U G O F U R L A N I

Goriziano, classe 1925 (nato il 29 gennaio, deceduto il 10 agosto 2007), allievo della Regia Accademia Navale, dopo il trasferimento dell’istituto a Brindisi a seguito dell’armistizio, si arruola volontario II Btg. Allievi Ufficiali Bersaglieri del I Raggruppamento Motorizzato Italiano e partecipa alla Guerra di Liberazione da Monte Lungo di Cassino nel dicembre del 1943 alla liberazione di Bologna nell’aprile del 1945. E’ Sergente allievo ufficiale sui fronti molisano, adriatico e toscano dal febbraio all’agosto 1944. Frequenta il corso di paracadutismo e sabotaggio presso la Training Battle School della First Special Force britannica in Puglia. S. Tenente paracadutista guastatore sull’Appennino emiliano dal febbraio all’aprile 1945. E’ decorato al valor militare “sul campo” a Monte lungo e sulla Gotica.

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Ugo Furlani al centro in tenuta da paracadutista

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DAL DIARIO DI GUERRA

SULL’ADRIATICO

LANCIANO 1 GIUGNO 1944

Verso le sette iniziamo il viaggio. L’autocolonna è imponente e sempre nuovi scaglioni si aggiungono. Caldo soffocante. La parte del viaggio fino ad Isernia è massacrante, ad ogni 50 metri ci fermiamo. Incrociamo camionette ed autocarri inglesi. Passiamo sotto Fornelli, ultima mia base da bersagliere; la strada oltre all’affluente del Volturno è riattivata e pian pianino raggiungiamo Isernia devastata. Lontano nell’azzurro si profilano il mare, il Marrone, il Cavallo. Adio e non arrivederci. Paesi Paesetti, masserie si susseguono, svaniscono nel denso polverone e con essi le massicce montagne, incrinate ancora da sottili venature di neve. Sempre più scendiamo verso il mare e placide valli e lisce collinette scendono e salgono ai lati dell’autostrada; sono terre, queste, risparmiate dalla guerra, dove già la vita ha preso il suo corso di ieri. Ragazze dalle leggere vesti estive ci sorrido. Gli uomini applaudono ma senza soverchio entusiasmo. Compatimento o indifferenza? O forse non credono più nemmeno io in quel che faccio? I miei, casa mia, ecco ciò che voglio. Dopo attesa scendiamo in pianura, lungo il Sangro, tra verdi e dorate distese di messi: lontano verso est, torreggia, in un sottile velo di foschia, il massiccio cupo della Maiella. Il mare! In fondo al rettilineo candido, tra tanto verde, l’azzurro cupo del mio Adriatico. Quanti miei soni e quante mie speranze accolse nelle fresche notti primaverili, nei grigi pomeriggi invernali. Attraversiamo il ponte sul Sangro; nel largo letto asciutto profonde e vaste buche di proiettili. Siamo nelle immediate retrovie del fronte, ma non c’è un grande movimento. Dopo il bivio per lanciano incontriamo i paracadutisti della “Nembo” e i mariani del “Bafile”. A notte ci attendiamo in un oliveto.

ORSOGNA SABATO 3

Pochi chilometri in autocarro e una lunga sosta a Castelfrentano. Fa uno strano effetto ritornare tra esseri civili dopo mesi di bosco e di montagna. Passa una ragazza e non c’è parà che per un attimo non concentri tutta la sua attenzione, con commento più o meno espressivo. All’imbrunire, dopo una sfilata di corsa, e un discorsetto del gen. Utili, comandante del CIL, alcuni chilometri a piedi tra il grano. Siamo di rincalzo su di un liscio ed ameno colle. Mentre tiriamo su la tenda, alcuni scrosci di pioggia ci fanno considerare la vita indegna di essere vissuta ma poi un sonno di piombo ci riconcilia con essa,cullati dolcemente dal canto dei grilli, in un delizioso profumo di fieno, di terra umida, da secche scariche di artiglieria e con tante tante lucciole che accendono e spengono il loro lumino…

DOMENICA 4

Vado a rendermi conto del terreno e a raccogliere ciliegie in vista al nemico. In cresta alla linea di collinette che la valle sfasciata divide, Poggio Fiorito nostro Orsogna loro battuta in continuazione dal tiro inglese e casette e ville abitate fino a quasi alla prima linea. Strana gente, strana, guerra, strano esercito e 625 chilometri di strada fino a cara mia. Un po’ troppi, caspita.!

LUNEDI’ 5

Che sbronza deliziosa. A sera parecchi arrivi tedeschi con duplicata risposta alleata. Domani la 32° va in linea. Molto tardi sono arrivate una ventina di mortaiate nel campo di grano, accanto alla mia tenda. Inesplose tutte! Io non ho sentito nulla dormivo.

MARTEDI’ 6

Roma è caduta! Il mio plotone rinforzato da una squadra mitraglieri si è installata nel caposaldo più avanzato, sulla strada per Orsogna. Mine ad ogni passo e non si vede nulla per il grano alto. Gli inglesi hanno uno strano criterio per fare la guerra. Le postazioni nostre intorno al cimitero, al di là della valle, sono continuamente battute dai grossi calibri. Per tutta la giornata, in un caldo bestiale, sono ossessionato dalla vista di un meraviglioso ciliegio una ventina di metri dalle postazioni. Un solo inconveniente: mime ad ogni metro e gli arditi ai quali abbiamo dato il cambio, non l’hanno toccato. Tanto è ….. m’abbuffo di ciliegie, deliziose dopo l’arsura della giornata. Notte irrequieta, sparatorie continue; i tedeschi arrivano fin sotto alle nostre postazioni e sparano per costringerci a svelare le nostre armi. Traccianti partono dal cimitero e dal crinale che s’incunea nella valle fin sotto di noi. Verry bianchi illuminano di una luce vivida, fredda, per attimi, il terreno sconvolto. Scianti di mortaiate e crepitio di fucileria. Domattina ci aspetta una puntata di cari inglesi su Orsogna. Il terreno ne è disseminato. Puntate forse non troppo fortunate. Pare che in Francia siano sbarcati.

MERCOLEDI’ 7

Ancora colpi e fumate altissime sul cimitero. A notte, mentre ero di guardia schianti vicinissimi, dietro e davanti a noi. Raffiche e colpi di fucile sulla mia postazione contro il muro e su sacchetti.

GIOVEDI’ 8

Domani andremo avanti, i tedeschi ripiegano. La 32° è ancora di rincalzo e fin da questa sera ci sorpassano le punte d’avanguardia con i cercatori di mine, le compagnie motociclisti, i mortai, puntano su Chieti. Sono arrivato al carro scassato, primo della serie che punteggia la strada fino ad Orsogna. Due fori nella corazza a prua l’hanno bloccato; dentro, in un groviglio di lamiera, di ferri contorti, alcuni elmetti sforacchiati e resti di ossa carbonizzate spiattellate sulle pareti.

VENERDI’ 9

Avanti! Sosta ad Orsogna, letteralmente distrutta, fino al tardo pomeriggio. Tutto è minato, case campi, sentieri. Formidabili le postazioni tedesche a fior di terra tra mine e reticolati. C’è un continuo via vai di reparti di paracadutisti, autocarri, autoambulanze, e di borghesi che frugano nelle macerie delle loro povere case; di tanto in tanto qualcuno salta in aria. Uno attraversando un campo minato per raggiungere casa Giuliani e “Barba”, i migliori uomini della mia squadra, per levarlo fuori, rischiano ad ogni centimetro di saltare a loro volta. I più sbronzi e i più generosi. Si ferma un autocarro con tre prigionieri: “Hitler caput” dicono ed i nostri offrono loro sigarette. decisamente non sapremo mai essere cattivi. Altissime fumate lontano. Saltano i depositi di munizioni. A sinistra la Maiella chiazzata di neve, a destra il mare azzurro, lontano il Gran Sasso. Avanti! Nessuna traccia di fuga precipitosa, hanno ripiegato in buon ordine. Raggiungiamo un altro paese più o meno nelle stesse condizioni di Orsogna, Filetto. Sosta. Dalla facciata di una chiesetta diroccata, sorride una Madonna di ceramica, scheggiata. Un elmetto tedesco forato e due rami verdi, in croce. Nel cielo, un saettante volo di rondini. Ci fermiamo a dormire in un campo. Per tutta la notte vampe sanguigne illuminano l’orizzonte, salgono nel cielo enormi fumate e attutiti dalla lontananza giungono sordi boati.

SABATO 10

Caldo soffocante.

LUNEDI’ 12

Dopo un giorno di pioggia ritorna il sole, benché ancora la Maiella sia avvolta da cupe, basse nuvolaglie che la celano ai nostri sguardi. Il telo della mia tenda è arroventato, solo di tanto in tanto brevi soffi mi portano la frescura lontana del mare, di un azzurro più vivo del cielo.

MARTEDI’ 13

Partenza. Rifacciamo la strada percorsa a piedi pochi giorni fa. Orsogna. Con ampio giro, passando sotto Lanciano, raggiungiamo Castelfrentano. Fuori Orsogna il terreno e disseminato di carri d’assalto inglesi immobilizzati e dalle tracce di furiosi combattimenti. Ancora ripassiamo per Lanciano; quindi il bivio per l’adriatica. Fino a Pescara corriamo incolonnati e frammisti ad una fila interminabili di mezzi inglesi, a pochi metri dal mare. Finalmente un pò d’aria salsa! San Vito, Ortona. Percorriamo la zona dove, terribili infuriarono nell’inverno i combattimenti. Lo attestano le croci, le case rase al suolo, gli ordini di trincee e di postazioni, le carcasse di carri con la croce o la coccarda, il terreno sconvolto. Ortona Francavilla sono a terra. La Pinta, Pescara. Anche questa non è stata risparmiata. Gli italiani che incontriamo carichi di roba, con carretti inverosimilmente pieni zeppi della roba salvata, si sbracciano e gridano al nostro passaggio. Ugualmente succede alla nostra colonna alla vista di una ragazza carina. Dappertutto inglesi ed indiani. Lavorano a riattivare la strada ma decisamente pare non si affatichino. Ad ogni colpo di piccone o di badile, sosta per riprendere fiato! Corriamo sulla triburtina, puntando su Chieti, lungo il fiume Pescara giallastro e vorticoso. Sulla strada profughi e profughi fanno ritorno alle loro povere case. Sotto Chieti, presa con un po’ di sparatoria e alcuni prigionieri, lasciamo la nazionale e attraversiamo il Pescara naturalmente su di un ponte di fortuna, per strade di campagna raggiungiamo Cepagatti. La campagna è bellissima, grano e grano a perdita d’occhio. Naturalmente non ci fermiamo in paese, ma fuori nei campi sotto il solito oliveto, mi faccio un giaciglio da re con un enorme mucchio di paglia.

MERCOLEDI’ 14

Riposo assoluto.

GIOVEDI’ 15

A San Valentino d’Abruzzo sono stati segnalati una cinquantina di tedeschi; tocca al mio plotone sistemare le cose. In 25 su due autocarri e un cingolato, con una corsa pazza sulla nazionale, puntiamo su San Valentino. Per istrada incontriamo i bersaglieri. Un abbraccio a Massa. A San Valentino accoglienze trionfali. I tedeschi hanno lasciato il paese da qualche giorno. Tutti ci sentiamo un poco eroi. Tutti si compiacciono di girare con aria marziale e guerriera. Proseguiamo per Caramanico. Fiori dalle finestre, abbracci, strette di mano, evviva; le autorità del paese si congratulano con noi, bandiera in mano. Ci sentiamo vieppiù guerrieri! Rientriamo a sera con 4 uomini in meno. Si erano sbronzati e saranno rimasti tra le braccia delle belle liberate.

L’AQUILA SABATO 17

L’Aquila. La città è intatta. Accoglienze formidabili. Aspettavano, è vero, gli alleati con le loro relative sigarette e cioccolate, ma dal momento che c’erano……… Stelle rosse, falci e martelli, pugni chiusi, patrioti armati terribilmente, slavi e inglesi già prigionieri, bandiere alleate. Un trionfo! Meravigliose ragazze! I paracadutisti ululano. La 32° và a presidiare la Zecca, un ammasso di macerie. Riposo di dieci giorni per il btg. Sull’adriatica, intanto, il CIL e la Nembo avanzano e disseminano le ridenti collinette marchigiane di croci.

MARTEDI’ 27

Il Comandante Romanate mi vuole parlare. Da ieri circola una strana meravigliosa voce. Mi chiede solo: “ C’è da fare un lancio di guerra. Conti di ritornare all’Accademia? “ Rispondo che desidero continuare ad appartenere alla sua 32°. Tra qualche giorno partiremo per Brindisi per un breve periodo d’istruzione in una scuola di paracadutisti inglesi. Sono felice. L’avventura mi tenta terribilmente. Le incognite non contano. Il comandante ha radunato la compagnia. Poche parole, una ondata di entusiasmo, e gli inni del paracadutisti italiano, che sanno d’azzurro e di vittoria, irrompono forti, sicuri.

SABATO 1 LUGLIO

All’alba partenza dall’Aquila. Canti, rumori di motori, grida scoppi di bombe a mano, qualche raffica al cielo. Ad Ortona sosta in attesa del treno. Un bagno delizioso nel porticciolo tranquillo. Nel tardo pomeriggio iniziamo il viaggio ad una andatura esasperante, con un caldo impossibile, pigiati uno sull’altro. Corriamo lungo il mare e a sera raggiungiamo il Gargano.

SAN VITO DEI NORMANI (BRINDISI) CAMPO SCUOLA PARACADUTISTI GUASTATORI

DOMENICA 2 LUGLIO 1944

In una piana liscia, piatta bruciata, ci aspetta l’accampamento lindo, curato, allineato con meticolosità propria degli inglesi. Tendine biposto e tendoni convegno. A poche centinaia di metri il mare. Ci aspetta un periodo delizioso. Razioni inglesi ed italiane. 5 pasti al giorno: caffé latte, the con panini imburrati, prima colazione dall’antipasto alla frutta sciroppata, the frutta, idem la cena. Ogni più piccolo spostamento la macchina. Libertà assoluta.

LUNEDI’ 3 LUGLIO 1944

Rapporto del comandante Ronata, discorsetto, con inno, del magg. Massimino, visita medica. Domani istruzione. Dopodomani i lanci. Nulla si sa sull’impiego ed è naturale. Un caldo impossibile; sotto le biposto non si resiste al pomeriggio. Deliziose serate, a chiacchierare e a ridere, a mensa. La luna stà rimpicciolendo. Con la luna piena salteremo.

MARTEDI’ 4 LUGLIO 1944

Palestra ed istruttori inglesi. Mattina ore 07.00 – 12.30. Pomeriggio ore 14.00 – 19.30. Uscite, arrivi comportamento in volo a terra con il vento, istruzioni sul paracadute, consigli, ordine di lancio, prova dell’imbracatura, modo di piegarlo. Nel lancio di domani mattina uscirò quarto dei sei componenti la squadra. Strizza? Non so. E’ Strano, ma anche pensando al lancio di guerra con tutte le incognite, mi sento stranamente tranquillo, sereno: incoscienza o stupidità? Anzi in certi momenti arrivo a pensare con orgoglio a ciò che potrà capitarmi di fare. E un ano fa ero al mare, strizzando un pochino al pensiero degli esami alla R.N.A. . Erano quelle, preoccupazioni da lasciarmi insonne. Ma allora, in domani più o meno sicuro per ora, come potrò assuefarmi alla vita di ogni giorno e a prendere sul serio cosette che fino a ieri ritenevo della massima considerazione? Mi rendo sempre più conto di quanto sia stramba la vita. Eppure c’è gusto a sfidarla qualche vola, anche se ci si può rimettere. Ad ogni modo sono sempre dell’idea che valga di più essere per un sol giorno leone, che condurre, da pecorella, anni di vita vegetativa. Ancora incoscienza o pazzia? Forse per le persone benpensanti, si. Per alcuni altri nò. Credo però che i migliori siano quest’ultimi. Molti ora tentennano davanti al lancio di guerra (una situazione simile a quella di Avellino). Non sono più così cattivo, e non so più se condannarli o compatirli. Credo solo che a casa mia preferirebbero un caduto ad un vile! Ancora fanatismo il mio?

MERCOLEDI’ 5 LUGLIO 1944

Sveglia alle 4. In autocarro all’aeroporto di Brindisi. Passiamo accanto alla R.A.N. ancora silenziosa. L’aeroporto brulica di apparecchi di ogni tipo, di ogni dimensione. Infilo il paracadute; il “Douglas” ha già i motori avviati. Un vuoto penoso alla bocca dello stomaco. Troppa saliva. Bisogna deglutire, ma con aria indifferente. Salgo, il vento dei motori m’incolla gli abiti al corpo. Ci muoviamo, lo stomaco tranquillo, c’innalziamo. Ho innanzi a me la porta. Tutto rimpicciolisce. Casette, barchette, ometti. Qualche breve minuto di volo. Non si riesce a pensare. Una virata stretta sul mare turchino e siamo sul campo di lancio, non molto distante dall’accampamento. Né vuoti d’aria, né rumore assordante di motori. Si lancia un tenente inglese; rigido, eretto s’inquadra un attimo nella porta, già fuori. Viriamo e torniamo sul campo. Agganciamo le funi di vincolo. Tocca ai primi sei: “ Action station…….GOOOO!” Salto. Attimi d’incoscienza, un lieve strappo alle spalle, apro gli occhi, un candido ombrellone contro l’azzurro del cielo. Da terra l’istruttore con il megafono strilla consigli. Sotto sopra di me altri ombrelloni con ometti attaccati. La terra si avvicina sempre di più, mi corre incontro. Un attimo di panico, vorrei risalire, un urto brusco, rimbalzo in avanti a pesce sul terreno, a dispetto di ogni buona regola di atterraggio. Mi sgancio e arrotolo funi e seta. Eccomi paracadutista. Di tutto, una visione indistinta di vivi colori. Ancora il Douglas ripassa rombando, seminando nel cielo nere figurette scomposte, infiorando l’azzurro di nuovi candidi ombrelloni. Alle 5 ancora all’aeroporto. Lanci di 12. L’aria non è più quieta come stamane, raffiche improvvise e vuoti d’aria. Stessa quota: 300. Luce rossa, tintinnio di moschettoni, scalpitio di piedi. Luce verde fuori! Salto per secondo, appiccicato a chi mi precede, premuto da chi mi segue. Fuori! Un penoso senso di vuoto, lo schiaffo del vento. Stringo le mascelle. S’aprirà? Una leggera pressione alle spalle, un lieve, riposante dondolio, un gran divino silenzio. La terra color ocra s’avvicina velocemente, sempre di più. Gridano qualcosa. Un urto alle gambe, un ruzzolone sul terreno duro. La calotta è ancora gonfia. Una faticosa, rapida corsa intorno e s’affloscia. La squadra è uscita in 10 secondi un tempo buono sotto i 12. Le squadre dei “giaguari” sono saltate in otto o in sei secondi. Gli inglesi deglutiscono. Il maggiore inglese comandante della scuola, accomiatandosi, si congratula e afferma di aver addestrato paracadutisti di ogni nazionalità, ma di non aver mai visto paracadutisti migliori degli italiani. A sera i tre “ sabbioni” ( Confa, io ed un ragazzo/pugliese) offrono alla compagnia tre botti di vino.

“Elogio sull’ordine del giorno 5 luglio 1944” “Ardito di reparto paracadutista, teneva fede all’impegno assunto, effettuando tra i primi, lanci dall’aereo. Spiccato esempio di alti sentimenti del dovere e di coscienza al detto : paracadutista per essere ardito e ardito per essere paracadutista.”

SABATO 8 LUGLIO 1944

Iniziamo un corso di guastatori. 4 giorni, 10 ore d’istruzione al giorno. Esplosivi, lotta corpo a corpo, scherma con il pugnale, tiro ravvicinato ed istantaneo, strisciamento, istruzione sulle armi, sugli esplosivi, sulle mine tedesche, lanci di bombe a mano, scuola d’imboscata. E come se non bastassero i botti, l’esplosioni, il crepitio continuo dei mitra per tutto il giorno, a notte, questi cari ragazzi continuano a rafficare, a lanciarsi scambievolmente bombe a mano tra le tende, a preparare mille simpatici giochetti per il compagno che soffre di cuore, con l’esplosivo plastico, con le matite detonanti, con tutto ciò che hanno sottratto durante le lezioni, per soddisfare il loro animo sentimentale, romantico dinamitardo. E sbronze a non finire. Il mio plotone in questo eccelle.

VENERDI’ 27 LUGLIO 1944

Quarto di luna nuova. Il campo è in movimento.

LUNEDI’ 30 LUGLIO 1944

Ultime istruzioni. Verremo lanciati nel Frignano (Modena) per organizzare il movimento partigiano per l’ultima offensiva prima dell’inverno. Su tutto il fronte si attaccherà, si effettueranno sbarchi. La Gotica deve crollare. Saremo scavalcati dalle truppe alleate in un periodo tra i 7 e i 20 giorni. Armamento individuale: mitra, pugnale, pistola, bombe a mano, esplosivo, quattro giornate di viveri, un pacco vestiario di non oltre 15 Kg. Lo riempio di marmellata. In montagna sarà difficile trovarla. Via vai per l’accampamento di autocarri, di paracadutisti indaffarati; si puliscono meticolosamente le armi, ogni colpo di mitra è lubrificato. Ci attende una meravigliosa avventura, forse non ci sono molte probabilità di uscirne, ma non importa. E’ un attimo che vale la pena di essere vissuto, ci sia in ballo pure la vita. A nanna presto.

1 AGOSTO 1944

Rombo dei motori. Allineati, i Douglas, gli aereorifornitori appiccicati alla pancia attendono. Sotto un oliveto, da un’ora siamo ad attendere pure noi. Rapporto, per ufficiali e sottufficiali, del Com: Prima di sera saremo ad un aeroporto nei pressi di Roma, a notte tarda partiremo per il viaggio più bello. Dice una nostra canzone: “Giungiamo da lontano per strade arcane e belle volando nella notte, tra nuvole e stelle, nell’alba che colora di luci lievi e tristi scendiamo giù dal cielo, noi paracadutisti.”

Poi il contrordine, i tedeschi sono a terra ad aspettarci; i seimila partigiani destinati a proteggere l’arrivo nostro, alle prime raffiche del battaglione tedesco incaricato di rastrellare la zona, si sono volatilizzati. I nostri radiotelegrafisti già lanciati con l’ufficiale S.Ten. Facione, prima di far saltare la radio, materiale e i pezzi, hanno avvertito dell’impossibilità di effettuare il lancio.

TARANTO 27 AGOSTO

Panzone pieno, noia, sabbia, abbiamo trasferito il campo in riva al mare. Alcuni giorni di benessere fisico e morale. C’è ancora una speranziella per il lancio o per uno sbarco, ed ogni sera il nostro sguardo và su alla luna. Ci spostiamo accanto a Taranto, sul mar Piccolo. La luna è buona, ma il lancio non si fa più, a giorni ripartiremo per il fronte. Destinazione ignota.

29 MARTEDI’

A sera lasciamo finalmente questa terra impossibile. Barletta, Foggia, Benevento, Caserta.

31 GIOVEDI’

All’alba arriviamo a Mignano. Quanta pace oggi: Monte Lungo la nostra casa, la linea, il ponte, il Peccia, il bianco delle croci tra il verde. Addio Nini, addio Ciro, Cesare, compagni tutti. Un giorno ritornerò da voi e nel silenzio di questa valle riparleremo di giorni tanto lontani. Ma voi Delfini non lasciatemi, continuate il Camino al mio fianco, datemi la vostra forza, siate accanto a me se dovrò cadere. Addio. La cassetta rossa, colle S. Giacomo, Cassino. Tra la nebbia bianchi mozziconi di costruzioni, carri, croci, tronchi sbrecciati, acque stagnanti, crateri enormi. In alto su di un cocuzzolo grigio, liscio, i resti del monastero. La divisione paracadutista tedesca si è battuta meravigliosamente bene. Per mesi e mesi ha resistito al martellamento incensante di centinaia di grossi calibri, di migliaia di aerei, respingendo divisioni di carri e di fanti. Una divisione terrificante. Corriamo e la zona si fa sempre più bella la guerra qui non ha dato le sue zannate. Ci avviciniamo a Roma. Ecco il Cupolone. Sostiamo fino a notte alla Triburtina.

PONTASIEVE (FIRENZE) 1 SETTEMBRE

Mi sveglio in Umbria. Corriamo lungo il Tevere: Orvieto, Chiusi, la Toscana. Lungo tutta la linea è un susseguirsi di crateri e macerie, di carcasse di carri e vagoni. Nel tardo pomeriggio siamo ad Arezzo e nulla ancora sappiamo né della destinazione né dell’impiego. Ripartiamo a sera in colonna. Seguiamo L’Arno, costeggiando il Pratomagno. Sono stanchissimo: Montevarchi, Figline, una strada impossibile, macerie. A Pontasieve, ci attendiamo. Rombano lontano le artiglierie. Sosta per riordinarci. Verremo impiegati come pattugliatori, aggregati alla divisione inglese “Pugno di Ferro”, la “spugnetta” come i paracadutisti l’hanno già battezzata. Mi dò al saccheggio metodico degli alberi da frutta. C’è un sacco di mine in giro.

6 MERCOLEDI’

Pioviggina. L’autunno è alle porte, se per la fine del mese non raggiungiamo la Padana, è da prevedere un altro anno di guerra. La Gotica e molto dura. Sono arrivati sulla collina avanti a noi, colpi di grosso calibro tedeschi.

7 GIOVEDI’

Piove, piove, il terreno è un pantano. Questa notte ho navigato in tenda; viravo, è vero un po’ stretto, ma per il resto tutto bene. Ho i nervi a pezzi. Colpa del tempo.

11 LUNEDI’

Per poco oggi non salto sulle mine. Procedevo con la mia squadra lungo un torrentello, in cerca di patate e di verdura, (abbiamo razioni misere), quando, per caso, ci siamo accorti dall’urlaccio di chi era in testa, di procedere su di un campo minato. IL terreno brulicava di “S” e di “Teller”. Buffissime le pose di tutti. Gambe all’aria, gente in bilico su di un piede; facce di limone spremuto. E’ andata bene. Pian pianino ce ne siamo allontanati. Nessuna emozioni in me. Mi sono sorpreso di esaminare con calma queste cosette. Il fronte si è spostato in avanti. Non si sentono più i pezzi. Sulla strada colonne e colonne di automezzi, di carri armati serrano sotto. Nel cielo passano alte, rombando, argentee formazioni di bombardieri.

14 GIOVEDI’

Da alcuni giorni i paracadutisti con mine “T”, sipe, esplosivo pescano giù all’Arno: l’esplosione, una colonna d’acqua ed un mucchio di trote a galla. Voglio provare e m’unisco a “Barba” vecchio minatore, e a due altri paracadutisti. Raccogliamo una Teller, e della miccia, non da guerra però questa, e la proviamo: bruccia in fretta piuttosto, ma potrà andare. Barba dà un’alzata di spalle, coglie un grappolo di uva: “ chi se ne fotte”. Raggiungiamo il gretto del fiume. Barba, con uno dei due altri ragazzi attraversa l’Arno, in un punto guadabile, non sanno nuotare. Loro si occuperanno della mina, io del pesce. Barba stà per lanciare mentre l’altro dà fuoco alla miccia. Niente, la miccia non prende. Riproviamo. Un’urlante esplosione, mi sento scaraventare a terra: una colonna d’acqua di una ventina di metri sta ricadendo. Urlo: Barba! Barba! Nel punto dove stavano i due uno spiazzato arso, pulito, spazzato. Le gambe non mi reggono, mi butto nell’acqua, tra il pesce guizzante,raggiungo la riva opposta continuo a chiamare senza risposta. Qualcosa affiora e scende tranquilla sul filo della corrente; una barbetta rossiccia?, raggiungo la cosa, afferro sott’acqua le ossa di un braccio scarnificato, senza mano, affiora accanto al mio viso, una barbetta rossiccia, un volto dilaniato, informe, un occhio vitreo. Cerco l’altro braccio, la mano, e porto a riva un nudo troncone senza vita. Un gemito. L’altro ragazzo e scaraventato ad una decina di metri tra i cespugli, ha un orribile squarcio alla spalla destra ed un foro alla fronte che mette a nudo il cervello. Fascio alla meglio le ferite. Brandelli di carne in giro e un puzzo orribile di polvere e di carne arsa...

A cura di Ezio Cociancig.