Ottobre 1917 “CAPORETTO” l’ultima battaglia sull’Isonzo
INTRODUZIONE
Le facili vie di transito che dall’alta e media valle dell’Isonzo portano a Cividale e alla pianura friulana attraverso le vallate del Natisone sono uno dei più antichi e percorribili passaggi di comunicazione tra i paesi dell’Europa centro-orientale e le fertili pianure dell’Italia settentrionale.
Con l’occupazione romana, Aquileia venne fondata nel 181 a.C., le valli furono una delle grandi strade di commercio e di transito dell’impero ma, con il progressivo e inarrestabile decadere della potenza romana, diventarono sempre più spesso una buona via d’invasione per i molti popoli nomadi dell’Europa centro-meridionale che calavano in pianura in cerca di preda e di saccheggio.
I Longobardi furono il primo di questi popoli a fermarsi in Friuli, stabilendo nel 568 a Cividale la capitale del loro primo ducato. Come prima cosa iniziarono a fortificare il loro instabile confine orientale per proteggersi le spalle da eventuali popoli che avessero seguito il loro stesso percorso. L’epoca longobarda terminò nel 754 con la loro sconfitta a opera dai Franchi, che subentrarono loro nel dominio di buona parte della penisola italiana. Il Friuli rimase terra di confine. La situazione di incertezza a cavallo del corso dell’Isonzo durò per alcuni secoli, fin quando verso l’anno 1000 sul territorio iniziarono a fronteggiarsi due nuove potenze, l’impero d’Austria e la Repubblica Veneta, la Serenissima. I due stati avevano entrambi forti interessi commerciali in Friuli e nell’alto Adriatico, la porta del Mediterraneo per i commerci dell’Europa centro-orientale, e quindi numerosi punti di attrito e di scontro. Entrambi avevano però anche un pericoloso nemico in comune, l’impero ottomano, minacciosa presenza che imponeva loro di risolvere prima per via diplomatica i problemi di cattivo vicinato.
Quando la minaccia ottomana venne gradualmente a cessare, le grandi rotte commerciali si erano ormai spostate nell’Atlantico e il controllo sul Friuli e sull’alto Adriatico aveva perso moltissimo della sua importanza.
Nel 1797 la neonata repubblica francese era in guerra anche con l’impero d’Austria, e le truppe francesi operanti in Italia al comando di Napoleone occuparono i territori della Serenissima. Nel 1809 le truppe napoleoniche che avanzavano lungo la valle del Fella in direzione di Vienna vennero attaccate alle spalle dalle truppe austriache sboccate dalla conca di Tolmino e dirette su Cividale e Udine. I francesi furono costretti a ripiegare rapidamente fino oltre il Mincio. Napoleone scrisse giustamente nei suoi libri di tecnica militare che ci si può sostenere sulla linea del Piave solamente se si occupa Trento e sulla linea dell’Isonzo se si occupa Bolzano.
Dopo la guerra del 1866, il confine tra il regno d’Italia e l’impero austro-ungarico formava una “S” coricata sulla sinistra, con il saliente del Trentino che si incuneava tra la Pianura Padana e il Veneto orientale e il Friuli. Nel 1915, scoppiata la guerra tra Austria-Ungheria e Italia, il regio esercito italiano operava principalmente sul fonte dell’Isonzo e si trovava con la maggior parte delle sue forze in una pericolosa posizione eccentrica. Già l’offensiva lanciata dal comando austro-ungarico nella primavera del 1916 sugli altopiani trentini e faticosamente arrestata a dalle truppe italiane a un passo dallo sbocco in pianura aveva dimostrato la pericolosità di uno schieramento troppo spostato verso est. Ciononostante il comando supremo italiano, per chiare esigenze strategiche, aveva continuato a concentrare materiali, uomini e mezzi in Friuli.
DOPO L’UNDICESIMA BATTAGLIA DELL’ISONZO
Lo sforzo bellico sostenuto dall’esercito italiano nel 1917 nelle tre grandi offensive lanciate sull’Isonzo, sugli altipiani e nuovamente sull’Isonzo era stato immane. Il piccolo e male armato regio esercito italiano del maggio del 1915 era cresciuto in maniera incredibile in due anni di guerra e quasi eguagliava in forza gli eserciti delle grandi potenze in lotta, anche se al momento topico dei combattimenti era sempre mancato qualcosa per raggiungere lo scopo finale: lo sfondamento completo delle linee avversarie. Ma la quantità era stata raggiunta a scapito della qualità, soprattutto del materiale umano, poco e male addestrato per una guerra moderna e complessa.
Alla fine dell’undicesima battaglia dell’Isonzo i soldati italiani erano arrivati allo stremo delle forze e della capacità di sopportazione, quella che nelle promesse e nei discorsi dei comandanti doveva essere l’ultima e decisiva offensiva, preparata con grandissimi mezzi e iniziata sotto i migliori auspici era sostanzialmente fallita. L’undicesima battaglia dell’Isonzo prevedeva due attacchi in rapida successione, uno sul fronte carsico per far cadere il monte Hermada e arrivare a Trieste, e uno contro l’altopiano della Bainsizza per far cadere per aggiramento la testa di ponte di Tolmino. Due attacchi successivi, per poter spostare le artiglierie più mobili e sfruttare la loro azione distruttiva su entrambi i fronti d’attacco. Due attacchi separati che indebolirono la forza del regio esercito, contravvenendo al fondamentale principio dell’arte militare di non separare mai le proprie forze. Sul fronte carsico, durante la decima battaglia dell’Isonzo, le truppe di riserva erano state concentrate in zone defilate al tiro ma lontane dalla prima linea, cosicché le truppe entrarono in azione con ritardo e non poterono sfruttare i successi iniziali delle prime ondate. Durante l’undicesima battaglia, le truppe di riserva erano state invece portate il più avanti possibile, e il fuoco di contropreparazione austro-ungarico le aveva colpite nei camminamenti e nelle doline, decimandole prima ancora che potessero entrare in azione e facendo mancare il loro decisivo appoggio al momento di sfruttare la rottura delle linee avversarie.
Anche sulla Bainsizza le linee austro-ungariche erano state sfondate e il crollo totale del fronte sembrava inevitabile, quando l’offensiva italiana si fermò per un motivo banale. Nessun generale italiano aveva pensato che l’altopiano della Bainsizza era privo di sorgenti e di acqua, e bisognava assicurare copiosi rifornimenti idrici ai fanti che avevano sfondato il fronte, ai cavalleggeri che dovevano sfruttare lo sfondamento, agli artiglieri che dovevano seguire e accompagnare con il loro fuoco il proseguo dell’avanzata delle fanterie e a tutti i trasporti a traino animale o someggiati di munizioni e rifornimenti. Quando i cavalli e i muli cominciarono a morire di sete, l’offensiva si fermò, mentre l’acqua dell’Isonzo continuava a correre verso il mare. L’undicesima battaglia segnò lo sfinimento materiale morale dell’esercito austro-ungarico. Senza più riserve, con poco equipaggiamento e armamenti scadenti, affamati e con il morale bassissimo, i soldati della duplice monarchia per la prima volta si sentivano sconfitti. I loro comandanti erano consci che un’ulteriore spinta italiana avrebbe fatto crollare tutto il sistema difensivo.
Il comando supremo austro-ungarico dovette quindi prendere la grave decisione, sempre rinviata, di chiedere ancora una volta aiuto militare all’alleato tedesco, rinunciando definitivamente ad ogni autonomia politica e militare. Il comando supremo tedesco inviò allora sul fronte dell’Isonzo uno dei suoi più preparati generali di stato maggiore, Konrad Krafft von Dellmensingen, per studiare il terreno dove tentare un’offensiva che alleggerisse la pressione sulle linee austro-ungariche. Il piano d’attacco proposto prevedeva un’azione simultanea a tenaglia nella zona dell’alto Isonzo, convergente su Caporetto e partente da Tolmino e dalla conca di Plezzo, da effettuarsi sotto il comando tedesco e con il concorso di sette robuste divisioni dell’alleato. La mancata eliminazione della testa di ponte di Tolmino, che era stata uno degli obiettivi principali dell’ultima offensiva italiana, lasciava agli austro-ungarici un ottimo trampolino per lanciare un’offensiva direttamente nel cuore delle linee italiane. Obiettivo massimo previsto per l’offensiva, nel caso tutto fosse andato bene visto il terreno montagnoso e l’infelice periodo dell’anno, era la linea del Tagliamento.
BAINSIZZA Riflessione sulle due immagini soprastanti.
Il 1917 fu un anno molto critico per l’Intesa. In Russia era scoppiata la rivoluzione che aveva compromesso lo spirito combattivo delle truppe, mentre sul fronte occidentale la fallita offensiva del generale Nivelle, aveva portato allo stremo le forze francesi, all’interno delle quali si verificarono numerosi casi di ammutinamento di interi reparti, sapientemente celati all’opinione pubblica ed anche al nemico. Da quel momento, l’esercito francese avrebbe combattuto solo se attaccato e, di conseguenza, l’iniziativa rimase ai soli inglesi che scatenarono una lunga offensiva nelle Fiandre, protrattasi da giugno a novembre. Gli alleati chiesero quindi all’Italia di intensificare al massimo i propri sforzi, che si realizzarono nella decima battaglia dell’Isonzo, nella battaglia dell’Ortigara e nell’undicesima dell’Isonzo o battaglia della Bainsizza. Durante quest’ultima, seppur fallito il principale obbiettivo costituito dalla testa di ponte di Tolmino, il potenziale bellico dell’Austria- Ungheria era stato messo così a dura prova che l‘alto comando imperiale, consapevole di non poter reggere un’ulteriore spallata italiana sull’Isonzo, si decise a chiedere aiuto all’alleato tedesco per organizzare insieme un’offensiva tesa a migliorare le proprie posizioni su quel fronte.
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LO SCENARIO AI DUE ESTREMI DELLA FUTURA BATTAGLIA:
Due foto panoramiche austro-tedesche del ”prossimo” sfondamento di Plezzo e Tolmino. L’elevata qualità dei fotogrammi unita alla coinvolgente visione d’insieme da l’idea dell’efficienza nella preparazione dell’attacco; secondo una consolidata abitudine teutonica, il teatro delle operazioni doveva essere molto chiaro ai comandanti e agli ufficiali inferiori. Fotografie, mappe e carte geografiche furono spesso, per volere del comando tedesco supervisore delle operazioni, completamente rifatte.
La conca di Plezzo (Bovec-Flitsch) vista da est teatro dell’attacco dell’ i.e r. I Corpo d’Armata. Foto austro-ungarica. La conca appare maestosamente circondata dai suoi baluardi montuosi che di li a poco verranno rapidamente conquistati dagli austro-tedeschi. La collina nel centro, il promontorio più piccolo (Ravelnik), servirà come base d’appoggio per il lancio dei gas con una tecnica innovativa e devastante studiata sul fronte occidentale e ideata, purtroppo per le truppe italiane, dal loro alleato inglese.
Vista da est (punto di osservazione Rauna, 2 km a est di Tolmino) teatro dell’attacco della XIV Armata. Fotografia germanica, complementare alla precedente. Lo scenario raffigurato a disposizione dell’attaccante è di una realtà assoluta, vengono elencate fedelmente una ad una tutte le alture da conquistare. Sulla sinistra, portandosi sulla sponda destra dell’Isonzo la testa di ponte austro-ungarica abbracciava le alture di Santa Lucia (St.Luzia) e Santa Maria (Sv. Maria). Sin dall’inizio delle ostilità il fronte voluto dai comandi a.u. si evolveva sulla sponda opposta del fiume solamente qui e a Gorizia (sino all’agosto del 1916). Al centro dell’immagine il caratteristico cono del monte Castello o Pan di Zucchero (Scloßberg) sul quale si celavano numerose le batterie di cannoni austro-tedeschi attaccanti in questo frangente e austro-ungarici difensori prima. In entrambe le immagini la placida presenza del fiume accompagnò lo sguardo degli osservatori.
Veduta della conca di Plezzo dalle alture nord (fotografia italiana) Vallata con in primo piano l’Isonzo, sulla destra il paese, l’insieme appare dominato dal Monte Rombon. Il paese di Plezzo venne conquistato dalle truppe italiane all’inizio del conflitto, evacuato dai sui abitanti, divenne un cumulo di macerie perchè completamente esposto agli eventi bellici dal momento che fu sotto il costante inquadramento delle artiglieri a.u.; il 24 ottobre 1917 riconquistato vide passare rapidamente le truppe austro-tedesche.
Verso est. “L’occhio” dell’osservatore italiano scruta la valle dell’Isonzo saldamente in mano austro-ungarica, l’avanzata iniziale è terminata con lo scavo delle trincee dominate dalle alture del Ravelnik; il monte Svinjak, sulla sinistra, cela importanti postazioni d’artiglieria che si riveleranno fatali durante lo sfondamento.
Dal massiccio del Kolovrat (fotografia italiana). L’immagine racchiude dalla sinistra il monte Vrata, il monte Nero abilmente conquistato dagli alpini all’inizio del conflitto, il monte Rosso (non descritto in foto), il Rudeci Rob e all’ estrema destra (anch’esso non menzionato) il monte Sleme. Il Krn, così si chiamava in origine, acquista il nuovo nome (monte Nero) proprio in concomitanza di questa esperienza bellica dell’esercito italiano, da allora e per sempre verrà ricordato e menzionato in questo modo. Nella vallata, all’ombra del Kolovrat scorrono lente le turchesi acque del muto testimone.
Trincea sul monte Mrzli (fotografia italiana). Il monte Mrzli fu l’elemento più debole di tutto lo schieramento italiano del IV Corpo d’Armata. Costantemente e pesantemente dominato dalle postazioni a.u. divenne luogo di patimenti indicibili per l’attaccante italiano. Quando si delineò chiaramente lo sfondamento austro-tedesco, il comandante del IV Corpo d’Armata generale Cavaciocchi, chiese invano ai comandi superiori la rettifica o meglio l’abbandono di queste posizioni.
Dalle pendici del monte Santa Lucia (foto austro-tedesca) Appare completamente brulla e sfregiata dalle trincee la “sorella” Santa Maria, dietro fa capolino il cono del Pan di Zucchero sovrastato nella foschia dal Monte Vodil che si congiunge verso nord al monte Mrzli.
Caporetto (Kobarid-Karfreit) fotografia italiana. A ridosso del fronte anche Caporetto venne rapidamente conquistata dalle truppe tricolori, in occasione dello sfondamento poteva diventare il punto nevralgico per la resistenza, invece il destino volle eleggerlo per sempre sinonimo dell’episodio militare più avverso alle vicende belliche italiane di tutti i tempi.
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UFFICIALI PROTAGONISTI:
Immagini a destra: Generale di fanteria Otto von Below, comandante della XIV armata che comprendeva unità scelte tedesche ed austro-ungariche. Generale di artiglieria Konrad Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore della XIV armata, il “cervello”dello sfondamento dell’Isonzo. I due kaiser, durante una visita al castello di Gorizia.
Immagini a sinistra: Il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del Regio esercito italiano dall’inizio della guerra fino all’8 novembre 1917, quando fu mandato a rappresentare l’Italia al comitato militare interalleato, e venne sostituito dal generale Diaz. Generale Capello, comandante della II armata italiana, forse uno dei più brillanti generali del regio esercito, vincitore di Gorizia e della Bainsizza. Fu il principale responsabile della “rotta di Caporetto”per aver interpretato in chiave offensiva le precise disposizioni ricevute da Cadorna. Generale Badoglio, comandante del XXVII corpo d’armata italiano, ebbe grosse responsabilità sulla mancata reazione dell’artiglieria. Dopo Caporetto divenne sottocapo di stato maggiore dell’esercito.
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I PREPARATIVI PER LA BATTAGLIA
Visto il fallimento strategico dell’undicesima battaglia dell’Isonzo e l’esaurimento fisico e morale dei suoi soldati, il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore italiano, conscio dell’impossibilità di riorganizzare il regio esercito per impegnarlo in un’altra offensiva entro il 1917, decise saggiamente di rinviare le operazioni belliche alla primavera del 1918 e diede precise disposizioni ai comandanti delle sue armate affinché il regio esercito assumesse uno schieramento difensivo per l’inverno.
Intanto, dalla metà di settembre, l’offensiva austro-ungarica-tedesca veniva organizzata e preparata a tavolino fin nei più minuti particolari. In origine l’attacco doveva partire simultaneamente dagli altopiani trentini e dall’alto Isonzo, per chiudere il regio esercito in una morsa senza scampo, ma le enormi difficoltà che presentava l’organizzazione di un attacco nella zona degli altopiani, già coperta dalla neve, resero irrealizzabile questo piano di battaglia napoleonico. Nella zona dell’alto Isonzo il trasporto dell’enorme quantità di materiali e di armamenti necessari all’attacco venne studiato minuziosamente e realizzato con la massima cura sulle poche strade e ferrovie disponibili in una zona montagnosa, potenziando dove possibile le scarse vie di accesso al fronte dell’alto Isonzo.
Vennero utilizzati 2400 treni per un totale di 100.000 vagoni e schierati altri 1700 cannoni di ogni calibro. I reperti di fanteria che dovevano partecipare all’offensiva arrivarono al fronte all’ultimo momento, alla spicciolata, e le artiglierie eseguirono pochissimi tiri di aggiustamento, per non farsi individuare dagli osservatori e dalla ricognizione aerea italiana, studiando i tiri su tabelle preparate con le fotografie prese dalla propria ricognizione aerea.
Mentre le truppe e i materiali per l’imminente offensiva austro-ungarico-tedesca si stavano concentrando nel massimo segreto, al quartiere generale italiano le informazioni arrivavano sempre più numerose e dettagliate. Purtroppo Cadorna, comunque uno dei migliori comandanti della prima guerra mondiale, era una persona dalla mentalità molto rigida e fino all’ultimo non credette realizzabile un’offensiva avversaria. Cadorna riteneva che lanciare un’offensiva in grande stile in autunno inoltrato sul fronte dell’alto Isonzo era impossibile ed era convinto quindi che non lo avrebbe potuto fatto fare nessun altro generale. A meno di un mese dall’inizio dell’offensiva avversaria Cadorna cominciò a emanare disposizioni generiche per prevenire il pericolo, pur non credendo possibile un attacco avversario. Lo stato maggiore del regio esercito italiano nel 1915 contava circa centocinquanta addetti, compresi i soldati semplici, e nel 1917, a fronte della grandissima crescita degli effettivi dell’esercito, gli addetti erano appena raddoppiati, e lo stato maggiore non riusciva a svolgere un servizio efficiente. Cadorna impartiva gli ordini, ma non era materialmente in grado di controllare che questi venissero realmente eseguiti, il suo rapporto con i generali sottoposti si basava soprattutto sulla fiducia. Questo sistema di comando aveva già mostrato i suoi gravi limiti allo scoppio della guerra e, soprattutto, prima e durante l’offensiva austro-ungarica sugli altipiani nel 1916, quando era stato sfiorato il disastro. Il generale Luigi Capello, comandante della II armata, ambiva da tempo a subentrare a Cadorna come capo di stato maggiore e cercava di conseguire ad ogni costo un successo militare per una sua candidatura. Dopo il fallimento dell’offensiva sulla Bainsizza e delle inutili e sanguinose offensive sul San Gabriele, proseguite anche dopo la fine della undicesima battaglia dell’Isonzo, per risollevare la sua stella Capello elaborò con l’aiuto del generale Pietro Badoglio, comandante del XXVII corpo d’armata e suo fedele sottoposto, un piano parallelo e contrario alle disposizioni di Cadorna. All’attacco avversario voleva opporre un contrattacco simultaneo per colpire le truppe avanzanti sbilanciate e in crisi di manovra. Quando il 18 ottobre Cadorna si rese conto di quanto stava avvenendo e di come i suoi ordini venissero ignorati, intervenne costringendo Capello all’obbedienza. Questo gravissimo contrasto però fece si che le truppe italiane fossero completamente impreparate alla lotta e il loro schieramento nei punti principali dell’attacco avversario fosse totalmente inadeguato alla tempesta che stava per scatenarsi.
Mentre Cadorna il 23 ottobre comunicava al governo italiano di essere estremamente sicuro, grazie agli ordini impartiti, sulla preparazione difensiva del regio esercito, tutto il segreto lavorio da formichine dei comandi austro-ungarico e tedesco veniva reso vano dalla diserzione il 20 di due ufficiali austro-ungarici di nazionalità rumena e il 21 da quella di uno di nazionalità ceca, che consegnarono agli ufficiali italiani i piani quasi completi dell’offensiva, aprendo gli occhi anche ai generali più scettici. Ma era troppo tardi.
PREPARATIVI(Commento alle foto soprastanti)
L’alto comando tedesco accettò di intervenire a fianco dell’alleato solo dopo aver inviato un proprio esperto, il generale di artiglieria Konrad Krafft von Dellemensingen, che individuò nell’alto Isonzo, e precisamente tra Plezzo e Tolmino, la zona ideale per realizzare uno sfondamento vero e proprio. Solo in quella zona del fronte, infatti, le truppe italiane erano di entità relativamente modesta e poco scaglionate in profondità. Per poter trasportare l’ingente quantità di uomini e mezzi necessari all’offensiva, le strade vennero suddivise in tronconi ben definiti, attraverso cui il traffico veniva disciplinato da orari ben precisi per evitare ingorghi, anche ricorrendo ad apparecchi radio. Il tutto sotto la direzione e supervisione dei tedeschi, maestri nell’organizzazione delle operazioni e nella logistica. Inoltre, per ingannare lo spionaggio italiano sull’esatta zona scelta per l’attacco, venne organizzata una manovra diversiva dell’Alpenkorps in trentino, dove si recò lo stesso von Below. Per cogliere di sorpresa il nemico, era necessario celargli tutti i movimenti in atto: inizialmente gli spostamenti si svolsero nelle ore notturne, ma con l’approssimarsi della data prefissata era necessario compierli anche durante il giorno. Intervenne quindi la caccia tedesca che in breve acquisì il dominio dello spazio aereo scoraggiando le incursioni dei ricognitori italiani ed approfittando al tempo stesso per fotografare tutto il territorio interessato dall’offensiva. Venne così rielaborata la scarsa ed approssimativa cartografia austriaca esistente e vennero distribuite in gran copia alle truppe le nuove mappe, con gli ultimi aggiornamenti sulle postazioni nemiche. La presenza dei tedeschi, considerati il più potente esercito al mondo, portò l’entusiasmo alle stelle.
Il piano d’attacco venne studiato nei particolari, senza trascurare ogni minimo dettaglio e prevedendo ogni eventualità. Per spianare la strada alle fanterie, accanto al pesante e intenso bombardamento d’artiglieria, venne previsto l’impiego dei gas utilizzando i proiettori “Livens”, inventati dagli inglesi e subito copiati dai tedeschi. Erano costituiti da tubi d’acciaio, del diametro di 18 cm, conficcati nel terreno con inclinazione di 45 gradi e provvisti di accensione elettrica per il lancio simultaneo dei proiettili. Successivamente, per estendere l’effetto venefico alle retrovie e soprattutto alle postazioni d’artiglieria in caverna, contro le quali nessun bombardamento sarebbe stato efficace, anche i cannoni avrebbero sparato proiettili caricati a gas.
I PROFESSIONISTI DELLA GUERRA
Gli armamenti in dotazione nei grandi eserciti che combatterono le guerre napoleoniche erano molto semplici. Come richiedeva la tecnica militare di allora ai fanti non era necessario un addestramento e una istruzione specifica, bastava loro reggere un fucile con una lunga baionetta, marciare in ordine chiuso e lanciarsi all’attacco in masse compatte, spalla contro spalla, al ritmo dei tamburi. La preparazione dei cavalleggeri era solo un poco più approfondita, mentre per servire nell’artiglieria bisognava avere già un maggior bagaglio di nozioni. A confronto con gli altri soldati, nel loro campo gli artiglieri erano già degli specialisti.
Gli eserciti che si affrontarono cinquanta anni dopo nella guerra civile americana applicarono le stesse tecniche di combattimento, ma lo sviluppo dell’industria meccanica aveva permesso grandi miglioramenti nel campo degli armamenti. Il mancato adeguamento della scienza militare all’introduzione di armi a ripetizione e di cannoni dal tiro sempre più lungo e preciso provocò un notevole aumento delle perdite.
Nella guerra russo giapponese del 1904-1905 sul campo di battaglia si imposero tre nuovi elementi che sconvolsero la tradizionale tecnica di combattimento. Contro un avversario riparato in trincee difese da filo spinato e con mitragliatrici piazzate strategicamente a difesa, l’assalto alla baionetta in ordine chiuso delle truppe giapponesi si concludeva con un orrendo massacro. Solamente un intenso fuoco d’artiglieria ben diretto sulle posizioni difensive russe poteva dare agli attacchi delle fanterie qualche possibilità di ottenere un successo. Le esperienze fatte nel lontano oriente non vennero valutate correttamente dagli stati maggiori degli eserciti europei, così all’inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, la baionetta era ancora considerata l’arma regina del campo di battaglia. Dopo pochi mesi però centinaia di chilometri di trincee difese da mitragliatrici e protette da muri di filo spinato segnavano le linee contrapposte, mentre le perdite avevano già superato il milione di uomini per parte. Per superare la situazione di stallo vennero introdotte nuove armi sempre più complesse e fu necessario creare un nuovo tipo di combattente ben addestrato e istruito nell’uso delle armi, un professionista, il soldato contadino non bastava più. Era però evidente che non era possibile addestrare alle nuove tattiche di combattimento e istruire all’uso delle nuove armi tutti i milioni di soldati che componevano gli eserciti in lotta, pertanto vennero creati tre gruppi di soldati, i professionisti, prevalentemente giovani volontari, che ricevevano un addestramento specifico al combattimento ravvicinato, gli specialisti delle varie armi, scelti tra coloro che avevano una buona istruzione o una conoscenza specifica, e la massa dei semplici soldati, da cui in teoria si doveva pretendere molto poco. Per le necessità di una guerra moderna sempre più industriale, la richiesta di professionisti e di specialisti aumentava continuamente, mentre la qualità del materiale umano a disposizione calava costantemente. All’inizio della guerra erano partiti per il fronte gli uomini giovani e abili alle armi, i migliori, ma nel tritacarne della trincea la morte era una costante e i rimpiazzi non erano dello stesso livello di coloro che dovevano sostituire.
In Italia venne creato nel 1917 il corpo degli arditi, che doveva riunire solo volontari di fegato e senza paura da impiegare solo in azioni particolarmente impegnative e pericolose. Ben presto però, per aumentare gli organici, troppo scarsi, entrarono a far parte del corpo anche soldati che venivano inviati tra gli arditi per punizione o per scontare pene detentive e, modificando radicalmente le motivazioni iniziali della costituzione del corpo stesso, gli arditi furono utilizzati come fanteria nelle prime ondate d’assalto.
L’esercito austro-ungarico già dall’inizio del 1915 si trovò a fronteggiare una gravissima crisi di effettivi e, per completare i ranghi dei reggimenti di fanteria decimati in Russia e in Serbia, vennero ampliate le fasce d’età e chiamati alla visita di leva quasi tutti gli uomini della duplice monarchia. Col proseguo della guerra e le stragi delle battaglie sull’Isonzo, vennero incorporate tutte le riserve e, con successive revisioni delle visite di leva vennero dichiarati abili alle armi anche coloro che, per età e condizioni fisiche, in tempo di pace mai avrebbero fatto il militare, impiegandoli dapprima nei servizi di sorveglianza nelle retrovie, e poi, sempre più spesso, nel servizio attivo al fronte e anche in prima linea. Per fare un esempio, nel 1918 i ragazzi austro-ungarici della classe 1899 erano già da due anni al fronte. Le truppe d’assalto austro-ungariche, le Sturmtruppen, vennero create nel 1916 sul modello germanico. All’inizio il reclutamento nelle loro file era a base volontaria, ma a differenza degli arditi italiani, che erano un corpo a se stante, gli appartenenti alle Sturmtruppen rimanevano nel loro reparto di appartenenza, formando le compagnie e i battaglioni d’assalto solamente in caso di necessità. In seguito, a causa del livello sempre più basso del materiale umano, le Sturmtruppen vennero formate più semplicemente, radunando i soldati giovani e abili al combattimento dei reparti austro-ungarici. Questi soldati formavano le prime ondate d’assalto, lasciando ai soldati anziani e meno validi il compito di occupare materialmente e consolidare le posizioni raggiunte e di radunare gli eventuali prigionieri. Nell’offensiva del giugno 1918 sul Piave anche questa possibilità di scelta venne meno perché l’esercito austro-ungarico, stremato dalla fame, non aveva più uomini veramente abili al combattimento.
I GAS TOSSICI
Quando le potenze dell’Intesa e degli imperi centrali si resero conto della situazione di stallo a cui si era arrivati alla fine del 1914, con gli eserciti contrapposti rintanati in centinaia e centinaia di chilometri di trincee, da entrambe le parti si iniziarono a studiare febbrilmente nuove armi. I gas tossici, utilizzati per particolari lavorazioni in campo industriale furono una di queste.
Nel 1915, senza aver completamente sperimentato e realizzato delle contromisure efficaci, l’esercito germanico impiegò frettolosamente il cloro, uno gas tossico che, compresso in bombole sistemate nella trincea di prima linea, veniva emesso e spinto dal vento in direzione delle linee avversarie. Le protezioni antigas erano simili a quelle utilizzate dagli operai che lavoravano in presenza di cloro, delle semplici mascherine di tela e cotone riempite di garza imbevuta di sostanze chimiche che dovevano neutralizzare gli effetti del gas. Quest’arma micidiale, dopo i primi successi, venne utilizzata immediatamente anche dagli avversari. Vennero realizzate delle apposite contromisure, perfezionando via via le maschere antigas in uso, venne cambiato anche il tipo di gas utilizzato per l’offesa, al cloro succedette l’ancora più micidiale fosgene, in una continua ricerca di misture di gas sempre più tossici e di misure antigas sempre più efficaci. Accanto all’emissione con bombole, che poteva colpire solo a breve distanza le prime linee avversarie, per colpire anche le retrovie vennero studiate granate d’artiglieria, i proiettili a liquidi speciali, caricate con gas al posto dell’esplosivo.
Ma la principale differenza tra i due schieramenti in lotta, mentre i mezzi di offesa erano quasi gli stessi, era il sistema di difesa. Le potenze dell’Intesa sperimentarono nei loro laboratori varie modelli di cappucci e maschere con un numero sempre maggiore di strati di garza e mussola imbevuti con un composto di sostanze chimiche neutralizzanti dei gas . Dalla parte avversa, a causa anche della scarsità di numerose sostanze chimiche dovuta al blocco navale che strangolava economicamente gli imperi centrali, la scelta fu radicalmente diversa, i gas tossici erano filtrati con carbone di frutta contenuto in un filtro da avvitare a una maschera di tela gommata. Mentre l’esaurimento delle sostanze neutralizzanti rendeva progressivamente inservibili le maschere antigas delle truppe dell’Intesa, i soldati degli imperi centrali, una volta esaurito un filtro, potevano sostituirlo con un altro nuovo. La scelta si rivelò migliore e all’inizio del 1917 anche le potenze dell’Intesa distribuirono ai loro soldati maschere antigas a sistema filtrante.
In Italia invece venne prodotta e distribuita la maschera polivalente, una versione migliorata della maschera a sistema neutralizzante, con ancora più strati di cotone e di mussola. Il gas lanciato da un reparto germanico di specialisti dalle postazioni austro-ungariche di fronte a Plezzo il 24 ottobre 1917 ovvero una miscela chiamata “croce verde e croce azzurra”, non diede scampo ai reparti italiani della brigata Friuli che presidiavano le trincee del fondo valle Isonzo, ma tutta la responsabilità non può essere data alle maschere in dotazione. Tali responsabilità vanno ricercate anche in un insufficiente e approssimativo addestramento impartito ai soldati italiani.
LA BATTAGLIA
Le truppe degli imperi centrali utilizzarono per l’attacco una nuova tecnica offensiva studiata dal comando germanico che prevedeva, invece dell’attacco frontale di massa di fanteria preceduto da una interminabile preparazione d’artiglieria, bensì brevi, furibondi e concentrati cannoneggiamenti anche a gas seguiti da attacchi di reparti di specialisti, le Sturmtruppen o truppe d’assalto, che dovevano proseguire l’azione dove riusciva lo sfondamento, trascurando i punti di maggiore resistenza, destinati a cadere successivamente per aggiramento. Alle truppe seguenti la prima ondata, rimaneva il compito di eliminare le sacche di resistenza e rastrellare i prigionieri.
(Commento alle foto soprastanti) L’attacco si scatenò violento e simultaneo su tutta la zona stabilita, con un bombardamento d’artiglieria di notevole violenza accompagnato dal lancio di un nuovo tipo di gas denominato “croce blu”: si trattava di minute particelle di arsine mescolate al gas che passando attraverso le maschere, agivano sulle mucose nasali per stimolare lo starnuto e indurre i soldati a levarsela, esponendosi così all’azione letale del fosgene. Sui contenitori delle maschere antigas italiane, rivelatesi assolutamente inefficaci contro quel tipo di gas, era riportato il seguente monito: “Chi si leva la maschera muore. Tenetela sempre con voi”…
L’artiglieria, che spianò la strada all’assalto delle fanterie, era stata posizionata in gran segreto insieme alla propria scorta di munizioni: ogni pezzo di medio e piccolo calibro disponeva di mille proiettili al giorno per un massimo di quattro giorni, poco meno per i grossi calibri. L’azione delle fanterie fu validamente supportata dall’impiego congiunto di truppe scelte da montagna e di”sturmtruppen”, i reparti d’assalto. Le truppe attaccanti anziché attaccare le vette dei monti le facevano cadere per aggiramento, dopo una decisa infiltrazione lungo i fondovalle.
L’azione fu una vera sorpresa strategica, nonostante lo spionaggio italiano avesse già segnalato i preparativi in atto, testimoniati anche dalla ricca documentazione presentata da alcuni ufficiali disertori. Alle ore 19 del 24 ottobre, dopo che l’attacco aveva già sfondato le linee italiane giungendo a Caporetto, il Comando Supremo di Udine era ancora ignaro dell’accaduto e gli alti ufficiali, Cadorna compreso, disquisivano ancora sull’attendibilità di quelle informazioni. Poco dopo però la situazione si palesò in tutta la sua gravità.
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Partendo da Tolmino le colonne avversarie penetrarono profondamente nelle linee italiane: risalendo l’Isonzo, occuparono Caporetto e si congiunsero con le truppe partite dalla conca di Plezzo. Queste ultime, dopo che il gas sterminò i difensori delle trincee in fondo valle , non avendo trovato altre resistenze organizzate marciarono verso Saga e Caporetto.
I reparti italiani che resistettero sulle montagne furono costretti a ripiegare per non essere aggirati mentre, caduta Caporetto, le truppe che presidiavano il massiccio del Monte Nero furono accerchiate e la loro sorte segnata. I comandi italiani, rimasti senza contatti fra loro e con il comando supremo di Udine, caddero nel caos, compiendo spesso errori di valutazione della situazione. L’abbandono delle formidabili posizioni della stretta di Saga spalancarono la porta della val Uccea, che portava verso la Carnia e Gemona, i due caposaldi principali della linea di resistenza, il Montemaggiore e il Matajur vennero saldamente occupati ma, subito accanto, il passo di Tanamea venne lasciato sguarnito e praticamente indifese le valli del Torre e del Natisone.
Le avanguardie delle colonne austro-ungarico-germaniche calarono lungo tutte le valli, arrivando nelle retrovie indifese e occupando Cividale. I reparti avanzanti erano numericamente esigui, ma il panico ingigantiva il pericolo, e dappertutto si vedevano avversari. A molti reparti venne ordinato senza motivo di abbandonare le postazioni occupate, lasciando scoperti i fianchi e le spalle alle truppe che continuavano ostinatamente a resistere.
Le linea difensiva del Torre venne facilmente sfondata e dopo Cividale vennero occupate Gemona e Udine: il Tagliamento e i ponti di Pinzano, Dignano-Bonzicco e Codroipo erano a portata di mano. Un audace reparto germanico arrivò al ponte di barche di Dignano-Bonzicco, trovandolo incendiato e distrutto, e proseguì lungo l’argine fino a Codroipo. Attorno a Codroipo e sui ponti della Delizia si ammucchiava una folla enorme di militari sbandati, reparti organici e fuggiaschi, in una confusione di carriaggi militari, traini d’artiglieria, cariaggi carichi delle poche masserizie dei profughi friulani.
All’arrivo dei primi soldati germanici, il panico divenne generale, molti persero la testa e i ponti su cui transitava la massa tragica in ritirata furono fatti saltare in aria travolgendo i malcapitati. Il disastro ormai si delineava, mentre reparti italiani con organici frammisti a truppe raccogliticce venivano schierati sulla linea del Tagliamento. Ma la sosta era chiaramente temporanea, le truppe degli imperi centrali riuscirono a forzare il passaggio a Cornino; superato il caos dei primi giorni e anche grazie al sacrificio di alcuni reparti che si immolarono, al comando italiano non rimase altra decisione che continuare più ordinatamente la ritirata. L’unica linea di difesa possibile, già studiata e preparata saggiamente da Cadorna in caso di sfondamento sul fronte isontino, era quella del Piave, appoggiata a nord al massiccio del monte Grappa. I resti dell’esercito italiano si schierarono nelle trincee appena abbozzate e attesero l’urto finale degli austro-ungarico germanici, rafforzandosi giorno dopo giorno.
Prima di sferrare il colpo decisivo, gli avversari, arrivati al Piave quasi subito, dovettero affrontare tutta una serie di enormi problemi logistici per assicurare i rifornimenti alle nuove linee, soprattutto ripristinare le infrastrutture distrutte e sabotate durante la ritirata, come ponti e linee ferrate. Questa pausa nelle operazioni permise il rafforzamento delle linee italiane e la successiva vittoriosa resistenza, primo passo verso il crollo dell’impero austro-ungarico e la fine delle guerra.
LE MARCE E L’INSEGUIMENTO Immagini sopra.
Tutti gli obiettivi furono fissati fin dall’inizio nella previsione di un grande successo, cosicché i comandi inferiori anche in assenza di ordini precisi, avrebbero agito in piena autonomia per dilatare al massimo il successo iniziale e le dimensioni dello sfondamento. Infatti il 27 ottobre, resasi vana ogni possibilità di tenere il fronte, il generale Cadorna impartì l’ordine di ritirata generale, dapprima al Tagliamento, poi al Piave.
Gli ordini erano precisi: spingere l’attacco il più avanti possibile in una corsa contro il tempo in modo da arrivare ai ponti prima che vi arrivassero le truppe italiane in ritirata: mantenere i ponti intatti era indispensabile per il successivo passaggio delle artiglierie. Questo gli italiani lo sapevano bene ed in molti casi li fecero saltare con anticipo rispetto alla ritirata delle proprie truppe che, tagliate fuori, vennero facilmente catturate. Ciò permise però di guadagnare tempo prezioso sugli attaccanti che per attraversare il Tagliamento impiegarono alcuni giorni.
L’inseguimento in pianura era reso difficoltoso dalla presenza di numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio che, a seguito delle abbondanti piogge cadute, costituivano degli ostacoli difficili da superare, costringendo gli attaccanti a soste forzate a tutto vantaggio delle truppe in ritirata. Durante le concitate fasi del ripiegamento, il Comando Supremo italiano impiegò largamente la cavalleria per contrastare l’avanzata nemica.
La sede di molti comandi, soprattutto A.U., era rimasta notevolmente indietro, cosicché oltre alle difficoltà incontrate nel conoscere la reale situazione, spesso venivano trasmessi ordini che quando venivano recapitati alle truppe dipendenti, erano già stati superati dagli eventi. Le critiche da parte tedesca furono molto pesanti, sia sull’organizzazione delle truppe dell’alleato, sia sul loro livello di efficienza.
Le truppe attaccanti continuavano ad avanzare, nonostante il maltempo e la grande stanchezza accumulata, concedendosi solo brevi soste per riposare e non perdere contatto con le retroguardie nemiche, evitando in tal modo che si potessero organizzare. Per attraversare rapidamente l’Isonzo ed incalzare la III armata italiana, gli A.U. utilizzarono natanti della marina.
Le strade erano difficili da percorrere, ingombre com’erano di materiali abbandonati durante la ritirata, di colonne di prigionieri in marcia e di unità in avanzata che spesso si sovrapponevano tra loro, creando notevoli ingorghi che obbligavano a soste prolungate. Nel frattempo la ritirata italiana, sapientemente diretta dal generale Cadorna, terminò sulla linea Piave- Monte Grappa, ponendo convenzionalmente fine alla XII battaglia dell’Isonzo e da quel momento, era il 10 novembre, venne organizzata la battaglia di arresto. Dopo i successi iniziali, il 3 dicembre gli imperi centrali sospesero l’iniziativa: nel frattempo erano scese in campo 16 divisioni franco-inglesi e le truppe tedesche erano state richiamate sul fronte occidentale.
CARTINEImmagini sopra
La XIV armata di von Below costituiva la punta di lancia dello sfondamento, ed era costituita da quattro “gruppi” comandati da altrettanti generali: Krauss, Stein, Berrer e Scotti. Era appoggiata dal “gruppo di armate Conrad”, di stanza in trentino e dall’Armata dell’Isonzo, a sud dello schieramento.
L’inseguimento in pianura era reso difficoltoso dalla presenza di numerosi corsi d’acqua a carattere torrentizio che, a seguito delle abbondanti piogge cadute, costituivano degli ostacoli difficili da superare, costringendo gli attaccanti a soste forzate a tutto vantaggio delle truppe in ritirata. Durante le concitate fasi del ripiegamento, il Comando Supremo italiano impiegò largamente la cavalleria per contrastare l’avanzata nemica.
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PRIGIONIERI Commento alle foto sopra.
Tra il 24 ottobre ed i primi di novembre, durante la dodicesima battaglia dell’Isonzo, il Regio Esercito italiano aveva perduto un’ingente quantità di materiali, armamenti e magazzini ma soprattutto ebbe circa 800.000 uomini messi fuori combattimento, di cui 40.000 tra morti e feriti, 280.000 prigionieri e circa 300.000 sbandati. Questi ultimi furono prontamente intercettati lungo il Po e le arterie di comunicazione e prontamente riorganizzati. Fu persino realizzato un apposito bando che invitava i militari che non si trovavano presso i reparti di appartenenza a presentarsi presso i distretti.
Il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Cadorna, aveva prontamente addebitato le cause del disastro alla condotta dei suoi soldati che, inquinati dalla propaganda disfattista, avevano gettato le armi senza combattere! Una sorta di “sciopero militare”o”diserzione collettiva”a seguito dello slogan di impronta socialista: “il prossimo inverno non più in trincea”. In realtà le cause erano molto più profonde e prevalentemente militari, ed andavano ricercate prima di tutto nella grossa sorpresa strategica attuata dagli austro-tedeschi, che spiazzò lo stesso Comando Supremo italiano: l’accerchiamento di posizioni ritenute imprendibili e un nemico che, infiltratosi tra le linee, piomba alle spalle dei combattenti, erano fattori che ebbero un effetto paralizzante su soldati che da oltre due anni erano abituati alla staticità della guerra di trincea, ove il nemico si trovava sempre di fronte a loro. A ciò va aggiunto lo stato di stanchezza di un esercito provato da oltre due anni di attacchi frontali, con perdite sempre maggiori rispetto agli scarsi risultati ottenuti e a cui non erano ancora molto chiare le motivazioni della guerra. Costante, soprattutto negli ultimi tempi, il ricorso alle fucilazioni di soldati (le cosiddette decimazioni) per sedare tumulti o rimandare in linea quei reparti che ormai stanchi, si rifiutavano apertamente di farlo. Episodi di rilievo avvennero persino presso reparti di provate capacità, che in precedenza avevano meritato alte ricompense “al valore”. In questo contesto vanno inseriti tutti coloro che, vedendo nel nemico avanzante la liberazione da tutto ciò, e quindi la fine della guerra, gli si presentarono disarmati, felici di arrendersi, talvolta al grido di”viva l’Austria” o “viva la Germania”, ma gran parte dei prigionieri venne invece catturata a causa della rapidità dell’avanzata nemica .
La gran parte dei prigionieri catturati in quei giorni, dopo le foto di rito per la propaganda, vennero avviati ai campi di prigionia situati all’interno del territorio delle potenze centrali che, secondo una stima attendibile, sembra fossero ben 470. In quei luoghi i militari italiani, colpevolmente dimenticati dal proprio paese che li riteneva vigliacchi e disertori, morivano di stenti e malattie e ai pochi fortunati che a guerra finita tornarono in patria, spesso toccò la triste sorte di essere sottoposti ad inchiesta ed interrogati sulle cause della propria cattura. Ancor oggi in quei luoghi lontani sono rimaste innumerevoli croci per ricordare tutti coloro che vi morirono.
NON TUTTI SI ARRESERO...
Durante le fasi della tragica ritirata, mentre il grosso dell’esercito italiano cercava di raggiungere i ponti sul Tagliamento, molti reparti seppur isolati non si sbandarono ma si opposero strenuamente alla travolgente avanzata austro-tedesca, facendosi letteralmente maciullare sul posto pur di non arretrare. Ed anche la cavalleria, che nella guerra di posizione non aveva trovato grandi possibilità d’impiego, ebbe invece nelle fasi del ripiegamento un ruolo importantissimo, caricando ripetutamente le colonne nemiche pur di ritardarne il più possibile l’avanzata. Episodi come quelli avvenuti a Pozzuolo del Friuli, Stupizza, Ragogna, o Cividale, solo per citarne alcuni, destarono l’ammirazione del nemico che ebbe parole di elogio per la tenacia ed il valore dimostrato da quelle truppe.
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LE DISTRUZIONI E L’ABBANDONO Foto sottostanti
Le immagini desolate dei luoghi ove passarono le truppe in ritirata danno un quadro molto eloquente della disfatta: ovunque materiali abbandonati, case danneggiate o date alle fiamme, depositi fatti saltare ed infrastrutture importanti, come ponti o ferrovie irrimediabilmente distrutte per ritardare il più possibile l’incalzare del nemico. Oltre a tutto ciò si devono ricordare i gravi episodi di saccheggio che nel caos generale di quei tragici giorni vennero perpetrati da una parte delle truppe austro-tedesche, ma anche, ed ancor peggio, da parte di truppe italiane in fuga rimaste senza capi. La situazione fu ben presto ristabilita da parte delle truppe di occupazione che sottoposero tutto il territorio del Friuli e del Veneto occupati ad un rigido controllo militare, impossessandosi di tutte le risorse necessarie. Intanto in Italia, per far fronte all’ingente perdita di materiali ed armamenti, l’organizzazione della mobilitazione industriale venne spinta al massimo raggiungendo ben presto livelli ragguardevoli, con quasi duemila stabilimenti attivi che occupavano più di un milione di addetti.
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IL BOTTINO foto seguenti.
Durante la ritirata, il Regio Esercito italiano aveva perso un’ingente quantità di materiali: 3.151 canoni, pari quasi al 75% della propria dotazione, 1.732 bombarde, 3.000 mitragliatrici, mezzo milione tra fucili e moschetti, sei milioni di colpi completi, tutti i magazzini di viveri e quelli di vestiario ed equipaggiamento. Infatti, non è infrequente imbattersi in uniformi austro-ungariche realizzate con panno italiano.
La parte più importante del bottino di guerra è sempre costituita dai cannoni catturati all’avversario, sia perché rappresentano la dimensione del suo potenziale bellico, sia perché dal momento della cattura non potranno più nuocere alle proprie truppe. Concetti immediatamente utilizzati dalla propaganda, con le immagini dei pezzi catturati insieme agli stessi serventi o dei vincitori che vi posano fieramente accanto.
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LE CITTÀ CONQUISTATE
Tutti i più alti vertici militari di entrambi gli eserciti, vollero essere presenti per testimoniare la propria vicinanza alle rispettive truppe ed anche per assaporare il gusto della vittoria. Le immagini delle città conquistate con i vincitori attorniati dalla massa dei prigionieri, fecero rapidamente il giro del mondo.
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GORIZIA
La didascalia in tedesco recita:
“Sua maestà re Carlo I ispeziona la prima compagnia a Gorizia 29.10.1917”
Iniziò già allora la ricerca accurata dell’immagine e si volle celebrare l’evento della riconquista della città con centinaia di fotografie e anche riprese filmate. Si noti l’ombra di un’altro fotografo o cineoperatore sulla sinistra dell’isatantanea. Piazza Grande, oggi piazza Vittoria, appare ancora ingombra di clacinacci e pietrame dovuti ai recenti bombardamenti, sullo sfondo un’imponente stuolo di prigionieri italiani fa da cornice all’evento.
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Le truppe imperiali entrarono a Gorizia negli ultimi giorni di ottobre e trovarono una città sensibilmente più danneggiata rispetto a un anno prima, quando a seguito della sesta battaglia dell’Isonzo, avevano dovuto abbandonarla alle truppe italiane, ritirandosi sulla seconda linea di difesa, già predisposta sulle alture ad est della città.
Per la propaganda era fondamentale celebrare il ritorno delle truppe a Gorizia, dopo la breve parentesi dell’occupazione italiana. Ed era fondamentale che proprio l’imperatore ne riprendesse possesso alla testa delle proprie truppe. Accanto a Carlo d’Asburgo si scorge il feldmaresciallo Boroevic, comandate dell’Armata dell’Isonzo”. Numerosi prigionieri italiani, schierati ai bordi della piazza, sono costretti a partecipare all’evento.
In seguito allo sfondamento del fronte ed alla ritirata delle truppe italiane, i combattimenti si spostarono sulla linea del Piave, lasciando definitivamente l’Isonzo dopo oltre due anni. La guerra, che aveva duramente colpito la “Nizza austriaca”ed il suo entroterra, continuò a far sentire i propri effetti sulla popolazione, sottoposta a privazioni di ogni genere ed anche a requisizioni operate dalle truppe imperiali, ridotte alla fame per il blocco navale dell’Intesa ed il protrarsi del conflitto.
Grazie all’aiuto dell’alleato germanico, la Duplice monarchia era riuscita ad ottenere risultati inimmaginabili: aveva riconquistato rapidamente il terreno perso in due anni di guerra ed aveva messo in ginocchio il nemico. In realtà i tedeschi erano intervenuti a sostenere l’alleato per evitare che un suo rovescio potesse pregiudicare lo sforzo bellico comune. Esattamente quello che successe un anno dopo, quando l’Austria-Ungheria chiese l’armistizio, costringendo la Germania, rimasta ormai sola, a fare altrettanto.
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PROFUGHI
L’eco della disfatta percorse rapidamente la pianura dove molta gente decise di fuggire verso l’interno, cercando di mettere in salvo tutto ciò che poteva. La fiumana di profughi finì per mescolarsi alle truppe in ritirata e alle colonne attaccanti, aumentando sensibilmente il caos e gli ingorghi sulle vie di comunicazione.
SCENE DA UN’OCCUPAZIONE foto sopra
L’invasione portò con sé il saccheggio da parte delle truppe austro-ungariche – da tempo ridotte praticamente alla fame – di ogni forma di viveri, fossero essi magazzini o semplici scorte domestiche di povera gente. A questi iniziali episodi localizzati seguì, con il consolidamento dell’occupazione, la requisizione “istituzionalizzata” e generalizzata di ogni bene suscettibile al sostentamento degli stessi occupanti o di quei materiali altrettanto funzionali all’economia di guerra, come le campane delle chiese, tessuti, fieno o altro. La conseguenza fu una paurosa carestia che colpì la popolazione civile, specie quella rurale della Bassa, da sempre condannata ad un’atavica esistenza fatta di privazioni e pellagra. Le autorità militari occupanti, nel tentativo di lenire la fame della popolazione, istituirono in alcune località distribuzioni gratuite di minestra e in alcuni casi anche di razioni limitate di grasso, sale, farina e verdura. I soldati austro-ungarici non erano però tutti quegli orchi affamatori e rapaci che la propaganda italiana tentava di accreditare e spesso anche i semplici soldati, mossi da cristiana pietà o solidarietà sociale, dividevano il loro poco con i bambini e le donne dei luoghi in cui stazionavano.
Pubblica distribuzione di minestra alla popolazione di un paese invaso.
Un gendarme a cavallo procede ad un’operazione di confisca nei confronti di alcuni contadini friulani. Alcuni dei soldati austro-ungarici presenti alla scena abbozzano un sorriso, forse sognando qualche razione di “gulasch” tratta da quella che con un eufemismo tutto militare viene designata “carne in piedi”, cioè il bestiame destinato al macello.
Il destino dei civili sospettati di aver occultato beni destinati alla requisizione o di aver nascosto soldati italiani sbandati: arresto e scorta verso il comando per l’interrogatorio. Le pene erano, comunque, molto severe.
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MARIA AMALIA ANNA VON HAULER, LO SCHÜTZEN WOLF HAULER
Durante la prima guerra mondiale moltissime donne furono coinvolte nello sforzo bellico, come operaie nelle fabbriche e come portatrici in tutte quelle zone del fronte dove la manovalanza femminile costava meno ed era numericamente più disponibile di quella animale. Le più conosciute in Italia sono sicuramente quelle carniche, ma ogni belligerante utilizzò portatrici, su ogni fronte.
Le donne che presero parte ai combattimenti in prima linea, a parte i reggimento femminili russi, furono pochissime e solitamente dovettero travestirsi da uomo, come la famosissima Victoria Savs, che combatté come Standschützen accanto a suo padre sulle Dolomiti, scoperta solamente dopo essere stata gravemente ferita. Subito dopo il 24 maggio anche alcune coraggiose donne italiane, travestite da soldato, cercarono di raggiungere il fronte, ma vennero intercettate tutte dai Reali Carabinieri e rispedite a casa. La storia di Maria von Hauler invece è ben poco conosciuta.
L’11 novembre 1917, a Longarone, nella giornata di riposo che venne concessa al Württembergisches Gebirgsbataillon il battaglione da montagna del Württemberg per la presa del paese, il maggiore Sprösser, comandante del reparto, convocò nel salone del palazzo dove aveva posto il suo comando lo Schütze Hauler. Non appena lo vide comparire sulla porta, lo aggredì, non con una semplice domanda, ma con un’imperiosa affermazione: “Schütze Hauler, lei è una ragazza!”. Così venne smascherata Maria Amalia Anna von Hauler.
Maria nacque il 16 luglio 1893 da Otto von Hauler, ufficiale dell’imperiale e regio esercito austro-ungarico e da Vilma von Matachich-Dolanski di nobile famiglia croata. Crocerossina volontaria a partire dai giorni della mobilitazione generale dell’impero, si era distinta per coraggio ed abnegazione. Per i suoi meriti le venne conferita nel 1916 la medaglia d’argento e nell’ottobre del 1917 la medaglia d’oro della Croce Rossa, assieme alla croce al merito di servizio con spade. Dopo la morte del padre, nel marzo del 1917, Maria aveva ben chiaro il disegno del suo futuro di soldatessa. Fino al giugno del 1917 prestò servizio presso l’ospedale da campo 407 di Opicina, ma tanto fece finché non venne trasferita nella zona di Tolmino. Prima dell’offensiva austro-ungarico tedesca, Maria venne assegnata al königlich-bayerischen Infanterie-Leib-Regiment, reggimento della guardia reale bavarese, in qualità di interprete. Solo il due novembre Maria si presentò al Württembergisches Gebirgsbataillon e fino a Longarone aveva partecipato a tutte le fatiche, le marce e ai combattimenti affrontati dai suoi commilitoni. Nessuno si era accorto di niente. Fino ad allora si era fatta chiamare Wolf Hauler e prestava servizio nelle file della compagnia trasmissioni del battaglione come interprete. I commilitoni, che ne intravedevano la debolezza fisica ed i lineamenti da bambino, l’avevano soprannominato Büble (bambinetto), ma, dopo Longarone, si resero conto di avere una Madle (ragazzina) come compagno delle loro fatiche belliche.
II maggiore Sprösser, dopo le rivelazioni di Longarone, aveva tentato in tutte le maniere di trasferire Maria al comando di Feltre. Nulla da fare! Immancabilmente l’interprete del battaglione si faceva trovare puntuale alle adunate della compagnia trasmissioni, anche in prima linea. La troviamo a Quero nel periodo di preparazione alla conquista del monte Fontana Secca e sul monte Tomba alla fine di dicembre del 1917, nelle ultime battute della permanenza del battaglione sul fronte italiano, quando venne intossicata dal gas. Per i problemi insorti ai polmoni Maria sarà costretta a passare da un ospedale da campo all’altro. Fino al 28 gennaio rimarrà in zona di guerra, poi verrà trasferita all’ospedale n. 131 nei pressi di Udine. Vi rimarrà fino al 18 marzo del 1918. Una ricaduta riporterà Maria all’ospedale di Leutkirch, dal 5 maggio al 9 luglio 1918. Durante questo periodo di ricovero, la notizia che una donna faceva parte del glorioso battaglione del maggiore Sprösser scoppiò improvvisa ed incontrollata e i comandi trovarono grosse difficoltà a circoscriverla. La lunga e penosa malattia polmonare si risolse soltanto a guerra finita, quando Maria poté lasciare il sanatorio di Überruh. Il maggiore Sprösser l’aveva proposta per il conferimento della medaglia d’argento al valor militare, ma la pratica non avrà seguito. Conosciuto un diplomatico giapponese, Maria lo seguirà nel paese del sol levante, a Tokio, dove diventò la signora Saka, Dopo il 1940 di lei si perse ogni traccia.
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AI CADUTI DI CAPORETTO
Siamo stati indecisi se esporre, o meno, foto di soldati caduti; abbiamo deciso di farlo perché questi uomini sono stati, loro malgrado, protagonisti di un evento terribilmente tragico, “attori” in un film malvagio.
Il termine “caduto” è invalso nel tempo per definire il soldato ucciso in combattimento. “Caduto” però lascia intendere che può rialzarsi: nulla di più errato.
Esponiamo queste foto con il massimo rispetto, come monito, richiamo e memoria per i visitatori, giovani e meno giovani. Auspichiamo che ciò possa stimolare la riflessione anche nei collezionisti, negli studiosi della storia, nei curiosi che osservano, in tutti noi insomma, che ci appassioniamo a queste tragiche vicende che hanno avuto ed hanno tuttora come unico obiettivo l’utilizzo delle armi per la conquista o la difesa di un territorio, accelerando in maniera spesso cruenta il destino di milioni di persone, tra i quali soldati “caduti” chiamati a fare il proprio dovere, giusto o sbagliato che fosse o che sia.
Le immagini, che a causa della loro crudezza sono state pietosamente ritagliate, raffigurano:
-un soldato italiano dell’87° reggimento di fanteria della Brigata Friuli, che da sola si è opposta all’avanzata austro tedesca nella conca di Plezzo. Essa in particolare fu vittima dei devastanti effetti del gas tedesco, quello della cosiddetta “croce blu”, che in pochi secondi uccise 600 uomini.
-un soldato austro-ungarico entrato tra i primi in una trincea italiana, dove ha incontrato il suo destino. Che sia stato tra i primi lo denota il rettangolo bianco dipinto sul retro dell’elmetto a terra, accanto al suo corpo; tale segno serviva agli osservatori “amici” per capire fin dove essi si fossero spinti.
-una trincea italiana sconvolta, così come si presentava dopo l’attacco all’obiettivo del fotografo della propaganda, in questo caso austro-tedesca.
E’ soprattutto a loro - semplici soldati e ignoti caduti - che noi membri dell’Associazione Isonzo - Gruppo di Ricerca Storica, dedichiamo questa mostra.
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CONCLUSIONE
Sono passati novant’anni e molti potranno chiedersi perché si parli e si discuta ancora delle vicende di quel lontano ottobre del 1917. In questi anni ci sono stati molti tentativi di dare una spiegazione delle vicende di Caporetto, sui piani sociale, militare, politico, economico, ma tutte le analisi hanno dato sempre una interpretazione parziale della complessità dell’avvenimento, cosicché Caporetto resta nella nostra memoria collettiva come un grosso punto interrogativo.
Caporetto. in realtà, è stata solo una delle grandi battaglie della prima guerra mondiale, sicuramente una sconfitta per le armi italiane, molto pesante, ma non decisiva ai fini del conflitto, e una grande vittoria per gli imperi centrali che portò però solamente vantaggi immediati e prolungò una guerra orrenda per un altro anno. Allora perché solo nell’uso comune della nostra lingua la parola Caporetto simboleggia la disfatta totale e la vergogna?
La responsabilità principale è del regime instauratosi in Italia nel ventennio, il quale coltivò il mito della grande guerra per la sua propaganda, separandola dalla guerra europea e considerando la sua “rivoluzione”, l’ultimo naturale atto della grande guerra “vittoriosa”. La trasfigurazione della tragedia dei soldati in una specie di leggenda epica dell’umile fante trasformava il dramma collettivo italiano in una serie di esempi eroici da imitare per le generazioni future, in una sequenza che non prevedeva episodi scomodi e situazioni ambigue, dove tutto era semplice e i generali comandavano, mentre i soldati ubbidivano senza fiatare.
Unico grosso estraneo in quella chiave di lettura era il disastro di ottobre e l’evidente impossibilita di dargli una collocazione logica, un posto coerente nella leggenda che veniva costruita.
Caporetto venne allora scisso dalla successione degli avvenimenti bellici, venne considerato solamente un errore di percorso, una vergogna subito cancellata e stemperata da centinaia di piccoli episodi eroici ma inutili davanti all’avversario, sempre strapotente.
Ma Caporetto non ha vita propria, non può essere esaminato come un episodio a se stante, separato del resto della guerra come se non ne facesse assolutamente parte, al contrario deve essere inquadrato a pieno titolo nel contesto degli avvenimenti del fronte italiano, strettamente collegati nell’insieme di una guerra globale, dove ci furono altre e anche peggiori sconfitte, come Tannenberg e i Laghi Masuri, Gorlice e Luck sul fronte orientale, solo per fare alcuni esempi. A Caporetto ci furono eroismi e rese, determinazione e pressappochismo, valore e vigliaccheria, come sempre succede con gli esseri umani.
Gli altri eserciti hanno fatto tesoro delle loro disgrazie, dando loro il giusto valore, riconoscendo gli errori commessi e imparando dai medesimi, in Italia la forzata separazione di Caporetto dal resto degli avvenimenti ha fatto si che la sua valenza negativa di vergogna nazionale rimanga viva ancora oggi.
Solo guardando all’insieme della guerra, al prima e al dopo Caporetto è possibile conoscere, capire e interpretare i fatti di allora, per esorcizzare la leggenda e capire un poco chi siamo e da dove veniamo.
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LA VITTORIA HA MOLTI PADRI LA SCONFITTA E’ UNA POVERA ORFANELLA
Esaminando gli avvenimenti ci si rende conto che se è vero che in guerra vince chi sbaglia meno, a Caporetto i generali delle due parti commisero errori su errori e fecero quasi di tutto per favorire l’avversario.
Da parte italiana è risaputo che il profondo contrasto strategico tra Cadorna e Capello permise ai reparti germanici partiti da Tolmino di imboccare la valle dell’Isonzo e di arrivare a Caporetto senza quasi trovare opposizione, aiutati anche dal mancato intervento nella battaglia delle artiglierie del XXVII corpo d’armata del generale Badoglio, e che il generale Arrighi, ritenendo di essere aggirato, fece sgomberare le posizioni fortissime della stretta di Saga alle spalle di Plezzo.
E’ poco noto invece che il generale von Below, uno dei più osannati artefici del trionfo austro-ungarico germanico, arrivato a Cividale perse una giornata intera indeciso se piegare a nord e chiudere le truppe italiane della Carnia orientale in una grande sacca o scendere a sud per eseguire la stessa manovra ai danni dei reparti della III armata italiana che presidiavano ancora le loro linee sul Carso. Von Below decise invece di puntare al centro, verso Udine, la capitale dell’Italia in guerra, la cui inutile conquista lo avrebbe coperto di gloria, perdendo per questa “impresa” uno dei suoi migliori comandanti, il generale von Berrer. Presa Udine i reparti germanici continuarono la loro avanzata verso Codroipo, sui cui ponti si accalcavano decine e decine di migliaia di soldati, reparti organici e sbandati e soprattutto migliaia di civili che fuggivano davanti all’invasore. Nella cittadina regnava il panico e si diffondevano a macchia d’olio le notizie più incredibili. Quando arrivò la notizia che reparti avversari erano arrivati in piazza, i ponti furono fatti saltare dai genieri italiani con enorme anticipo, condannando alla prigionia tutti coloro che erano rimasti bloccati sulla sponda orientale del fiume. La brigata Bologna venne schierata attorno e sul monte di Ragogna a difesa del ponte di Pinzano, fin quando tutti i reparti organici della zona non lo avessero attraversato; le fu ordinato, dai comandi italiani, di rimanere sulla riva orientale del fiume sacrificandola alla prigionia avendo scelto, consapevolmente, di fare saltare il ponte alle sue spalle.
Arrivati al Tagliamento, il comando supremo austro-ungarico ordinò di portare immediatamente avanti i materiali del genio per gettare i ponti di barche e per ripristinare quelli interrotti, ma il materiale non era disponibile, in quanto ancora in caserma a Klosterneuburg, alla periferia di Vienna. Nessun generale aveva pensato di farlo portare nelle vicinanza del teatro della battaglia.
Presa Codroipo e non potendo attraversare subito il Tagliamento, per il comando germanico era logico piegare a sud, seguendo l’argine del Tagliamento, e piombare sui ponti di Latisana e sulle colonne in marcia della III armata italiana che stavano attraversando la bassa friulana dopo aver lasciato le loro posizioni sul Carso. Così facendo però le truppe germaniche sarebbero entrate nella zona di competenza del generale Boroevic e delle sua famosissima Isonzoarmee. Anche il comando supremo austro-ungarico voleva la sua parte di gloria e pose quindi il suo veto all’ardita manovra. La velocità di spostamento degli eserciti dell’epoca era quella di un uomo a piedi, e non era certo credibile che un esercito in marcia potesse essere preceduto sui ponti di Latisana da un altro che lo stava seguendo. Grazie a Boroevic, i cui reparti poterono attraversare l’Isonzo solo grazie ai battelli della marina da guerra, la III armata italiana riuscì ad attraversare quasi indisturbata il Tagliamento e arrivare sulla nuova linea del Piave in accettabili condizioni . Quando le avanguardie dell’Isonzoarmee arrivarono al Tagliamento, i ponti di Latisana erano già stati fatti saltare dalle retroguardie italiane.
Dopo la guerra tutti i generali scrissero libri e memoriali, evidenziando i loro successi e sminuendo i loro errori, magari attribuendoli a altri. Libri in cui proclamavano che, se avessero avuto maggior potere e autonomia decisionale, avrebbero vinto non una, ma due guerre. Sulla carta naturalmente.
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I DOCUMENTI
Traduzione: “EDIZIONE STRAORDINARIA”
Edizione straordinaria del giornale da campo della imperiale e regia 4ª Armata. Nell’edizione di sabato 28 ottobre 1917 titola a tutta pagina “Gorizia nuovamente in nostro possesso”, facendo seguire il testo del comunicato stampa ufficiale diramato dal Comando Supremo (Feldpost 11) nella stessa giornata. Esso recita testualmente: “Nelle prime ore della giornata odierna le nostre truppe hanno nuovamente occupato Gorizia. Dopo un anno di dominazione straniera, la nostra bandiera sventola nuovamente sul Castello, come già fu nei secoli passati. Gli italiani si sono ritirati oltre l’Isonzo.” Lo firma “Il Capo dello Stato Maggiore Generale”, cioè il Generale Artur Arz von Straussenburg, succeduto il 2 marzo 1917 al Feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf.
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LA VALUTA DI OCCUPAZIONE
Nel dicembre del 1917 a Vienna, nel corso delle trattative per la spartizione del bottino di guerra tra la Germania e l’Austria-Ungheria, venne stabilito di creare una nuova moneta avente corso legale nei territori italiani occupati. Lo scopo era la salvaguardia del potere d’acquisto della moneta degli Imperi centrali grazie alla contrazione della massa circolante di marchi e corone che avrebbe accompagnato l’immissione di questo nuovo mezzo di pagamento. Un ulteriore motivo che indusse l’Austria-Ungheria ad emettere la lira di occupazione era il timore che, dopo la conclusione della pace vittoriosa con l’Italia - data per prossima e sicura - questa potesse richiederle il controvalore in oro o merci delle corone rimaste in circolazione nei territori restituiti, con ciò danneggiandola in un momento economicamente non propizio.
Per l’emissione delle nuove banconote venne istituita ad Udine, presso la sede della Banca d’Italia, la “Cassa Veneta dei Prestiti”, istituto di credito con personalità giuridica limitata al territorio occupato. Per la loro copertura venne accreditata presso di esso la somma relativa in corone e marchi, garantita dalla Banca Austro-Ungarica. Furono stampati ed emessi tagli nei valori da 1, 2, 10, 20, 100, 1.000 lire e di 5, 10, 50 centesimi, che erano gli unici mezzi di pagamento riconosciuti e che dovevano essere accettati per il loro titolo nominale. Questo era stato forzosamente fissato al cambio lira-corona quale risultava nel periodo di pace, cioè 95 centesimi di lira per una corona. Pertanto 1.000 nuove lire equivalevano a 950 corone (o 632,70 marchi) e si ottenevano per contro 1.052,63 lire ogni 1.000 corone (1.580,52 lire ogni 1.000 marchi).
Per il pagamento delle spese di amministrazione e per le necessità dell’esercito, vennero altresì creati certificati di credito (obbligazioni e cambiali che venivano usate dagli enti locali con amministrazione autonoma) da scontare presso la Cassa Veneta dei Prestiti. L’importazione e la circolazione della valuta austro-ungarica e il possesso delle lire in oro e argento furono vietati. Quelle sequestrate non venivano corrisposte in contanti, ma abbuonate sulle imposte fondiarie e di fabbricato dovute.
Gli effetti economici che gli Imperi centrali si erano originariamente prefissati furono in gran parte vanificati dal ritardo nell’emissione delle nuove banconote, avvenuta nel giugno 1918, quando ormai erano in circolazione diversi milioni di corone e di marchi e dal successivo precipitare degli eventi bellici. Fino alla fine dell’occupazione risultarono in circolazione più di due milioni di nuove lire.
A guerra finita i biglietti della Cassa Veneta dei Prestiti venivano cambiati alla pari dalle Regie Finanze italiane, mentre per una svalutatissima corona austriaca, si ricevevano solo 20 centesimi di lira, fino ad un massimo di 200 corone pro-capite. La ripresa economica venne rallentata dalla scarsa liquidità esistente e a risentirne a lungo fu tutta l’economia post-bellica locale.
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EMISSIONI FILATELICHE PER I TERRITORI INVASI DEL FRIULI E DEL VENETO ORIENTALE (1918)
Il 21 aprile 1918 un’ordinanza del feldmaresciallo Boroević (esposta in altro quadro di questa stessa mostra) disponeva il ripristino del servizio postale in alcune zone dei territori occupati. Il successivo 1° giugno le Autorità austro-ungariche emisero dei valori postali per l’utilizzo da parte della popolazione civile, come pure dei militari occupanti limitatamente a quella corrispondenza per la quale non era riconosciuta la franchigia di posta da campo. Similmente a quanto già provveduto durante le occupazioni della Serbia, del Montenegro e della Romania, l’imperiale e regia Direzione Generale della Posta da Campo ricorse alle emissioni già in circolazione per la posta da campo austro-ungarica, sovrastampandovi nuovi valori in valuta italiana sulla base di un rapporto di cambio forzoso, pari a 95 Heller (centesimi di Corona) per una lira del 1914, rispetto al valore facciale espresso in valuta austriaca.
In quello stesso periodo, per un’autonoma iniziativa della Direzione Poste di tappa e Telegrafi del “Comando Gruppi di Esercito Feldmaresciallo Boroević”, fu approntata una serie di valori per il recapito autorizzato sovrastampando marche fiscali dei Monopoli italiani con gli opportuni valori e i nomi delle 18 località sede di ufficio abilitato a svolgere servizio postale di tappa e per la corrispondenza privata. Esse erano: Ampezzo, Auronzo, Cividale, Codroipo, Gemona, Latisana, Longarone, Maniago, Moggio, Palmanova, Pieve di Cadore, San Daniele del Friuli, San Giorgio (di Nogaro), San Pietro (al Natisone), Spilimbergo, Tarcento, Tolmezzo e Udine. Questi valori, la cui uscita era stata prevista per il 15 giugno 1918, non entrarono mai in circolazione poiché il Comando Supremo austro-ungarico, poco prima di questa data negò l’approvazione e, quindi, l’autorizzazione ad emetterli.
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LE VETRINE, I REPERTI
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