STAHLHELM 1918
LO “STAHLHELM” MOD.1918,ULTIMO ELMO D’ACCIAIO DEGLI IMPERI CENTRALI.IL QUASI E IL SEGUITO
Nell’autunno del 1918 il caporale A.A. Campbell, appartenente al 301° Battaglione di Sicurezza Campale Compagnia Comando delle Forze di Spedizione Americane schierate in Francia a fianco dell’Intesa contro gli Imperi Centrali, spediva alla madre, signora E.P. Campbell di Beachmont (Massachussets), Stati Uniti, un elmo austro-ungarico mod. 1918 requisito al...
L’ultimo anno di guerra del primo conflitto mondiale accentuò, per effetto del blocco navale dell’Intesa, la stretta della morsa inesorabile in cui vennero a trovarsi gli Imperi Centrali, completamente isolati al centro del vecchio continente. Questo stato di cose determinò per l’industria bellica austro-tedesca, che già versava in gravi difficoltà per la scarsità di materie prime, la necessità di adeguarsi ad ulteriori risparmi, rallentamenti e semplificazione produttiva, che si scontravano con le incalzanti richieste delle autorità militari. Anche i processi di fabbricazione riguardanti le protezioni metalliche per il capo dei combattenti teutonici si adeguarono quindi alle nuove esigenze. Nacquero così le ultime produzioni dei “Deutsche Stahlhelme” o “Stahlschutzhelme”, letteralmente tradotto dal tedesco con “elmi d’acciaio tedeschi” o “elmi protettivi d’acciaio”.
Gli Stahlhelme sono denominati in base all’anno di fabbricazione e di adozione. All’indicazione Stahlhelm (singolare) va aggiunto l’anno della prima produzione e impiego, per esempio Stahl...1918, o più brevemente mod.1918 o M.18 e, parlando fra “addetti ai lavori”, solamente come “ ‘18”.
Mentre in Germania le fabbriche di elmi si adeguarono immediatamente ai più razionali ed economici standard costruttivi imposti dall’autorità militare, in Austria-Ungheria ciò avvenne solamente per la “Berndorfer” ovvero la Arthur Krupp A.G. di Berndorf. Le altre fabbriche della Duplice Monarchia rimasero sino alla fine legate alla produzione, su concessione tedesca, del “modello 1917” da poco implementata. E’ bene precisare che la produzione di elmi in Austria-Ungheria iniziò tragicamente in ritardo, costringendo a cospicue importazioni dai “cugini” tedeschi che, sin dagli inizi del 1916, sfornarono la migliore protezione per la testa del combattente, tra tutte quelle apparse nel corso del conflitto.
Nell’iconografia dell’epoca l’elmo rivestì ruolo primario come simbologia caratteristica del combattente teutonico, in queste cartoline di quel periodo appare in forma semplice e stilizzata , privo di alcune caratteristiche come il mod. 1918...
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Fedele servitore e fedele compagno dell’uomo e del soldato, il cavallo ed il cane rivestirono anch’essi ruolo importante nel primo grande conflitto. I due in divisa calzano entrambi elmi mod.’18; nel primo caso, il tenente dell’artiglieria da campagna austro-ungarica in tenuta da marcia nel 1918 su cavallo arabo, ha allacciato il soggolo in maniera particolare per aumentarne la tenuta durante il galoppo. Il cane si accinge a recapitare generi alimentari in prima linea incitato dal soldato al quale è stato assegnato.
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STORIA ED EVOLUZIONE DEGLI “STAHLSCHUTZHELME”
Nati nel 1915, frutto della ricerca e della progettazione comuni di un militare e di un medico tedeschi (il capitano F. Schwerd che raccolse le raccomandazioni scaturite dagli studi craniologici del medico dottor Bier), i “deutsche Stahlhelme” furono massivamente prodotti in Germania dal 1916 al 1918 e, dal maggio 1917, con tecnologia e autorizzazioni tedesche, anche in Austria-Ungheria. Erano caratterizzati da un’imponente calotta metallica ottenuta stampando a freddo e a più riprese una lastra d’acciaio di forma circolare, dello spessore prescritto di 1-1,1 mm. e del peso di circa un chilogrammo, legata in fusione con nikel, cromo ed altri minerali e successivamente temprata. Il risultato era una cupola terminante in basso con due ampie falde svasate, un paranuca ed un frontino piuttosto pronunciato. L’orlo del “guscio” veniva ribattuto verso l’interno per maggior sicurezza e rinforzo, nonché per conferire regolarità al perimetro. Successivamente, attraverso i fori predisposti lateralmente in corrispondenza delle tempie di chi calzava l’elmo, venivano applicati due bulloni forati di forma circolare e di opportuno spessore, il cui scopo era di fornire areazione alla testa e supporto per l’eventuale aggancio della corazzetta protettiva. Questi bulloni - simili a “cornetti”- costituirono poi l’elemento estetico che rendeva immediatamente riconoscibile tale copricapo.
Le varie fasi della piegatura a freddo del foglio d’acciaio, nasce così l’inconfondibile sagoma dello Stahlhelm
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In dettaglio i caratteristici “cornetti” ed il sistema per il loro fissaggio.
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ANNO 1916
Pur essendo molto simili tra loro, gli Stahlhelme si differenziavano per delle piccole varianti o accorgimenti costruttivi diversi a seconda dell’anno di produzione. I primi modelli, i “1916”, furono prodotti solamente in Germania e i primi 30.000 esemplari, che ebbero il battesimo del fuoco sul fronte occidentale nella battaglia di Verdun, si presentavano nella tinta color verde-campo o feldgrau di tonalità chiara. Alcuni fabbricanti consegnarono anche tinte tendenti al verde mela. Gli elmetti delle primissime serie avevano il frontino dalla forma più ampia e squadrata rispetto ai modelli successivi e la congiunzione di questo con le falde esterne era caratterizzata da un angolo o spigolo piuttosto accentuato e teso (per questo motivo in tale prossimità tendeva a danneggiarsi). Questo particolare copricapo nel mondo dei collezionisti del “genere” è chiamato “square dip visor” o “dip visor” o ancora elmetto “a spigolo vivo”.
Profili differenti per il “dip visor” ed il modello immediatamente successivo. Nell’immagine d’epoca tre nuovissimi “dip visor” appena consegnati per il battesimo del fuoco sul fronte francese.
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Gli elmi, per adempiere alla loro funzione di fornire protezione al capo e rimanervi stabili, erano dotati di un soggolo da allacciare al mento. Quello in dotazione alle protezioni prodotte nel 1916 era in pelle (generalmente di colore nero), retaggio del Pickelhaube, il famoso elmo chiodato della fanteria tedesca; in Germania tale soggolo rimase in uso dal 1891 sino al 1917. Il soggolo del M.1916 era formato da un unico pezzo, regolabile in lunghezza tramite due fibbiette a scorrimento a doppia luce, munito alle estremità di piastre metalliche arrotondate le cui cavità si innestavano, combaciando, sui due appositi supporti (maschi) saldamente imbullonati alle falde interne del guscio. Queste piastre acquisivano in tal modo anche un possibile moto rotatorio in quanto trattenute (non sempre in maniera efficace) da una sporgenza di ritenzione solidale al supporto, parzialmente profilata a triangolo. Il soggolo, in definitiva, risulta formato da tre componenti e il suo fissaggio veniva espletato, per ciascun lato, da un chiodo o rivetto a testa tonda che attraversava la parte inferiore delle opposte falde dell’elmo e il cilindretto antagonista interno sul quale stava solidale la sporgenza a triangolo e infine ribattuto sopra questo (vedi disegno e foto seguenti). Il materiale metallico che accessoriava il soggolo era generalmente in ottone e successivamente, per questioni economiche, realizzato in ferro.
Dettagli della componentistica e dei loro sistemi di fissaggio.
All’interno dell’elmo e sopra le falde era posizionato un cerchione in cuoio spesso che serviva da sostegno alle tre piccole patte di pelle (da qui in avanti chiamate con il diminutivo “pattelle”), su di questo cucite. Le pattelle erano munite ciascuna di una tasca interna in cotone di recupero destinata ad ospitare un cuscinetto ammortizzatore imbottito di paglia o crine. Il cerchione era fissato al guscio dell’elmo tramite tre rivetti passanti altrettanti fori circolari praticati sulla calotta ed allineati con quelli del cerchione, e infine stretti all’interno dello stesso divaricando e ribattendo le due lamelle di fissaggio (con ogni probabilità riscaldate preventivamente).
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Il rivetto sporgente sulla parte posteriore in corrispondenza della nuca, aveva la testa a forma di cilindro appiattito allo scopo di bloccare l’eventuale sfilamento verso l’alto della cinghia dello Stirnpanzer (corazzetta antiproiettile fornita come dotazione supplementare) che cingeva l’elmo quando questo accessorio era sistemato in posizione frontale.
Stirnpanzer utilizzate su elmi austro-ungarico e tedeschi.
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Per consentire l’aggancio della corazzetta, che essendo fabbricata in un’unica misura doveva adattarsi a tutte le taglie e grandezze di elmi prodotte, venne adottato un sistema semplice ed efficace che consisteva nel conferire, durante l’assemblaggio dell’elmo, spessori diversi ai “cornetti” di areazione in modo che la posizione di aggancio della corazza sugli stessi potesse rimanere invariata nonostante il copricapo fosse di dimensioni diverse. In sintesi, la distanza degli estremi fra un “cornetto” di areazione e l’altro e la superficie d’appoggio della corazza sugli stessi erano sempre uguali, nonostante la dimensione dei “cornetti” fosse diversa da una taglia all’altra. Per questo, a taglie dell’elmo sempre più piccole corrispondevano “cornetti” sempre più grandi, con cilindro appositamente “scalettato” per agganciare all’elmo la corazzetta mediante le incavature sagomate a forma di “virgola” poste presso i due angoli superiori di quest’ultima.
Riassumendo, gli elementi caratteristici della produzione del “modello 1916” erano: - cuoio del cerchione; - pelle del soggolo generalmente di colore nero; - colorazione feldgrau di tonalità più chiara rispetto ai modelli successivi; - la produzione iniziale che prevedeva cinque taglie ovvero le nr. 60, 62, 64, 66, 68 più una mai ufficializzata o meglio, dimostrata, taglia 70. Riguardo alle indicazioni numeriche riferite alle taglie, precisiamo che le cifre indicative erano punzonate in numeri arabi, assieme alle iniziali o sigle del produttore, all’interno della falda sinistra e talvolta stampigliate ad inchiostro, assieme alla sigla “AK” nel paranuca e/o sul cerchione. Questi numeri indicano la circonferenza della calotta dell’elmo nel suo intersecarsi con le falde ed il frontino. Sottraendo 8-9,5 unità alla cifra indicata si ottiene la circonferenza del capo adatta ad esso (es.66–8= 58cm. del giro testa).
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Matrimonio sul fronte occidentale. Che lo Stahlhelm fosse un simbolo... In realtà si tratta di una rappresentazione teatrale al campo, “la sposa” con molta probabilità è un imberbe soldatino.
Nel 1916 l’elmo era dotazione individuale per i soldati dell’esercito tedesco, si dovette attendere l’offensiva di Plezzo e Tolmino nell’ottobre 1917 perchè lo divenisse anche per quello austro-ungarico, ma non completamente...
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ANNO 1917
Nell’ “annus horribilis” entrambi i contendenti covavano tuttavia speranze e certezze di vittoria. Certo fu che dal 1917 l’isolamento economico degli Imperi Centrali cominciò a fare sentire in maniera irreversibile il suo peso. La scarsità di materie prime, tra le quali il pellame, dal mese di maggio portò a modificare i seguenti elementi nell’elmo mod. 1917: - il cerchione di cuoio sostituito con uno in lamiera flessibile stampata e ripiegata, sul quale venivano bloccate le pattelle contenenti i cuscinetti ammortizzatori; - la tonalità della colorazione feldgrau adottata, mediamente più scura. Il soggolo nel nuovo mod.17 rimase invece identico per caratteristiche generali a quello del mod. 1916.
Stahlhelm mod. 1917, all’interno del paranuca oltre che le firme del soldato vi troviamo impresse la taglia (64) ed il sopracitato “AK”.
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Inconfondibile feldgrau di tonalità scura per l’elmo mod.1917 calzato da questo soldato tedesco di scorta ai prigionieri inglesi sul fronte occidentale.
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Dallo stesso mese di maggio fu autorizzata la fabbricazione del mod. 17 anche in Austria-Ungheria. Ciò avvenne con macchinari e prescrizioni tedesche e con tre particolari ed esclusive differenze sostanziali rispetto ai “cugini” e che così possiamo riassumere:
- la verniciatura bruna o Isonzobraun ottenuta mescolando insieme i colori primari giallo, rosso e nero o in alternativa il blu; - il soggolo era costituito da due parti separate di tessuto di canapa ripiegato due o più volte in senso longitudinale e poi trapuntato da quattro linee di cucitura in filo di cotone verde o nero. L’allacciamento e la stretta del soggolo al mento avveniva mediante una fibbia ad ardiglione di piccole dimensioni; il fissaggio dello stesso all’elmo era ottenuto con una cucitura rinforzata attorno a “staffe” oscillanti, saldamente rivettate al guscio e in posizione più alta rispetto al modello tedesco. Queste caratteristiche conferivano maggiore stabilità all’elmo e indirettamente maggior comfort e sicurezza a chi lo indossava; - consuetudine molto diffusa nelle fabbriche austro-ungariche era quella di procedere alla brunitura dell’elmo, applicata per immersione del guscio prima del montaggio degli accessori e sopra parte degli stessi; questo trattamento garantiva una migliore resistenza agli agenti atmosferici.
Elmi di produzione austro-ungarica in tonalità Isonzobraun, taglia 64 per il primo esemplare e 66 per il secondo.
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Le pattelle utilizzate per gli elmetti in Austria-Ungheria, molto simili a quelle tedesche e sempre ancorate al cerchione metallico, erano realizzate a volte in tela cerata e le taschine posteriori che contenevano i cuscinetti di cotone bianco come in quelle tedesche erano molto spesso confezionate in tessuti colorati a fiori o “millerighe” caratteristici di quel periodo, scarti di lavorazioni civili o frutto del riciclaggio di ritagli e scampoli di tappezzeria, tendaggi o sartoria. I pellami spesso di qualità scadente e di spessore molto sottile si usuravano rapidamente. Tutti gli elmi, importati o prodotti sul territorio nazionale andavano, quando necessario, alla manutenzione, motivata dall’esigua quantità di protezioni disponibili per i tanti destinati alla linea del fronte; in “officina” i copricapo erano riverniciati e riacessoriati con attributi e tinte tipicamente austro-ungariche. Le operazioni produttive e manutentive menzionate rimasero invariate in Austria-Ungheria sino alla fine del conflitto e venivano espletate da alcune delle stesse industrie produttrici alle quali era anche delegato questo compito. Una di queste era la “Adolf Westen” di Cilli (Celije, ora in Slovenia) la quale punzonava i propri elmetti costruiti con la sigla alfanumerica “AW64”, dove 64 sta per la taglia, l’unica da essa prodotta.
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Particolari di uno Stahlhelm cosiddetto austro-tedesco, ovvero un mod.1917 di fabbricazione tedesca, riconvertito con accessori e tonalità tipicamente austro-ungariche dalla fabbrica Adolf Westen di Cilli.
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Un’altra fabbrica della Duplice Monarchia, la “Arthur Krupp A.G.” di Berndorf si discostò invece dagli schemi imposti dai tedeschi e l’elmo da essa fabbricato è comunemente ricordato come “Berndorfer”. Questo produttore, di origine germanica ma con stabilimento in Austria-Ungheria, si differenziò sempre per l’originalità dei propri modelli di elmo, precedenti al mod.18 (argomento ampiamente trattato in questo stesso sito). Costretta ad adeguarsi in tutto e per tutto al modello germanico, la “Berndorf” lo fece nell’ultimo anno di guerra in seguito all’acquisizione dalla Germania dei nuovi macchinari per la sua lavorazione, ma con qualche particolarità che sarà meglio esposta in prosieguo.
ANNO 1918
L’incalzante richiesta di protezioni metalliche per i soldati al fronte obbligò i fabbricanti ad un’ennesima metamorfosi dello Stahlhelm che, unitamente a razionalizzazioni tese alla riduzione dei costi e dei relativi processi produttivi portò infine ad ulteriori cambiamenti a partire dal secondo semestre dell’anno 1918.
Stahlhelm modello 1918 di produzione tedesca, viste e angolazioni differenti, successivamente particolari del cerchione metallico timbrato con le iniziali del fabbricante e la taglia (64). Nella parte interna del paranuca compare la firma dell’utilizzatore. Caratteristica punzonatura interna della falda destra eseguita dal costruttore (Stahlwerk Richard Lindenberg A.G., Remscheid-Hasten) costituita da un logo a forma di sonaglio, monogramma “L” e taglia dell’elmo. Altra caratteristica di questo produttore era l’arrotondamento dello spigolo del cornetto d’ areazione.
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L’elemento innovativo era costituito da un soggolo di nuova concezione. Dopo oltre cinque lustri di servizio, il precedente sistema concepito per il Pickelhaube venne eliminato e con esso i suoi principali difetti. Uno di questi consisteva nell’accidentale, ma ricorrente sgancio dai supporti di sostegno che in combattimento provocavano la caduta dell’elmo, mentre l’altro era dato dal suo eccessivo sbilanciamento, dovuto al fissaggio del soggolo in posizione troppo bassa sulle falde e conseguentemente troppo divaricata rispetto al mento di chi lo indossava. A quest’ultimo inconveniente si associava la già accennata precarietà della tenuta del soggolo sui rispettivi supporti e l’arco di tensione troppo ampio di questo poteva provocare, inoltre, la malaugurata ipotesi che potesse impigliarsi in rami o parti di reticolato durante un’azione. Constatati i difetti e ponderati i rischi, si giunse così ad un cambio radicale del soggolo.
Chiaramente visibile l’ampio angolo d’esercizio del soggolo tra il mento di questo sottotenente d’artiglieria austro-ungarico e il punto d’ancoraggio alle falde laterali della protezione. Siamo agli inizi del 1917, all’ufficiale è stato consegnato un elmo mod.1917 di fabbricazione e accessori tedeschi.
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Il nuovo modello di soggolo fu concepito in due parti distinte nella forma di due semplici cinghiette congiungibili tramite una classica, piccola fibbia a moschettone e, sulla parte destra, con una sola fibbietta scorrevole a due luci per la regolazione della lunghezza. Una striscia di pelle, piuttosto lunga, cucita sotto l’aggancio a moschettone si interponeva tra il metallo e il mento del soldato, proteggendolo dall’irritazione di quello.
Il soggolo e i relativi supporti di fissaggio a staffa di forma rettangolare erano inchiodati direttamente al cerchione metallico che veniva poi bloccato al guscio dai soliti tre rivetti a testa piana muniti di due lamelle ripiegate all’interno. Con il trasferimento sul cerchione interno dei due chiodi di fissaggio dei supporti prima utilizzati sulle falde si ottenne ulteriore risparmio e celerità di assemblaggio (il cerchione e le sue componenti venivano assemblate a parte con separata produzione) evitando, così, la doppia foratura del guscio temprato (al riguardo alcune foto). In questo modo il soggolo scendeva aderente al volto del soldato aumentando, grazie all’elevata superficie d’appoggio, la tanto apprezzata stabilità dell’elmo sulla testa.
Grazie al nuovo accessorio, finalmente il soldato non doveva più togliere l’elmo dal capo per indossare la maschera antigas; le innovative componenti di allacciamento gli consentivano, dopo averlo agevolmente allentato con la mano destra, di fare scivolare sulla nuca il mod.18, indossare la maschera e rimettere subito in posizione il copricapo metallico. In Austria-Ungheria questo problema venne risolto per il mod.17 con l’adozione, quando possibile, di un soggolo dotato di 12 fori per la regolazione della lunghezza che consentiva le medesime operazioni. Per il mod.18 danubiano il sistema fu diverso, e ne parleremo in seguito.
Il soggolo a 12 fori di un elmo austro-ungarico, risulta evidente il punto di cucitura dell’“allungamento” di questo accessorio in canapa elemento caratteristico delle produzioni danubiane.
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Riassumiamo le altre innovazioni introdotte con il “modello 18”: - gli accessori per il fissaggio del soggolo (occhielli e fibbiette) erano di ferro zincato, pratici e di ottima qualità, abbinati alle collaudate cuciture di spago di canapa ritorta correnti nel senso della lunghezza e attorno ai rinforzi in pelle; - venne ridotto il numero delle taglie prodotte; esaminando decine e decine di campioni esistenti in numerose collezioni ne abbiamo riscontrate soltanto due: la numero 64 e la 66. In questo senso faremo tesoro e daremo pubblica notizia di qualunque nuova e diversa indicazione il Lettore vorrà comunicarci in proposito.
Altro esemplare di mod. 1918 tedesco prodotto dalla Sachische Emailles u. Parschowitz di Oberschlesien nella taglia 66. Le pattelle sono in morbida pelle di vitello di colore bianco. Si intravede la punzonatura di fabbrica all’interno della falda destra e del particolare impresso sul paramento del soggolo indicante il produttore dello stesso.
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Da quell’anno all’insegna del risparmio portato alle estreme conseguenze, ne risentì spesso anche lo strato della vernice che ricopriva l’elmo, divenuta molto più sottile e che per questo motivo tendeva ad ossidarsi rapidamente; un ritorno quindi, per alcuni produttori, a tonalità piuttosto “pallide” della colorazione feldgrau. Il motivo di questa “nostalgia” per le colorazioni del 1916 è da ricercarsi nel fatto che dal 1917 andava diffondendosi, con apposita e rigorosa normativa, l’uso efficace di tinte mimetiche sovrapposte o abbinate a quelle preesistenti. Anche in questo caso l’esercito tedesco è stato precursore di tecniche innovative. Con queste nuove e talvolta bizzarre colorazioni si puntava, sovente con ottimo risultato, a “rompere” la figura del soldato percepita dal nemico e delle proprie difese e artiglierie. Per questo motivo le tre tinte geometriche previste e più volte ripetute sullo stesso soggetto, erano separate da una “cornice” di colore nero larga un centimetro circa. Successivamente si aggiunsero anche più moderne mimetizzazioni a chiazze. Anche nelle fila austro-ungariche vi furono episodi di mimetizzazione apportate sull’elmo, ma furono casi sporadici ispirati durante la permanenza temporanea di alcune divisioni A.U. sul fronte occidentale. Tuttavia l’imperiale e regio regolamento non prevedeva deroghe alla colorazione Isonzobraun, che di fatto ben si adattava alla tipica colorazione della terra rivoltata delle trincee.
Bell’esemplare di un mod. 1917 nelle tre caratteristiche colorazioni geometriche separate da una linea di colore nero. In questo caso la scelta dei colori, che poteva variare a seconda del campo di battaglia, è ricaduta sul rosso mattone, l’ocra ed il verde in tonalità più chiara di quella preesistente.
Le artiglierie tedesche, durante la grande guerra, adottarono spesso efficaci mimetizzazioni.
Chemin des Dames, il fronte occidentale in questa località fu teatro di sanguinose battaglie fra il 1916 e il 1918. Questa è un’immagine dell’ultimo anno di guerra, sicuramente qualche mod. 1918 salvaguardava i protagonisti teutonici di quelle tristi giornate.
Fotografia comprovante l’utilizzo improvvisato della mimetizzazione dell’elmo tramite imbrattatura dello stesso con la terra.
Utilizzo da parte tedesca del telino antiriflesso a copertura degli Stahlhelme.
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L’ELMETTO NEL 1918 IN AUSTRIA-UNGHERIA
Immagini austro-ungariche risalenti al 1918. Sono evidenziati nei riquadri gli utilizzatori dei mod.’18 prodotti nella duplice monarchia. Nelle due immagini sono rappresentate tutte le tipologie di elmi prodotte ed importate nella duplice monarchia.
Val Frenzela, offensiva austro-ungarica del giugno 1918, l’ultima per l’impero danubiano . Riposo di un reparto spossato dai duri combattimenti , accanto ai soldati gli elmi in dotazione alcuni dei quali modelli 1918. Nella seconda immagine elmetti di produzione tedesca e Berndorfer 1917 fanno bella mostra assieme alle decorazioni appena ricevute dopo una brillante azione svolta nel maggio 1918.
Messa al campo nella tarda primavera del 1918, probabile preludio alla battaglia del Solstizio. Moltissimi copricapo in acciaio recano sulla nuca un segno identificativo rettangolare di colore bianco, necessario agli osservatori e negli spostamenti notturni.
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Nella duplice monarchia solamente la “Berndorfer” adeguò la produzione al modello 1918; lo fece fin dai primissimi mesi con l’elmo che nel mondo collezionistico viene chiamato impropriamente con il termine di “ungherese”. Il “Berndorfer” mod. 1918 equipaggiò da quell’anno soldati principalmente di nazionalità ungherese sul fronte del Piave, secondo una diffusa opinione. Dal mese di marzo lo troviamo anche in Francia, sulle teste imperiali e regie, al fianco dei tedeschi impegnati contro l’Intesa e gli statunitensi sbarcati da poco sul vecchio continente. Nuovamente da luglio in Francia al comando del FML. Ludwig Goiginger, dopo l’ultima infelice offensiva del mese precedente sul fronte italiano. Ad occidente le due divisioni di fanteria del Corpo Goiginger, la 1ª e la 35ª erano affidate rispettivamente al FML. Metzger e al FML. Podhoránszky. Nella 1ª Divisione composta di 8.400 fucili erano assegnati anche i reggimenti nr. 5 e 61; nella 35ª Divisione, di 10.500 fucili, anche i reggimenti ungheresi nr. 62 e 64, quest’ultimo quello del soldato Tamm.
LE CARATTERISTICHE
Il mod. 1918 prodotto in Austria-Ungheria si differenziava dall’omologo tedesco, oltre che per la brunitura, la colorazione e il soggolo, anche per:
- il sistema di fissaggio del cerchione allo scafo, che era sicuramente più innovativo di quello dei “cugini”, in quanto per l’attacco del soggolo al cerchione e dello stesso al guscio delegava il compito a due particolari e inconfondibili punti d’ancoraggio, consistenti in due chiodi o meglio due perni fissi a testa tonda, posti lateralmente, passanti attraverso un piccolo foro all’esterno dello scafo e ivi ribattuti. Veniva a determinarsi così un solido supporto sul quale si incastrava, ruotandolo, il cerchione metallico dotato delle solite connesse tre pattelle di pelle munite di cuscinetti. Identico per caratteristiche il rivetto posteriore, seppur più pronunciato esternamente di quello tedesco ma con una piccola e importantissima particolarità determinata dalla forma rettangolare del foro di passaggio sullo scafo che, con questo razionale accorgimento faceva cessare gli spostamenti del cerchione all’interno dell’elmo. Tra cerchione e perni di fissaggio furono interposte due staffe metalliche (una per lato) sulle quali trovavano posto, cucite con rinforzo in pelle, le due componenti in canapa del soggolo. Il medesimo, di buona larghezza (mm. 20 circa), era stabilmente fissato e stretto al mento del soldato tramite una chiusura dentata, la lunghezza era regolabile nella parte destra tramite una fibbietta scorrevole a due luci, ben dimensionata. Anche in questo caso, come nell’elmo tedesco, una membrana di pelle proteggeva il mento del combattente;
- la verniciatura di colore bruno o Isonzobraun del “Berndorfer” 1918 era caratteristica per la sua scarsa riflettenza ottenuta mescolando inerti alla vernice, evitando così il pericolosissimo luccichio in caso di pioggia e in altre sfavorevoli circostanze di luce. In questo modo si risparmiava l’utilizzo del telino antiriflesso di stoffa, il cui uso andava diffondendosi in combattimento dal 1917 presso tutti gli schieramenti.
La verniciatura di fabbrica, al tatto piuttosto rugosa, consentiva all’occorrenza un’improvvisata mimetizzazione mediante imbrattatura sul posto. Peraltro con il tempo, la superficie dell’elmo tendeva a diventare lucida a causa della consunzione e del distacco degli inerti mescolati alla vernice.
La nota evidente dell’estrema indigenza nella quale versava ormai l’impero danubiano era data proprio dall’unica taglia dell’elmo (la 64) prodotta dalla “Berndorfer” nel 1918. Possiamo difatti immaginare davvero penoso l’indossare e allacciare questo indispensabile accessorio da parte di taluni soldati. Non è raro osservare fotografie dell’epoca nelle quali si vede indossato l’elmo sopra il berretto, o vedere lo stesso non perfettamente calzato sul capo inficiandone così le caratteristiche protettive. E’ intuibile che per sopperire a queste “mancanze” taluni fanti dovettero strappare via le pattelle o togliere dalle stesse i cuscinetti ammortizzanti per farvi entrare una testa troppo grande.
Anche la Berndorfer produsse una corazzetta antiproiettile, simile alla Stirnpanzer tedesca, oggi chiamata “lineare”. Tale indicazione sintetizza l’originalità e la maggior semplicità costruttiva rispetto alla “sorella”, mantenendone le caratteristiche di aggancio all’elmo.
Elmetto austro-ungarico mod. 1918 e suoi accessori. Particolari della timbratura ad inchiostro e la punzonatura dell’orsetto abbinato alla taglia 64; l’orsetto era ed è marchio di fabbrica del Berndorf, questo logo talvolta veniva impresso ad inchiostro oleoso anche all’interno delle pattelle.
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Altri dettagli di un mod. 1918 austro-ungarico. In questo caso l’immagine evidenzia l’elevata consunzione della vernice e il distacco degli inerti antiriflesso presenti nella stessa. Si noti il dettaglio del foro posteriore ovale per il fissaggio del cerchione tramite l’unico rivetto previsto per l’elmo. In dettaglio uno dei due punti di ancoraggio del cerchione ed il timbro ad inchiostro (molto nitido) dell’accettazione militare. Al riguardo diamo una traduzione di questo impresso: U.O. =Übernahmeorgan K.M.13.St.H =Kriegsministerium 13. St. H Berndorf, tradotto significa: organo di accettazione Del Ministero della Guerra 13ª Sezione St. H Berndorf, meglio ancora: ufficio H del 13° Dipartimento del Ministero della Guerra (Berndorf luogo di produzione dell’elmo).
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Appare perfetta come “allora” la verniciatura di questo mod.1918 austro-ungarico, mantenutosi fortunatamente in buone condizioni consentendoci quindi di vedere l’assoluta mancanza di riflettenza della colorazione grazie alla componente opaca e granulosa in essa contenuta. All’interno mancano le pattelle strappate e sostituite probabilmente dal berretto di una testa “troppo grande”. Si noti il timbro ad inchiostro all’interno del paranuca.
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Altri due esemplari di mod. 1918 austro-ungarici, essendo “ricordo di guerra” di un soldato USA sul fronte francese, l’interno del paranuca si presenta rivestito di francobolli per la spedizione negli Stati Uniti . Tracce dell’indirizzo per il recapito sono state battute a macchina da scrivere su una striscia di carta incollata esternamente.
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PICCOLA PARENTESI PER RICORDARE.
Più volte avrete notato, scorrendo queste righe, citazioni riguardanti i reparti austro-ungarici che combatterono sul fronte occidentale. Protagonista “nascosto” di questo narrazione un soldato di origini ungheresi, il nome di questi, già citato in precedenza, comparirà di nuovo al termine del nostro “viaggio”. Del protagonista sicuramente una cosa è rimasta, il suo elmo, anch’esso visibile qui di seguito. In ricordo dei soldati danubiani che combatterono in Francia abbiamo scelto un loro reggimento al quale il nostro coscritto apparteneva; riassumiamo brevemente la storia e i luoghi ove combattè il 64° reggimento di fanteria a.u.
K.u.K. Infanterieregiment Nr.64 “Ritter von Auffenberg”
Venne costituito il 1° febbraio 1860 traendo un battaglione ciascuno dai reggimenti nr.31, 50 e 51. Aveva mostreggiature color arancio e bottoni dorati. Partecipò alla guerra austro-prussiana del 1866 distinguendosi nei combattimenti di Biskupic del 14 luglio, data scelta poi come festa del reggimento. Reclutava nel distretto di Szászváros (Broos in tedesco) in Transilvania (oggi in Romania) e poiché il territorio ricadeva sotto la sovranità della Corona Ungarica, il reggimento era classificato “ungherese” dell’Esercito Comune. Il III battaglione era dislocato a Trebinje in Erzegovina. Alla vigilia della Grande Guerra la sua composizione etnica era data da un 86% di romeni e un 14% di altre nazionalità (per lo più tedeschi-sassoni di Transilvania e magiari). Le componenti etniche che lo caratterizzavano, nell’evolversi del primo grande conflitto, videro aumentare le percentuali di coscritti ungheresi e tedeschi. Durante la Grande Guerra venne impiegato sul fronte orientale giungendo a quello italiano alla vigilia dello sfondamento di Plezzo e Tolmino attuato da parte delle truppe austro-ungariche-tedesche. Portatosi conseguentemente sul Piave vi rimase sino a luglio 1918 da dove proseguì verso la Francia al fianco dell’alleato tedesco sino alla fine del conflitto. Inquadrato nella 69.a brigata di fanteria della 35.a divisione del XVIII corpo d’armata a.u. al comando del Fml. Ludwig Goiginger. La 35.a divisione combattè nell’ottobre 1918, fronteggiando truppe statunitensi, a nord di Verdun precisamente a St. Mihiel.
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IL QUASI...
Fu l’ “E.T. - Eisenhüttenwerk Thale A.G.” acciaieria di Thale nella regione della Turingia in Germania, la prima a “stampare” l’elmo d’acciaio tedesco, iniziandone la fabbricazione alla fine del 1915 per una consegna nel gennaio e febbraio 1916 all’esercito di Guglielmo II dei primi 30.000 “square dip visor”. La E.T. fu anche l’esecutrice delle ultime e innovative ricerche che dall’agosto 1918 permisero di ottenere 100.000 esemplari dell’elmo probabilmente più bello e affascinante della storia: il “modello 1918”, denominato in inglese “ear cut out” più semplicemente “cut out”, e in lingua italiana “da cavalleria” o “orecchie oppure falde tagliate”. Si trattava in tutto e per tutto di un mod. ‘18 al quale furono accorciate la parte centrale delle falde laterali mediate il taglio e l’asportazione delle falde d’acciaio di oltre 2 cm. in profondità e per una larghezza di circa 9, il tutto accentuato da un’ulteriore ripiegatura verso l’esterno della zona interessata. Si ottenne in questo modo un profilo moderno adatto anche all’impiego in combattimento dei nuovi sistemi di comunicazione militare come i telefoni. Con questo profilo si cercava inoltre di ridurre distorsioni, echi e rimbombi acustici, dovuti all’effetto conchiglia notevolmente amplificato dalla forma dell’elmo originario, o in condizioni di forte vento. Problemi non attenuabili neppure otturando i fori di areazione. Con l’ultimo mod. ‘18, al miglioramento della percezione uditiva dell’utilizzatore-combattente, si unì anche la salvaguardia dei suoi timpani, sovente esposti alle immaginabili e nefaste conseguenze di detonazioni ravvicinate. Le nuove caratteristiche dell’elmo lasciavano così defluire facilmente lo spostamento d’aria che non si “imprigionava” più all’interno delle falde come nelle protezioni precedenti.
A questo riguardo è interessante osservare come il futuro Stahlhelm del Terzo Reich, pur mantenendo invariate le caratteristiche estetiche di massima, vide considerevolmente ridotte le dimensioni di falde e paranuca.
Per il “cut out” era prevista una vernice tutta particolare, ottenuta emulsionando pigmenti opachi e polveri finissime che eliminavano ogni riflettenza, mantenendo inoltre costante nel tempo questa caratteristica anche in caso di consunzione accentuata. Questa soluzione evitava il ricorso all’uso del telino antiriflesso e consentiva, all’occorrenza, una mimetizzazione improvvisata della superficie dell’elmo, grazie alla vernice che ben si prestava allo scopo e che poteva essere poi ripulita o lavata con l’acqua.
Stahlhelm mod. 1918 detto “cut out”, “l’ultimo” del primo grande conflitto. La colorazione è tipica del periodo epilogale della guerra ovvero quella prevista per quest’elmo. Interno, soggolo e rivetti sono del 1931 in quanto lo stesso è stato poi riutilizzato come protezione transizionale in attesa dei nuovi copricapi d’acciaio, in una delle immagini è possibile vedere anche l’interno del 1918 del tutto identico al suo predecessore.
Le immagini in dettaglio evidenziano la particolarità e la finezza delle piegature e i tagli delle falde laterali; tutto questo lo rendono l’elmo più affascinante .
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Nonostante “l’obbligatorietà” di dover apparire identico al “fratello” germanico, anche perché plasmato da macchinari tedeschi importati a Berndorf, queste caratteristiche erano difatti già presenti da qualche mese nel modello ‘18 prodotto in Austria-Ungheria.
La presenza di truppe e artiglierie austro-ungariche sul fronte occidentale era stata imposta dal potente Comando germanico addirittura durante la battaglia del Piave. I tedeschi, ritenuto fallito l’attacco, chiesero in maniera esplicita all’alleato le sue migliori divisioni, composte da soldati di provata fiducia e artiglierie che potessero usare munizionamento germanico. Al comando del FML Ludwig Goiginger, artefice di scelte strategiche risolutive nell’undicesima battaglia dell’Isonzo e della seppur effimera conquista del Montello durante l’offensiva di giugno, le divisioni imperiali e regie arrivarono sul fronte occidentale equipaggiate il meglio possibile per non sfigurare al cospetto di Ludendorff. Si presentarono con qualcosa di innovativo “sul capo”, divenendo spunto per gli ultimi accorgimenti tedeschi concernenti questo importante copricapo. Ci riferiamo alla verniciatura e agli accessori dell’elmo che in Germania trovarono, come abbiamo visto, applicazione solo successivamente.
Per una volta, quindi, gli alleati danubiani insegnarono qualcosa al “maestro” teutonico.
IL QUANTITATIVO PRODOTTO
La Germania produsse complessivamente, dal 1916 al 1918, oltre 7.000.000 di elmi; il quantitativo del mod. 1918 è stimabile attorno alle 300.000 unità e 100.000 furono i mod. ‘18 “cut out”. Durante il conflitto, oltre che l’Austria-Ungheria anche gli alleati bulgari e turchi si approvvigionarono di questa iper-produzione. E’ ancora motivo di ricerca la quantità totale di Stahlhelme prodotti in Austria-Ungheria; le ricerche di riferimento indicano che a gennaio del 1918 la produzione nazionale ammontasse a 680.000 pezzi, comprendendo tutti i costruttori dell’impero, escluse le importazioni. All’inizio del 1918 la Duplice Monarchia non aveva ancora dotato di protezione le teste di tutti i suoi militari esposti all’offesa nemica, ma con un estremo sforzo industriale vi riuscì finalmente in concomitanza della battaglia del Solstizio, iniziata il 15 giugno 1918. La produzione continuò anche successivamente alla battaglia del Piave seppure a ritmi inevitabilmente rallentati per i seguenti motivi: mancanza di materie prime e conseguente progressivo collasso delle attività industriali; stabilizzazione e riduzione del numero degli effettivi sul fronte italiano e conseguente spostamento di forti contingenti di truppa sul preoccupante fronte interno, anche se controbilanciato dall’ulteriore schieramento preteso dai tedeschi in luglio sul fronte occidentale e poi verso la fine del conflitto nella penisola balcanica a difesa dei confini della Monarchia. Il cosiddetto fronte interno non necessitava dell’elmetto, sì invece il fronte balcanico e più che mai quello occidentale. Tenendo conto di queste valutazioni e dei citati 680.000 elmi prodotti dalle industrie nazionali austro-ungariche, crediamo che all’appello manchi tutta la produzione Berndorf del 1918, stimabile in almeno 200.000 pezzi e la contemporanea cospicua produzione della fabbrica BGB (“Brüder Gottlieb und Brauchbar” di Brünn), ammontante a 300.000 esemplari.
In ogni caso rimase poco tempo. Alle ore 11 dell’11 novembre 1918 finalmente le armi tacquero. Rimasero inattuate le disposizioni dei comandi militari tedeschi che volevano, da dicembre, la distribuzione capillare per le forze tedesche, del nuovo elmo dalle falde tagliate. Rimasero nei magazzini le riserve di elmi prodotti troppo tardi in riva al Danubio, e quelle abbondantemente programmate del “signore della guerra” tedesco.
In una delle meravigliose chiese di Klagenfurt (Austria) è visibile questo “ricordo”. L’elmo rappresentato è un modello 1918 di produzione austro-ungarica, il cosiddetto “ungherese”. Il testo così recita: “Nella guerra 1914-1918 morirono eroicamente 6708 soldati dell’ imperial e regio reggimento di fanteria carinziano n.7 - furono fino alla morte audaci, valorosi e fedeli.”
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IL SEGUITO, IL DOPOGUERRA
Il trattato di Versailles obbligò gli sconfitti a sospendere ogni tipologia di fabbricazione bellica e montagne di elmetti giacenti nei depositi dovettero essere irrimediabilmente messi fuori uso con un sbrigativo colpo di piccone assestato sul colmo; comunque, il materiale sopravvissuto fu più che sufficiente ad equipaggiare gli armati degli “stati successori” della defunta monarchia asburgica, che in piccole ma sanguinose guerre di confine si contendevano le spoglie dell’antica patria comune; in Germania i Freikorps ereditarono un arsenale di tutto rispetto.
1919, militari ex austro-ungarici a difesa dei confini dei nuovi stati nati dalla dissoluzione dell’impero. Equipaggiati con materiale ed elmi tipicamente grande guerra, presentano un particolarità uniformologica del tutto nuova, l’indicazione del grado sulle maniche.
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La produzione di elmetti di foggia teutonica “tipo grande guerra” si arrestò quindi nel 1918, per riprendere una decina di anni dopo e concludersi definitivamente con l’avvento delle nuove e più moderne protezioni, attorno alla seconda metà degli anni Trenta.
Avvenne, ed è cosa risaputa, che in Cecoslovacchia la costruttrice BGB riprese la produzione con il nuovo marchio BSS (?) denominazione diversa dovuta all’adozione della lingua ceca al posto di quella tedesca precedentemente in vigore. Riprese la produzione, e questa è sicuramente cosa poco nota, anche la “Berndorfer”, unica produttrice del modello ‘18 per la monarchia danubiana. Lasciamo alle immagini e relative descrizioni ogni commento.
Il colore denota inequivocabilmente un utilizzo e una produzione negli anni ‘30 per questo elmo prodotto dalla Berndorf . Notiamo la presenza sui lati, in prossimutà delle tempie, di decal abrase ed inoltre particolari accessori interni. L’orsetto e la taglia 66, punzonati all’interno del paranuca, ci riportano alla grande guerra, tutto questo “fu” in attesa delle più moderne protezioni tedesche arrivate dal 1935 in poi.
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Elmi M.16, 17 e 18, finita la guerra, furono ceduti ed usati anche da altri eserciti e nazioni emergenti sino alla fine degli anni ‘30 e ‘40, andando ben oltre i confini europei, in altre nazioni di tutto il mondo. Questi copricapo accompagnarono il Vecchio Continente al secondo grande conflitto e costituirono la base per l’ulteriore evoluzione degli elmetti da combattimento che tutti conosciamo, giungendo fino ai giorni nostri iper- tecnologicizzati.
“Cut out” riutilizzati dopo il primo grande conflitto, rimasero in servizio, nell’esercito tedesco, sino alla fine degli anni ‘30.
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CONCLUSIONI, RINGRAZIAMENTI, BIBLIOGRAFIA
Sono trascorsi esattamente novant’anni dalla nascita del nostro menzionato modello ‘18. Documentarmi al massimo per trattare di codesto argomento, tuttavia non rientrante del tutto nella personale passione collezionistica, è stato molto coinvolgente: al punto di alimentare il desiderio (realizzato) di arricchire la raccolta con un bel ‘18 punzonato con il simbolo della campana e sognare un “cut out” solamente a fini di ricerca e studio. Poiché tanto io come l’associazione “Isonzo” cui appartengo, ci troviamo insediati all’estremo nord-est della Penisola e per questo molto legati agli eventi accaduti sull’Isonzo, è stato veramente emozionante poter riscoprire in chiave storica, ricorrendo i novant’anni, gli avvenimenti del Piave, del fronte occidentale, dell’ultimo anno di guerra, il crollo degli Imperi Centrali e la fine di tante sofferenze per combattenti e civili. Al termine di queste letture e delle riflessioni correlate, mi resta la convinzione che effettivamente nell’Europa di Mezzo sia stata ricercata, ottenendola con successo perché supportata da basi scientifiche molto solide, un’efficiente protezione per il capo del combattente. Resta il rammarico che questi eccezionali risultati, raggiunti con tanta caparbietà, non siano stati fatti propri dagli avversari, come avvenuto invece per alcuni strumenti di offesa e ai quali non fu conseguente un’altrettanta efficace difesa del capo che molte vite avrebbe custodite e risparmiate. Meglio sarebbe stato, però, che tanta determinazione e tante energie fossero invece applicate, ieri come oggi alle opere di pace.
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Ringrazio per il costruttivo scambio di opinioni e parere tecnico il socio dell’ Associazione “Isonzo” Andrea Spanghero e per alcune utilissime indicazioni: Stefano Zucchiatti, Marco Geromin e Selvino Ceschia anch’essi accomunati dalla bandiera del nostro Gruppo. Gli elmi fotografati e alcune immagini sono stati messi cortesemente a disposizione dagli amici: Max Skerl, Marino Pocecco, Sergio Zerial, Pierpaolo Russian e Stefano Zucchiatti. Come sempre, doverosamente, un ringraziamento speciale all’amico e socio Sergio Chersovani.
Molte delle valutazioni esposte sono il risultato di ricerche, esperienze, riscontri e valutazioni personali. La bibliografia consultata è stata la seguente:
- History of the German Helmet 1916-1945 di Ludwig Baer (2001). Ed. R. James Bender Publishing, U.S.A.
- Combat helmets of the world di Paolo Marzetti (1996) e Elmetti - Helmets di Paolo Marzetti (2003). Ed. Ermanno Albertelli, Italia.
- The Emperor’s Coat in the First World War (ed.2002) di Rest-Ortner-Ilming. Ed. Verlag Militaria, Austria.
- Der Militärische Stahlhelm in Österreich di Günther Dirrheimer, Heeresgeschichtliches Museum Wien, Austria.
- Helmets of the first world war di M. Haselgrove e B. Radovic (2000). Ed. Shiffer Military Hisotry, G.B.
- The history of the STEEL HELMET in the first world war vol. I, di M. Haselgrove e B. Radovic (2006). Ed. Shiffer Military Hisotry, G.B.
- Come nasce una leggenda di Andrea Spanghero: Uniformi & Armi numero di gennaio 2008, Italia.
- L’elmetto ungherese di Marco Geromin, sito isonzo-gruppodiricercastorica.it, Italia.
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(Continuando dalla prefazione)
...requisito al soldato Tamm appartenente al 9° battaglione del reggimento ungherese di fanteria nr. 64 dell’esercito comune austro-ungarico dislocato sul fronte francese da luglio di quell’anno. Il pensiero del prigioniero Tamm andava ad una ragazza di nome Danìela, originaria di Gorizia, conosciuta in settembre del 1918 nell’Imperialregio Ufficio Postale quando, convalescente, visitava la città per la quale aveva combattuto e conquistata nell’ottobre dell’anno prima . Danìela, che da poco aveva perso l’amata madre, accudiva il padre fra mille difficoltà. Per il soldato Tamm Ella era il sogno più bello, come Gorizia la chiamava Perla dell’ Isonzo dagli Occhi Bruni. A Danìela, al soldato Tamm, ai protagonisti di quei fatti, a tutte le donne e gli uomini di quel periodo triste sono dedicate queste pagine.
L’elmo del soldato Tamm. Lo rendono unico le indicazioni della spedizione apposte in china dal caporale Campbell e il visto di arrivo nel porto americano. All’interno del paranuca il nome e le indicazioni reggimentali del coscritto austro-ungarico.
Scritto in estate e terminato nell’ottobre del 2008.
Pierpaolo Cocianni
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