo museale simbolo della guerra, tesi sostenuta dalla direzione Militare Lavori della Venezia Giulia, a quella definitiva voluta dall’Ufficio delle Belle Arti di Trieste che si impose nel voler ricostruire il maniero in una forma più possibile congrua alle sistemazioni medioevali e cinquecentesche, comunque precedenti alle ristrutturazioni asburgiche del Sette-Ottocento. Tra la stesura del progetto, coordinata dall’architetto Cirilli, ed il suo ripristino, passarono dieci anni. I lavori iniziarono nel 1934 e terminarono nel 1937. Il castello fu infine riaperto alla popolazione il 7 settembre di quell'anno alla presenza di S.A.R. il Duca Amedeo D’Aosta. (Coll. privata) 041 Il castello oggi, tra luci ed ombre in un tramonto di fine estate.(foto Chersovani)