IL SABOTINO RISCOPERTO

E’ motivo di soddisfazione poter constatare che la prima escursione di gruppo, effettuata dall’Associazione “Isonzo” domenica 7 maggio 2006 sul Monte Sabotino, ha riscosso ampio successo e pienamente raggiunto il duplice scopo che si prefiggeva: ripercorrere con cognizione di causa i sentieri della memoria e della sofferenza novant’anni dopo i sanguinosi eventi che vi si svolsero e stimolare l’interesse storico tra i soci partecipanti e i loro familiari e amici.

Il monte, icona del panorama Goriziano, aveva già conosciuto una notevole fama turistica nel periodo tra le due guerre, per lo più legata ai riti del reducismo e dei pellegrinaggi sui patri campi di battaglia, allora in auge. Delimitato come Zona Sacra al pari del Monte san Michele, con il quale condivise il ruolo di pilastro della testa di ponte austriaca di Gorizia fino alla sua caduta nell’agosto 1916, ospitò fino alla seconda guerra mondiale un piccolo museo di ricordi bellici con annessa abitazione del custode.

Poi, negli anni della guerra fredda su tutta l’area del Sabotino calò l’impenetrabile cappa della zona militare e questa rimase interdetta, su entrambe i versanti del confine italo-jugoslavo, a ogni frequentazione non esplicitamente autorizzata. L’ex museo italiano, rimasto in territorio jugoslavo, venne riciclato in casermetta dai “graniciari” della federativa mentre, a poche decine di metri da questa, ma non in vista, i reparti italiani si avvicendavano (per primi quelli della divisione “Mantova”, da ultimi quelli del “Torino”) sull’ultimo avamposto nazionale del monte a presidiare la loro buzzatiana “fortezza Bastiani”, sul cui “deserto dei Tartari” si intrecciavano, sovente, opposti effluvi di pummarole e cevapcici. Senza voler scomodare il Leopardi e il suo ermo colle, non mi trattengo dal dire che anche il Sabotino riesce ad essermi “sempre caro”, se non altro perché al mattino, avvolgendo le tapparelle delle finestre, è la prima cosa che mi entra prepotentemente in casa assieme ai miasmi di una fonderia di Salcano. Il fatto di non aver potuto accedervi in anni giovanili, restò per lungo tempo un’inconfessata frustrazione. Poi, un giorno, crollò il Muro, la Storia si mise nuovamente a correre e quello che eravamo abituati a chiamare il “Blocco dell’Est”, con i suoi misteri e le sue diffidenze, entrò in un vortice centrifugo in cui la dissoluzione della Jugoslavia rappresentò l’ultimo atto. La nuova repubblica di Slovenia, così come fu velocissima a inserirsi politicamente ed economicamente sulla via dell’Europa unita, fu altrettanto rapida nel riappropriarsi di un passato comune, quello Asburgico, che la storiografia ufficiale jugoslava aveva posto in una luce negativa se non addirittura rimosso dalle esercitazioni culturali, ma soprattutto fu estremamente perspicace nel ritenere che i siti e le vestigia della Grande Guerra ubicati sul suo territorio, se opportunamente recuperati e valorizzati, potevano divenire una risorsa turistica inesauribile e anche fonte di ricchezza.

La Grande Guerra sul fronte dell’Isonzo e del Carso divenne, inoltre, territorio di esplorazione sul quale ora approdano le nuove ansie slovene di indagine storica e l’ambito in cui le istituzioni culturali e i singoli individui e/o associazioni possono confrontare le loro esperienze. Ma è stato sul Monte Sabotino, in particolare, che si è materializzato un nuovo e particolare spirito di collaborazione transfrontaliera. In concorso con le autorità militari italiane e quelle civili di Nova Gorica e grazie ai lavori di volontari italiani e sloveni, il Centro Ricerche Storiche e Archeologiche del Goriziano, sotto la guida competente del suo fondatore e animatore Mario Muto, ha potuto recuperare e conservare quel che poteva del complesso dell’antico eremo del San Valentino, posto sulla quota 535, in un’area a cavallo del confine.

Dalla parte slovena i giovani e intraprendenti soci dell’associazione culturale “Društvo Soška Fronta” (Fronte dell’Isonzo) hanno pianificato e pazientemente messo in opera un piano, non ancora concluso, di capillare recupero delle opere di guerra fisse (caverne, gallerie, trincee, camminamenti) per renderle turisticamente fruibili con opportuni percorsi guidati. Il turista oggi può liberamente (e comodamente) accedervi dalla parte slovena con la propria auto fino al rifugio-posto di ristoro ricavato nei locali di quella che già fu la casermetta dei graniciari e prima ancora il museo italiano. Qui il suo bravo titolare, sig. Bogdan oltre ad offrire una squisita cucina, intrattiene i suoi clienti con la visita guidata alle vicine gallerie di guerra e con un interessante, quanto ben fornito, piccolo museo di testimonianze iconografiche concernenti la guerra sul Sabotino e di reperti dell’epoca venuti alla luce nel corso delle operazioni di ripristino. L’accesso per la vecchia strada militare all’ex casermetta italiana (unico appagamento: uno splendido panorama su Gorizia e anche fino al mare nelle giornate limpide) è possibile solo a piedi o in mountain-bike, essendo questa, dopo la sua smilitarizzazione, zona di tutela forestale, in pratica il regno del no-se-pol, se sommata alla vigente appartenenza al demanio militare degli accennati manufatti, smilitarizzati sì, ma non formalmente dimessi dall’amministrazione militare. Per rispetto a quelli tra noi che non erano baldi marciatori, né pedalatori d’altura o ascetici contemplatori del creato (praticamente tutti…), abbiamo optato per la via più comoda e gratificante: il percorso sloveno in auto, con meta finale la tavola imbandita del signor Bogdan.

La giornata del 7 maggio sembrò iniziare sotto i migliori auspici meteorologici e dopo una breve attesa sul punto convenuto, il piazzale della Casa Rossa a Gorizia, verso le 8,30 l’autocolonna mosse per dirigersi verso Salcano e da qui, oltre il nuovo ponte sull’Isonzo, lungo la cosiddetta “strada di Osimo” che corre sul versante meridionale del Sabotino in direzione di Hum, sul Collio sloveno. Questa strada deve il nome alla località marchigiana sede del trattato stipulato nel 1975 tra l’Italia e la Jugoslavia per chiudere un contenzioso di frontiera e d’altro che si trascinava dal 1947. La sua particolarità consiste nell’essere stata costruita come un corridoio sigillato in territorio italiano, per consentire una rapida comunicazione tra il capoluogo Nova Gorica e le località del Brda (Collio sloveno), in precedenza raggiungibili solo con un lungo giro dalla valle dell’Isonzo via Plava e Verhovlje. A metà circa di questo tragitto, in corrispondenza di uno stretto valloloncello (ben visibile a distanza in stagione di defoliazione arborea), il monte viene perpendicolarmente attraversato in direzione della val Peumizza da una faglia tettonica, che secondo i geologi (fonte: sig. Muto), potrebbe in qualsiasi momento manifestare fenomeni sismici. E molto sorpresi rimasero gli amici della comitiva nell’apprendere che la vicina località di Marmoria (Marmorje) deve il nome al fatto che anticamente vi si estraeva una qualità di marmo rosa, erroneamente ritenuto marmo di Verona, che andava ad abbellire le chiese e i palazzi e del Goriziano e dal quale furono scolpite anche le colonnine delle bifore gotiche del palazzo dei Conti nel castello di Gorizia.

Subito dopo il bivio di Gonjače, lasciata alla nostra sinistra la strada che prosegue verso Plava e l’Isonzo, iniziammo la strada sterrata, lunga circa sette chilometri e mezzo che ci avrebbe condotto alla meta.

Di Sergio Chersovani

CONTINUA.....

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Vedi anche:

MONTE SABOTINO