ISONZO SUL PAL PICCOLO

Domenica 24 giugno 2007, nuova escursione di Isonzo-gruppo di ricerca storica con destinazione Pal Piccolo. Come sempre a guidarci Roberto Lenardon che, profondo conoscitore dei luoghi (il Pal Piccolo è il “suo” monte), ci ha illustrato in maniera storicamente professionale i fatti e le vicende . Eravamo accompagnati anche da una mascotte.

Queste pagine raccolgono le fotografie più belle di questa gita, abbiamo pensato di inserire anche le immagini di alcuni dei meravigliosi fiori che crescono su queste pendici.

A cura di Roberto segue poi una dettagliatissima ricerca arricchita da alcune immagini di “com’era e com’è oggi il monte”. Crediamo che queste pagine possano risultare interessanti al visitatore , le dedichiamo a chi per svariati o sfortunati motivi in quei luoghi non può recarsi.

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:pal:dscn1479.jpgLa mascotte

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Stella alpina o Edelweiss (Leontopodium alpinum)

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-Garofano montano - Dianthus barbatus. -Giglio martagone - Lilium martagon. -Eliantemo a fiori grandi (Helianthemum nummularium subsp. grandiflorum). -Non ti scordar di me (Myosotis alpestris). -Dianthus barbatus. -Anemone dei boschi o Anemone bianca (Anemone nemorosa). * * :pal:fiori_2.jpg -Croco bianco o Zafferano alpino (Crocus albiflorus). -Rosa alpina (Rosa pendulina). -?. -Doronico austriaco (Doronicum austriacum). -Sassifraga incrostata (Saxifraga crustata). -Rododendro o Rosa delle Alpi (Rhododendron ferrugineum). * * :pal:iori_3.jpg -Ginnadenia delle zanzare (Gymnadenia conopsea).



LA GRANDE GUERRA NEL SETTORE DI MONTE CROCE CARNICO

di Roberto Lenardon

I luoghi

Mentre le montagne tutto attorno al passo di Monte Croce Carnico - Plöckenpass hanno caratteristiche tipicamente alpine, il piccolo gruppo formato dal Pal Piccolo - Kleiner Pal (1886 m.), dal Cuelat - Freikofel (1757 m.) e dal Pal Grande - Grosser Pal (1809 m.) presenta aspetti morfologici ben diversi. Questi tre monti si staccano dal massiccio del Piz Timau verso occidente e si ergono come una muraglia strapiombante fra le due strette valli parallele del torrente But a sud e del torrente Anger a nord, lasciando a ovest la profonda apertura del passo. Il Pal Piccolo non ha una vetta unica, ma la sua sommità forma un piccolo altopiano tormentato da valloncelli, forre, cocuzzoli e doline che gli danno un aspetto carsico, la cui forma ricorda un “3” rovesciato sulla sinistra, con le cime del versante settentrionale più alte di quelle del versante meridionale, contornanti a oriente la piccola conca della casera Pal Piccolo di sopra. Ad est il Pal Piccolo digrada con una serie di cocuzzoli e vallette, chiamati tutti insieme Dosso del Cammello - Kamelrücken, fino ai piedi del Freikofel. Questo grande dente di roccia, la cui sommità ricorda un torrione medioevale, sorge improvviso dal caotico viluppo del Dosso del Cammello. La sua parete settentrionale cade a picco sulla valle del torrente Anger, mentre il versante italiano, dopo un incredibile salto di roccia quasi verticale, risulta meno dirupato.

Proseguendo verso oriente, dal Freikofel si scende attraverso la selletta Freikofel, anch’essa un intrico di valloncelli, cocuzzoli e doline come il Dosso del Cammello, al passo del Cavallo - Rossbodenpass (1590 m), un ampio valico fra la valle dell’Anger e la conca delle casere Pal Grande di sotto e di sopra. Dal passo del Cavallo sale il Pal Grande (1809 m), la cui sommità è divisa come da un pettine in due creste di cimette contrapposte che si riuniscono poi in un’unica cresta di vetta. Il Pal Grande si salda poi con il Piz Timau, dove le caratteristiche morfologiche delle montagne ritornano alpine.

Un passo indietro

Il passo di Monte Croce Carnico è uno dei valichi più antichi delle Alpi, conosciuto e utilizzato già in epoca etrusca e durante tutto il medioevo. Quando furono resi meglio percorribili i valichi di Tarvisio - Coccau e del Brennero, più facilmente transitabili durante la stagione invernale, la sua importanza come via di comunicazione fra il nord ed il sud dell’Europa decadde grandemente. Dopo la guerra del 1866 fra regno d’Italia e regno di Prussia da una parte e impero d’Austria dall’altra, il passo divenne uno dei tanti piccoli valichi di importanza locale lungo il confine fra i due stati, triste via di emigrazione stagionale per le popolazioni carniche, costrette a cercare all’estero il sostentamento per le loro famiglie.

Alla fine delle guerre d’indipendenza il giovane regno d’Italia, cercando riconoscimento e sostegno politico all’estero, si era avvicinato all’impero Austro-Ungarico, ma il fatto di essere formalmente alleati non aveva impedito ai due governi di far erigere fortificazioni e sbarramenti lungo l’arco del confine, cosicché all’inizio del nostro secolo i punti di transito fra i due stati erano ben difesi. Il passo di Monte Croce Carnico era stato invece dimenticato: a sua protezione da parte austro-ungarica vi era una baracca - fortino costruita in pietra e risalente all’epoca napoleonica, da parte italiana mancavano addirittura le strade per portare cannoni di medio e grosso calibro in posizione nei pressi del confine.

Lo scoppio della prima guerra mondiale

Dieci anni prima dell’inizio del nostro secolo, anche se i comandi supremi rimanevano scettici e ritenevano inconcepibile combattere in montagna anche durante la bella stagione, in tutti gli eserciti europei erano nati o stavano per essere creati su iniziativa di pochi ufficiali entusiasti i primi reparti militari specializzati nel combattimento nelle zone alpine. Quella tragica estate del 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale le imperial-regie truppe da montagna austro-ungariche, reclutate nei territori del Voralberg, del Tirolo, della Carinzia, della Carniola e della Stiria, partirono come le altre fanterie per il fronte russo. Dopo il primo anno di guerra l’esercito austro-ungarico era stato letteralmente distrutto, aveva subito perdite spaventose, superiori all’80% e i suoi magazzini di munizioni e di viveri erano vuoti.

Quando un nuovo avversario si affacci all’orizzonte, ai pochi reparti organici della Landsturm, la milizia territoriale, disponibili per difendere il confine meridionale della duplice monarchia si affiancarono i reparti volontari degli Standsschützen, gli appartenenti all’associazione dei tiratori, vecchi ed adolescenti non in età di leva, inquadrati frettolosamente da ufficiali e sottufficiali richiamati dal fronte russo o in convalescenza in patria per ferite. Questi reparti raccogliticci e male addestrati si schierarono a fianco dei massicci forti, unico vero baluardo a difesa del confine, e attesero il primo urto del regio esercito.

Anche se oggi può sembrare assurdo, al momento di scendere in campo il regno d’Italia dichiarò guerra solo all’Austria-Ungheria e non all’impero di Germania. Nonostante ciò il comando germanico inviò in territorio trentino e tirolese i reparti militari dell’Alpenkorps, che si schierarono in prima linea a necessario supporto delle scarse forze austro-ungariche.

L’intervento italiano

Il 24 maggio 1915, quando iniziarono le ostilità, gli increduli comandi austro-ungarici videro che il regio esercito italiano era ben lontano da essere quello strumento micidiale pronto a scattare in avanti che tutti temevano. Costretto dall’alleanza stretta con Francia, Russia e Gran Bretagna a muoversi prima del previsto, pena il soffocamento economico, il comando supremo italiano entrava in guerra senza che i suoi effettivi fossero radunati, completati e pronti allo sforzo. Addirittura in certe zone di confine non esistevano strade adatte al passaggio delle pesanti trattrici d’artiglieria, e la Carnia era una di queste. Questa tragica impreparazione portò ad una fase di stallo sul nuovo fronte della durata di un paio di settimane, che i comandi austro-ungarici utilizzarono per togliere dal fronte russo truppe meglio addestrate e occupare, dove possibile, posizioni favorevoli anche oltre la linea di confine e privò il comando supremo italiano della possibilità di sfruttare la teorica superiorità schiacciante di uomini e di mezzi.

Le direttive emesse dal capo di stato maggiore, il generale Cadorna erano ben chiare, vista la conformazione a “S” inclinata della linea del confine, era evidente il pericolo che poteva derivare da un eventuale attacco austro-ungarico dal Trentino: i reparti italiani a est del Piave sarebbero rimasti chiusi in un’enorme sacca. Sul fronte montano, con rapidità e decisione si sarebbero dovuti quindi occupare il maggior numero di obiettivi di importanza strategica situati anche in territorio nemico, per creare un robusto fronte difensivo facilmente presidiabile che permettesse di salvaguardare le spalle e concentrare poi tutti gli sforzi del Regio Esercito sull’Isonzo: obiettivi Lubiana e Vienna. Ma i suoi subordinati non si attennero agli ordini, come sarebbe successo troppe altre volte durante la guerra, e non si mossero. Riuscì anzi alle più attive truppe austro-ungariche di impadronirsi di molte favorevoli posizioni, la cui conquista nel seguito della guerra sarebbe costata sangue e sacrifici.

Molte teste gallonate pagarono con l’esonero questa disobbedienza, ma il momento propizio era ormai sfuggito.

I primi scontri

Nella zona del passo di Monte Croce Carnico, considerato come tutta la Carnia un fronte secondario anche se la via del passo era una delle strade più rapide per valicare la catena delle Alpi e, attraverso la valle del Gail, raggiungere Villaco e il cuore dell’Austria, i primi scontri fra le truppe furono caratterizzati dall’esitazione e dalla mancanza di ordini chiari e precisi.

Le cime dei monti erano percorse da pattuglioni della Regia Guardia di Finanza e di Alpini reclutati nella zona ed inquadrati nei battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento, contro cui agivano gruppi di Tiratori Volontari Carinziani comandati da sottufficiali della Gendarmeria e della Guardia di Finanza austriaca pratici dei luoghi.

Gli scontri a fuoco erano sporadici ma violenti, tra i primi caduti due triestini, Angelo di Valentini, volontario triestino negli alpini dell’8º reggimento, medaglia di bronzo al valore militare, caduto i primi giorni di guerra sul Pal Piccolo, e Cesare Bartolini, mitragliere dell’i. e r. reggimento fanteria n. 97º caduto il 20 giugno a nord del passo. Al primo verranno dedicate lapidi e libri, al secondo, e a tutti gli altri cittadini austro-ungarici di lingua italiana combattenti nelle forze armate sconfitte, sarà negata anche la memoria.

Nessuna delle due parti progettava però una occupazione stabile delle vette, al contrario le truppe austro-ungariche avevano lavorato ad un sistema trincerato di sbarramento alla fine della valle dell’Anger, proprio sulla collinetta davanti alla Plöckenhaus, la casa-albergo del passo, costruendolo secondo le esperienze acquisite in Galizia, terra di grandi pianure.

Il 27 maggio a comandare il settore pericolante fu chiamato il generale Fernengel, che si accorse subito dell’assurdità di questa postazione, completamente dominata dalle montagne circostanti, e logicamente ordinò l’avanzamento delle linee difensive sulle vette, ma anche da parte italiana il generale Lequio, comandante della Zona Carnia, era arrivato alla stessa decisione.

Il Pal Piccolo era stato il primo monte ad essere occupato stabilmente dagli alpini della 12ª compagnia del battaglione Tolmezzo, ma non si era provveduto né alla costruzione di trincee né di ripari per gli uomini, quasi che i rapporti sui progressi delle tecnologie belliche, inviati al comando supremo dagli ufficiali del regio esercito in missione di osservatori sui vari fronti europei, non avessero insegnato nulla.

Sulla vetta del Freikofel invece si era appostata una compagnia dell’i.r. battaglione n. 10 della milizia territoriale stiriana, che da quella posizione dominante svolgeva opera di cecchinaggio e disturbo sulle vie di collegamento e di rifornimento fra il Pal Piccolo, il Pal Grande e le posizioni di fondovalle. Il 28 maggio la 6ª compagnia del battaglione Tolmezzo falliva l’occupazione del Pal Grande, che riusciva invece il giorno successivo con il concorso della 72ª compagnia dello stesso battaglione, ma il 30 la vetta di quota 1809 era rioccupata da reparti austro-ungarici dell’i. e r. battaglione cacciatori n. 30. La situazione rimase incerta fino al 6 giugno, quando gli alpini dei battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento furono spediti all’attacco del Freikofel, praticamente senza fuoco d’appoggio, vista la scarsissima artiglieria italiana presente in zona. Mentre due plotoni dovevano cercare di aggirare la vetta del Freikofel con una manovra diversiva, un reparto di dieci rocciatori al comando del caporale Felice Polonia risaliva il ripidissimo versante sud, cogliendo di sorpresa la guarnigione austro-ungarica.

Il combattimento inizi allora asprissimo nel tentativo delle due parti di rovesciare a valle gli avversari, e dal Freikofel la lotta si estese rapidamente al vicino Pal Grande e richiese altre truppe di rinforzo. Da parte austro-ungarica arrivano in successione i polacchi e i ruteni dell’i. e r. battaglione cacciatori n. 30, i cechi del III battaglione dell’i. e r. reggimento di fanteria n. 18 e sei compagnie di ungheresi dell’i. e r. reggimento di fanteria n. 46.

Da parte italiana accorsero gli altri plotoni dei battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento, reparti del III e IV battaglione del 3º reggimento fanteria, brigata Piemonte, reparti dei battaglioni alpini Val Varaita e Val Maira e dell’VIII battaglione. della Regia Guardia di Finanza. Dopo una settimana di durissima lotta il bordo sud della vetta del Freikofel rimase in mano italiana, quello nord in mano austro-ungarica.

Anche sul Pal Grande, dopo una lotta furibonda non ci furono né vincitori né vinti. Durante la notte fra il 13 ed il 14 giugno, agli alpini del Tolmezzo, impegnati nella lotta per il possesso della vetta del Freikofel, nell’occupazione del Pal Piccolo era succeduta la 23ª compagnia dell’VIII e le tre compagnie, 61ª, 62ª e 63ª, del XX battaglione della Regia Guardia di Finanza.

Alle prime luci del 14 giugno le scarsissime artiglierie austro-ungariche della zona iniziarono un furioso bombardamento e, dopo una lunga e faticosa salita lungo lo scosceso e ripido pendio, tre gruppi d’assalto austro - ungarici, formati da una prima ondata di tre compagnie e mezzo dell’i.r. battaglione n. 10 della milizia territoriale stiriana e da una seconda di tre compagnie del III battaglione dell’i. e r. reggimento di fanteria n. 61 del Banato, sbucarono sulle cime nord del Pal Piccolo, sorprendendo le disorganizzate e scosse Fiamme Gialle e cacciandole in disordine e con gravissime perdite, fra le quali anche il comandante del reparto maggiore Giovanni Macchi, prima nella conca della casera e poi oltre le cime sud, verso la valle.

Bisogna precisare che il XX battaglione dalla Regia Guardia di Finanza era un battaglione costiero, che reclutava nella zona di Salerno, e venne inspiegabilmente schierato in alta montagna.

Così avanzando le truppe austro - ungariche si esposero per al fuoco diretto delle artiglierie italiane in zona, la 52ª batteria da montagna appostata sul Monte Tierz e una batteria di obici da 149 mm in batteria a Muse, vicino Cleulis, che iniziarono a colpire gli attaccanti.

Nel frattempo gli assalitori erano contrattaccati dai sopraggiungenti reparti italiani, formati da alpini della 72ª compagnia del battaglione Tolmezzo e dalla 222ª compagnia del battaglione Val Varaita, cui si aggiunse poi anche la 272ª compagnia del battaglione Val Tagliamento.

La lotta continuò selvaggia per tutta la giornata e per ancora altri due giorni, sotto un continuo fuoco d’artiglieria, finché le due parti ristettero, esauste, gli italiani padroni delle cime sud, gli austro-ungarici delle cime nord, la conca della casera a dividere i contendenti e i reparti direttamente contrapposti a oriente poco prima del centro del “3” rovesciato sulla sinistra e a occidente a metà del braccio superiore del “3”.

A buon ragione, dopo un mese di lotte sanguinose, entrambi i comandi potevano dire di essere rimasti padroni delle tre vette contese, in quanto i reparti si erano trincerati dove avevano potuto, un cocuzzolo italiano, mezza valletta austro-ungarica, una dolina terra di nessuno.

Le linee si stabilizzano

Con il rafforzarsi dei reparti là dove si erano trovati alla fine delle prime operazioni iniziò una terribile guerra di posizione, con perdite di trenta - cinquanta uomini al giorno, con i reparti fermi a pochi metri di distanza dall’avversario, dietro muretti di pietre e sacchetti a terra, esposti al fuoco dei cecchini, dei lanciamine e dell’artiglieria.

Fra i caduti ricordiamo il sottotenente Ruggero “Fauro” Timeus, irredento triestino volontario di guerra nel battaglione Tolmezzo, vittima il 14 settembre di una granata che centrava il suo ricovero durante un bombardamento, alla cui memoria fu concessa la medaglia d’argento al valore militare.

Nel mese di luglio i combattimenti si spostarono ad ovest sul Cellon, e ad est sull’Avostanis e sul Cuestalta, insanguinando anche quei monti, ma le caratteristiche spiccatamente alpine di quei settori impediva che vi si potessero ottenere grandi risultati.

Già all’inizio della guerra le due vette del Cellon, monte che domina con la sua dorsale il versante ovest del passo di Monte Croce Carnico, era stato occupato dalla 109ª compagnia del battaglione Tolmezzo. Nella notte fra il 24 ed il 25 giugno 1915 il maresciallo della Gendarmeria austriaca Simon Steinberger assieme a cinque volontari, di cui tre non pratici di montagna, rioccuparono la vetta est del Cellon, con una incredibile impresa alpinistica. Tra le annotazioni da fare il fatto che i sei militari calzavano normali scarponi chiodati. Nel breve spazio fra le due vette era impossibile ogni azione armata, e i contendenti si divisero equamente la montagna.

I maggiori sforzi si concentrarono ancora sul gruppo formato dal Pal Piccolo, Freikofel e Pal Grande con azioni di sorpresa di piccole pattuglie, tese a strappare all’avversario un cocuzzolo, un tratto di trincea o semplicemente a disturbare i suoi lavori di rafforzamento. Il 30 luglio un gruppo di volontari formato da alpini e bersaglieri tentò un attacco di sorpresa alle posizioni austro-ungariche della vetta est del Pal Piccolo, ma il reparto fu bloccato dai fili spinati e solo a sera i pochi sopravvissuti poterono far ritorno nelle loro linee.

Poi la lotta fra gli uomini si calmò, un nuovo grande avversario era entrato nella tenzone, il generale inverno. All’inizio della guerra ogni soldato aveva in dotazione un telo tenda, picchetti e paletti, affinché i reparti operativi, non trovando un villaggio dove alloggiarsi, potessero accamparsi all’aperto.

Mentre i comandi austro-ungarici avevano tratto utili insegnamenti dalle esperienze fatte l’inverno precedente sulle montagne dei Carpazi, utilizzandole proficuamente sul fronte italiano, per le truppe italiane il primo inverno di guerra fu terribile: i loro comandanti erano del tutto impreparati ad affrontare, anche in via teorica, le mille necessità di una guerra in alta montagna nel periodo invernale. Nel regio esercito italiano il cappotto erano considerato attrezzatura di plotone, da fornire solo in caso di bisogno, e per i rigori invernali la truppa, anche gli Alpini, aveva in dotazione solamente le mantelline. Come spesso succede in questi casi l’inventiva dei singoli soldati ed ufficiali dovette provvedere alla mancanza di esperienze specifiche, con risultati spesso disastrosi.

Venne comunque acquisita un’esperienza che nell’inverno successivo, molto più freddo e duro, permise di eliminare molti disagi e molte perdite di vite umane. Per cercare riparo, i reparti dei due eserciti si infilarono sottoterra, scavando gallerie nelle viscere delle montagne, costruendo rifugi nella neve e piccole città di baracche nelle zone non esposte al fuoco nemico. Ma non bastava creare rifugi ed alloggi per i soldati, era necessario approvvigionare e fornire i necessari materiali alle truppe in trincea, un problema immenso. Si iniziò il trasporto per mezzo di colonne di portatori, ma una bufera di neve bastava a isolare interi reparti per giornate intere.

Vedendo la scarsezza dei risultati, accompagnati dallo stillicidio continuo delle perdite, iniziarono gli esperimenti con le teleferiche, ma ogni nuova soluzione tecnologica doveva essere ideata, realizzata e sperimentata a spese dei soldati. Il bisogno di alloggiare e rifornire in ogni periodo dell’anno una massa tanto grande di soldati in zone precedentemente quasi disabitate, fece nascere nelle retrovie interi villaggi e città di baracche, e tutto un sistema di strade, mulattiere, teleferiche e ferrovie.

Il secondo anno di guerra

L’anno 1916 iniziò con i soldati in letargo sotto metri e metri di neve, ma le operazioni belliche erano continuate egualmente. Il 9 gennaio durante un’azione tesa a rafforzare le posizioni italiane dell’ala sinistra, nel settore a picco sul passo di Monte Croce Carnico, moriva il sottotenente Giovanni Chapot, della 219ª compagnia del battaglione Val Maira, e la posizione da allora venne chiamata vetta Chapot. Col disgelo, invece di diminuire i problemi aumentarono, molti accampamenti erano stati costruiti in luoghi riparati dal fuoco avversario, ma esposti alle valanghe, che iniziarono a cadere con regolarità, travolgendo baracche, sentieri, colonne di portatori, la morte bianca falciava le sue vittime da entrambe le parti. Nonostante il generale Lequio, comandante della zona Carnia, avesse già parecchi problemi, a metà febbraio il comando supremo italiano chiese in via informativa quali possibilità avesse uno sforzo offensivo su tutta la fronte all’inizio di aprile. A febbraio la neve in certi punti del Pal Piccolo raggiungeva i sette metri d’altezza.

Il generale Lequio rispose che era assolutamente impensabile predisporre un’azione offensiva visto che, come le truppe italiane, anche le truppe austro-ungariche si erano poderosamente rafforzate, scavando trincee, caverne e appostando mitragliatrici e pezzi d’artiglieria. Al comando della X armata austro-ungarica regnava per la stessa mentalità offensivista del comando supremo italiano così, nonostante le condizioni meteorologiche terribili, anzi approfittando del manto nevoso, venne concepito un ambizioso progetto per scardinare le posizioni avversarie, che prevedeva di attaccare la posizione italiana di quota 1859, detta il “Trincerone”, che sbarrava ad est la strada verso il Dosso del Cammello e contemporaneamente la linea del Pal Grande, per calare da ovest sul Passo del Cavallo, chiudere nella morsa di una tenaglia il Freikofel e scendere verso Timau e le retrovie italiane. Alle due di notte del 26 marzo l’azione ebbe inizio. Con la tormenta e la neve soffice, sul Pal Grande non era quasi possibile uscire dalle trincee e l’attacco si arenò ben presto. Sul Pal Piccolo invece erano state scavate nella neve delle gallerie verso le linee italiane e i plotoni d’assalto dell’i. e r. battaglione cacciatori n.8 che presidiava il monte le stavano già percorrendo, quando giunse improvviso l’ordine: azione sospesa. A questo punto il ripiegamento dei soldati, già nella terra di nessuno e nei pressi della linea italiana avrebbe potuto provocare un massacro e il tenente Kamper, comandante della compagnia d’assalto, di sua iniziativa ordinò la prosecuzione dell’azione.

L’attacco ebbe un successo insperato: la compagnia d’assalto dell’i. e r. battaglione cacciatori n.8, sbucata da gallerie scavate nella neve, sfondò la linea italiana, conquistandola per un centinaio di metri. La 272ª compagnia del battaglione Tagliamento, che presidiava il “Trincerone”, venne colta completamente di sorpresa e costretta a ritirarsi con forti perdite nella retrostante posizione del “Castello Rosso”. Immediata la reazione del colonnello Poggi, comandante del battaglione e del settore che inviava a immediato rinforzo degli alpini due compagnie di bersaglieri e allertava ogni altro reparto disponibile in zona, i fanti del 145º reggimento, brigata Catania, i bersaglieri del 16º reggimento, gli alpini dei battaglioni Tolmezzo, Val Maira e Val Tagliamento mentre la lotta si estendeva al Freikofel ed al Pal Grande. Nel buio e nella tormenta gli uomini arrancarono a chiudere il pericoloso varco spalancatosi nelle linee italiane, creando un cordone di protezione che si appoggiava alla robusta postazione del Ridotto Castagna. Alla mattina la bufera cessò e al pomeriggio, arrivati i rinforzi, le truppe organizzate su tre colonne iniziarono il contrattacco. La lotta sul Pal Piccolo infuriò nella nebbia e nella bufera per tre giorni, con perdite altissime e sofferenze indicibili per le truppe costrette a pernottare all’addiaccio con temperature polari, letali per i feriti che non si potevano trasportare, finché gli assalitori furono costretti a far ritorno nelle loro linee. Il breve ritardo nel comunicare un ordine era bastato a provocare più di mille caduti, mentre le linee erano rimaste, come spesso succedeva, invariate.

Contemporaneamente all’arrivo dell’estate, le truppe italiane iniziarono una serie di azioni offensive nella zona ad ovest del passo di Monte Croce Carnico, sul Cellon e sulla Cresta Verde. Il 29 giugno due compagnie, una del 147º reggimento fanteria, brigata Caltanissetta, e una del battaglione alpino Val Pellice conquistarono di sorpresa e con l’aiuto della nebbia la vetta austro-ungarica del Cellon, ma l’azione era stata preceduta da un avvenimento tragico.

Nel quadro dell’ampliamento degli effettivi del Regio Esercito, ai primi di aprile del 1916 il battaglione Tolmezzo aveva ceduto la 109ª compagnia al neo costituito battaglione Monte Arvenis che, alla fine del mese, era salita a presidiare la linea del Pal Grande e del Passo del Cavallo.

All’inizio di giugno la 109ª compagnia, al comando del capitano Armando Ciofi da Napoli, era entrata in linea sulla vetta italiana del Cellon, e la sera del 23 giugno agli alpini del secondo plotone della 109ª compagnia, al comando del tenente Pietro Pasinetti da Venezia, era arrivato l’ordine di uscire dalle trincee della cima occidentale del Cellon per muovere, da soli, all’attacco della cima orientale, attraversando il baratro fra le due cime.

Vista l’assurdità dell’impresa, gli alpini si rifiutarono di andare incontro ad una sicura ed inutile morte e chiesero che gli altri plotoni della compagnia effettuassero un attacco simulato dalle loro posizioni per distrarre il presidio austro-ungarico e sfruttare l’effetto sorpresa. Il capitano Ciofi accorse in linea, ma fra l’ufficiale napoletano e gli alpini carnici l’incomprensione fu totale: per l’ufficiale la sensata richiesta degli alpini era un rifiuto di obbedienza, una rivolta, così l’ufficiale fece ritorno a valle senza concludere nulla e, mentre gli alpini aspettavano i rinforzi, arrivò invece il cambio. I battaglioni Tolmezzo e Val Tagliamento, nonostante le buone prove sostenute fino a quel momento, erano considerati infidi dal comando supremo italiano, per i troppo frequenti contatti che gli alpini carnici dovevano avere con i vicini carinziani, presso cui dovevano andare a lavorare per fuggire la miseria in cui versava la loro terra. La diserzione avvenuta il 12 giugno di un gruppo di alpini del battaglione Val Tagliamento sul Freikofel aveva inoltre contribuito ad inasprire i rapporti fra truppa e comandi. A Cercivento la giustizia militare condannerà implacabile gli alpini della 109ª compagnia: quattro fucilazioni, quattro condanne a dieci anni di carcere militare, dieci a sei anni e quindici a tre. Per punizione l’intero battaglione Monte Arvenis verrà trasferito immediatamente sull’altopiano dei Sette Comuni, in appoggio al battaglione Val Tagliamento. Pochi giorni dopo, il 7 luglio, il capitano Ciofi muore alla Busa dell’Orco, molto probabilmente colpito da pallottola italiana e il giorno dopo cade anche il tenente Pasinetti.

Con la caduta della cima austro-ungarica del Cellon la situazione strategica del settore cambiava totalmente: le truppe austro-ungariche che occupavano la dorsale del Cellon erano sotto il fuoco diretto di quelle italiane, come gli accessi di molte caverne di ricovero del Pal Piccolo, che ora erano rivolti verso le linee italiane. Anche la stazione di partenza della teleferica per la vetta del monte era completamente allo scoperto.

Gli austro-ungarici furono costretti a rivoluzionare buona parte del loro sistema di trincee e caverne sul Pal Piccolo, a spostare la stazione di partenza della teleferica più all’interno nella valle dell’Anger e soprattutto dovettero scavare una via ferrata in caverna per rifornire le postazioni della dorsale del Cellon, completamente esposta alla vista delle nuove linee italiane.

Alla fine di giugno le linee austro-ungariche del Pal Piccolo, del Freikofel, del passo del Cavallo e del Pal Grande furono attaccate dagli alpini italiani, ma senza altro risultato che aumentare il numero complessivo dei caduti. Il 4 agosto la 224ª compagnia del battaglione Val Pellice rettificò la sua linea di occupazione della vetta Chapot. I soldati italiani tornarono nuovamente all’attacco i primi giorni di luglio, e l’asprezza della lotta fu tale che nelle linee austro-ungariche si dovettero distribuire batuffoli d’ovatta da inserire nel naso, dopo averli imbevuti con sostanze profumate, per limitare gli effetti nauseabondi del lezzo dei numerosi cadaveri che era impossibile seppellire.

Il 4 agosto la 10ª compagnia del 147º reggimento di fanteria, brigata Caltanissetta, occupò di sorpresa un avamposto austro-ungarico sulla dorsale del Cellon, ma un furioso contrattacco ristabilì la situazione.

Gli ultimi giorni di agosto furono contrassegnati da una serie di attacchi continui, di giorno e di notte, alle linee della dorsale del Cellon, del Pal Piccolo e del Freikofel, il primo settembre fu tentato un ultimo sforzo, attaccando lo sbarramento del passo di Monte Croce Carnico, senza altro risultato che la casuale distruzione della teleferica del Pal Piccolo e dell’impianto di approvvigionamento idrico. Il primo di settembre la 82ª e 125ª compagnia del battaglione Moncenisio attaccarono con il sostegno di reparti del 16º reggimento Bersaglieri le quote dell’ala destra e della quota di mezzo del Pal Piccolo, senza risultati.

Il 17 novembre un attacco alle posizioni della vetta Chapot effettuato da una compagnia di volontari dell’i. e r. battaglione cacciatori n. 8 al comando del tenente Marius Rebek ebbe il solo risultato di riportare le linee alla situazione precedente l’attacco italiano di giugno.

Alla metà di novembre il generale Lequio, comandante della Zona Carnia venne sostituito nel suo incarico dal generale Tassoni, a causa dello scandalo che avevano suscitato le lettere scritte dal suo capo di stato maggiore, colonnello Douhet, contenenti giudizi severissimi ed impietosi sull’operato del generale Cadorna e del comando supremo, e intercettate dai Carabinieri.

Con l’inizio dell’inverno le ostilità furono praticamente sospese, solo piccole pattuglie furono impiegate in azioni di disturbo reciproco e con la caduta della prime abbondanti nevicate i contendenti pensarono esclusivamente a sopravvivere all’inverno, stabilendo una sorta di “pace separata”. L’inverno trascorse in maniera migliore del precedente, l’esperienza acquisita l’anno precedente servì a salvare la vita a molti soldati, anche se le perdite dovute al gelo e alle valanghe furono egualmente molto elevate.

Il terzo anno di guerra

La primavera del 1917 arrivò senza che i comandi avessero preparato azioni militari di un certo rilievo, continuarono svogliatamente le solite operazioni di disturbo reciproco, svolte da pattuglie più` o meno consistenti. Il 16 aprile, una trentina di alpini del battaglione “Pinerolo”, sbucando da una galleria scavata nella neve, occuparono colletta Pal Piccolo, sul Dosso del Cammello. Come risposta, nella notte fra il 22 ed il 23 maggio, utilizzando una speciale macchina escavatrice a trivella, i carinziani dell’i. e r. reggimento di fanteria n. 7 “Graf von Khevenhuller” cercarono di forzare lo sbarramento del passo di Monte Croce Carnico, scavando una galleria nella neve lunga 780 metri. Ma l’attacco venne contenuto e poi respinto dai difensori, come pure il 24 agosto, quando un reparto austro-ungarico cercò di irrompere, con il favore delle tenebre, attraverso il passo del Cavallo. Anche in questo frangente il pronto accorrere di reparti del 131º reggimento fanteria, brigata Lazio, bloccò il pericoloso tentativo. Ma per entrambi i contendenti il fronte Carnico era diventato ormai una zona neutra, dove i reparti più provati potevano trascorrere un periodo di riposo e ricostruire gli organici dopo le terribili battaglie sull’Isonzo. Addirittura gli austro-ungarici presidiarono ampi tratti del fronte Carnico con reparti di tracomisti, soldati ancora abili all’uso delle armi, ma che avevano contratto una infezione agli occhi, molto contagiosa ma non grave, che nella solitudine delle posizioni alpine poteva guarire in tranquillità.

In queste zone di alta montagna, dove il nemico principale erano le avverse condizioni atmosferiche e le operazioni belliche poco impegnative, non era difficile che fra i soldati nascesse un sentimento di umana solidarietà verso gli abitanti della trincea di fronte. Nel settore del Pal Piccolo l’episodio più sintomatico avvenne il pomeriggio del 10 maggio, quando alcuni soldati italiani ed austro-ungarici si affacciarono timidamente dalle trincee contrapposte della vetta Chapot e della Panzerstellung. Accortisi che nessuno aveva intenzione di sparare, dopo poco cacciatori dell’i. e r. battaglione n. 8 e alpini del battaglione Pinerolo uscirono in massa dalle opposte trincee.

Testimoni oculari riportano che la zona brulicava di uomini, non più soldati costretti a spararsi addosso, tranquillamente seduti sui muretti e sui parapetti delle trincee o in mezzo ai reticolati a bere, a parlare e a fumare. Attimi irreali, perché questi episodi di fraternizzazione venivano sempre stroncati sul nascere dai rispettivi comandi, che volevano evitare ad ogni costo che i soldati delle due parti si accorgessero di essere uguali in tutto, sofferenze, sacrifici e soprattutto voglia di pace. Il reparto italiano fu trasferito immediatamente e non sappiamo quali provvedimenti di giustizia militare furono presi, mentre il comando della X armata austro-ungarica insabbiò la vicenda non inoltrando il rapporto al comando supremo. Intanto sul Pal Piccolo le truppe italiane si trovarono a dover combattere una nuova insidia, la guerra di mine.

Al centro della “C” rovesciata, dove le opposte posizioni distavano meno di venti metri ed i reticolati formavano un unico groviglio, gli austro-ungarici avevano iniziato lo scavo di una galleria di mina a tre braccia separate per far saltare la trincea italiana contrapposta, il Trincerone, maestosa costruzione in cemento, fortificata e coperta e addirittura articolata su due livelli dove il Pal Piccolo precipita nella valle dell’Anger. Ma tutto questo lavoro doveva dimostrarsi inutile.

Lo sfondamento di Plezzo e Tolmino

Il 24 ottobre 1917 scattò l’offensiva austro-ungarico-germanica che, sfondando la linea del fronte a Plezzo e a Tolmino, travolse l’intera II armata italiana e portò la linea del fronte sul Piave. Le truppe italiane furono costrette ad abbandonare rapidamente le montagne della Carnia per evitare l’accerchiamento, riuscendovi solo in piccola parte per incomprensioni e ritardi di comunicazione degli ordini di ripiegamento. Dopo due anni e mezzo la pace ed il silenzio ritornarono sulle vette che avevano visto la stupidità umana nella peggiore delle sue espressioni, la guerra.

I Dolomitenfreunde - Amici delle Dolomiti

“Le vie che un tempo dividevano il fronte oggi devono unirci”. Sono ormai più di dieci anni che, seguendo queste parole, l’Associazione “Dolomitenfreunde - Amici delle Dolomiti”, creata nel 1973 dal professor Walther Schaumann, colonnello a riposo, lavora nel settore del passo di Monte Croce Carnico - Plöckenpass, coadiuvata dall’Esercito Federale Austriaco nell’ambito dell’azione delle “Vie della Pace - Friedenswege”. All’Associazione aderiscono volontari di tutto il mondo, appassionati di montagna e di storia che dedicano una o più settimane delle loro vacanze alla ricostruzione delle trincee e dei manufatti militari sulle vette, cooperando alla creazione di un grande Museo all’Aperto che sia da una parte un monito contro la guerra e dall’altra un esempio di cooperazione per l’unità europea.

I settori del Museo all’Aperto oggi visitabili nelle immediate vicinanze del confine comprendono il cocuzzolo del “naso delle mitragliatrici”, sistema difensivo a guardia del confine ripristinato e parzialmente ricostruito con appostamenti e baracche in caverne, trinceramenti e postazioni di mitragliatrici e d’artiglieria e la galleria della dorsale del Cellon, via ferrata in caverna unica nel suo genere, che collegava le postazioni austro-ungariche della dorsale alle retrovie. Sulla vetta del Pal Piccolo sono visitabili e parzialmente restaurate le posizioni italiane del “Trincerone” e le posizioni austro-ungariche del settore dell’ala sinistra, della quota di mezzo, mentre si sta lavorando a quelle dell’ala destra.

Scendendo poi dal confine in territorio austriaco lungo la strada, dopo un paio di curve si incontra l’attuale Plöckenhaus, la casa-albergo del passo, le cui origini risalgono all’inizio del primo millennio e che durante il conflitto venne bruciata e distrutta.

Sulla collinetta di fronte alla Plöckenhaus si trova una ex-malga, oggi campo-base estivo degli “Amici delle Dolomiti”, con la teleferica di servizio per la vetta del Pal Piccolo, ricostruita su modello d’epoca. Proprio dietro la malga vi sono i resti dello sbarramento difensivo costruito allo scoppio delle ostilità dai reparti austro-ungarici. Procedendo lungo la strada, costruita durante la guerra dai prigionieri russi e serbi, si incontra una spianata dove vi era una baraccopoli e un cimitero di guerra che, assieme ai cimiterini della valle dell’Anger e al cimitero di guerra di Mauthen, sono tra i pochi in territorio austriaco a conservare i resti di caduti austro-ungarici. La strada scende verso Kötschach-Mauthen dove, nel palazzo municipale, gli “Amici delle Dolomiti” hanno allestito un grande museo del fronte italo-austriaco nella prima guerra mondiale, con particolare attenzione ai settori alpini. Nei seicento metri quadrati del museo sono esposti più di 1500 foto e documenti d’epoca, integrati da una cinquantina di vetrine con armi, attrezzature ed oggetti personali donati e prestati da collaboratori e appassionati o ritrovati durante gli scavi. A completamento vi è un diorama di quaranta metri quadrati in scala naturale con la ricostruzione di tre strutture incavernate, un posto di soccorso, una baracca truppa ed un gruppo elettrogeno, basati su foto e documenti d’epoca.

Tutta la zona del passo di Monte Croce Carnico è un’antologia di postazioni, baraccamenti, camminamenti e trincee. Vista l’asprezza dei combattimenti, numerosi sono ancora oggi i residuati bellici inesplosi che si possono ritrovare anche nei luoghi più frequentati dagli escursionisti, nonostante il lavoro dei recuperanti di Timau negli anni 20-30. Ogni anno durante l’attività estiva degli “Amici delle Dolomiti” arriva a soccorso il gruppo Steiner, un gruppo di sminatori che rimuove e fa detonare i materiali esplodenti ritrovati nello sgombero delle trincee. Il consiglio spassionato che possiamo dare è quindi: mani a posto e niente scavi qua e là. Questo per due motivi, il primo per la sicurezza personale, il secondo per non contravvenire alla legge: in territorio italiano la zona del passo di Monte Croce Carnico è soggetta a regime di parco regionale e in territorio austriaco proprietà privata. In entrambi i casi l’attività di scavo e ricerca di residuati bellici è vietata e quindi perseguibile, pena l’applicazione di gravi sanzioni pecuniarie. Di fronte al moltiplicarsi di continui episodi di scavo selvaggio, le competenti autorità dei due paesi hanno deciso di eseguire rigorosi controlli affinché venga preservata una delle poche zone di grande importanza storica delle Alpi Carniche.

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Testo storico a cura di Roberto Lenardon. Foto di Roberto Lenardon e Pierpaolo Cocianni.