**" UNA STORIA" ( A MIO PADRE )** Nel piccolo cimitero del paese di Gabrje vi sono sepolti alcuni dei miei avi, che non ho mai conosciuto. A fianco della tomba del mio bisnonno, riposa, sotto una semplice lapide di calcare, il suo RAGAZZO ucciso a diciasett'anni. Nei ricordi di me giovincello ha un ruolo predominante la figura di mia nonna. Donna di carattere, che però si divertiva a raccontarmi storie e storielle intrise fin troppo di particolari enigmatici, spesso, alla mia immaginazione, terrificanti. Ragazzino quale ero forse troppo sognatore, adoravo lasciarmi suggestionare da quei racconti a tal punto da non curarmi affatto di fare una distinzione tra il fondo di verità e il '' condimento'' di fantasticherie, che la vecchia aggiungeva … Quanti ricordi, momenti fissati nella mia memoria. Il suo stesso modo di fare aveva qualcosa d'affascinante; gesti antichi impostati da credenze radicate, dove la religione, il culto del passato vissuto e l'inscindibile rapporto con i CARI DEFUNTI, erano tutt'uno. Ho ancora ben presente quando un giorno, mentre era intenta al cucito, le cadde dalle ginocchia la scatola in metallo dei bottoni. Questa, urtando sul pavimento, proiettò tutt'attorno per la stanza il suo contenuto colorato. Io d'istinto mi buttai sulle ginocchia e iniziai a raccogliere bottoni e bottoncini. Di lei sentii solo la voce dal tono stizzito : "Dai fratellino, quando la smetterai …" e poi rivolgendosi a me :"…questo è Marjan, che continua a farmi dispetti. Del fatto che aveva un fratello, e che lo aveva perso, qualcosa sapevo. La curiosità e la certezza di passare il prossimo quarto d'ora con il piacere intrigante del brivido, mi indusse a domandare, e domandai. -"Era d'estate; ero in casa da sola seduta accanto alla finestra in cucina rammendando qualcosa. Il silenzio era assoluto, né il babbo né la mamma c'erano, e poi il caldo affannoso del pomeriggio aveva costretto la gente a cercare il fresco nelle proprie case. Dalla strada proveniva soltanto lo schiamazzo ovattato di alcuni ragazzini ancor animosi. Un colpo fortissimo,secco – da bucare le orecchie ! Della finestra i vetri furon d’istante sfondati e i pezzi – i mille pezzi – spinti innanzi ,dentro da per tutto. Mi sembrò che persino i muri avessero ondeggiato. Immediatamente il mio pensiero andò a Marjan, anche lui era là fuori! Mi precipitai all'esterno correndo su un tappeto di vetri e piatti rotti, allora noi giovani non si avevan le scarpe. Lo vidi subito; era steso in mezzo alla strada con gli abiti laceri, sbrindellati, bruciacchiati. La sua testolina era tutta sporca di sangue denso, che colava e si impiastricciava con la polvere. Non sapevo cosa fare, per un istante ho creduto di impazzire, in fondo io stessa ero poco più che ragazzina ed ero sola perché gli altri se n'eran scappati terrorizzati! Lo afferrai per le braccia e lo trascinai oltre la strada fin dentro l'ingresso della casa. Lì nella penombra del corridoio continuai a chiamarlo gridando il suo nome. Allora era ancora vivo, le sue labbra si movevano… Quando arrivò il babbo e gli altri, capii che non c'era più niente da fare…" La storia colpì profondamente la mia sensibilità, eppur ricordo che amavo che la nonna ce la ripetesse strada facendo quando tutti assieme, dal paesello di Rupa ci si incamminava verso il cimitero di Gabrje a risistemar le tombe dei suoi cari in vista della "festa dei morti" come noi ragazzini chiamavam la ricorrenza del 2 novembre. Gli anni, uno dopo l'altro, eran passati e la nonna nel frattempo si era ricongiunta al fratellino che tanto amava farle dispetti. Per tanto tempo c'era un vuoto dentro di me.Della vecchia casa di Gabrje quasi non me ne ricordavo più, e anche le tombe, che la nonna in vita tanto aveva curato, finirono nell'oblio dell'abbandono Un bel giorno mio padre mi chiese di accompagnarlo alla vecchia piccola casa. "Andiamo a ripulire e a mettere un po' d'ordine" esclamò con tono deciso (buon sangue non mente) ; "dobbiamo provvedere affinché la casa non vada del tutto in rovina". In breve tempo sgomberammo la soffitta e risistemammo alla meglio alcune tegole del tetto. Le tre piccole camere al pianterreno furono presto vuotate della roba accatastata in tanti anni. Spalancammo porte e finestre, affinché aria nuova asciugasse le muffe e le chiazze di umidità. Terminato quel lavoro, imbracciando una roncola mi diressi all'adiacente appezzamento e cominciai l'opera di disboscamento della folta sterpaglia. Non stavo pensando proprio a nulla, tutta la mia attenzione s'era concentrata sul movimento del braccio e della lama che troncava di netto ogni arbusto che capitava a tiro. Avevo deciso che avrei raggiunto il lato opposto del campo attraverso un sistematico abbattimento di tutto ciò che si innalzava lungo la mia strada. Fu d'improvviso, qualcosa bloccò violentemente il mio braccio, che avevo allungato per sferzare il prossimo fendente. Mi girai trafelato, incrociando lo sguardo profondo di mio padre. Non l'avevo udito arrivare, quindi non potevo sapere da quanto tempo mi era alle spalle. Era ritto imponente sopra di me, i pugni serrati come morse chiuse sui miei polsi. Ci fu un attimo di reciproco studio ; ambedue eravam egualmente sbigottiti per la strana sensazione che aveva immediatamente preso il sopravvento. La sua presa finalmente si allentò, mi alzai frastornato e volgendomi lo fissai. "Quello non lo devi toccare", furon le parole che capii, le uniche di quel primo accesso d'ira. Guardai ancora quel folto cespuglio che ero pronto a colpire. Dissi qualcosa di sconnesso ma non ricordo cosa… "Tu non puoi sapere " riprese e c'era della tenerezza. "Questo l'aveva piantato il padre di mia madre, in ricordo del povero Marjan, che proprio qui si uccise con una granata". Ad un tratto ogni cosa mi tornò in mente, ogni minimo dettaglio riprese forma nel ricordo della storia tante volte ripetuta dall'anziana donna. Tutto mi era divenuto improvvisamente chiaro. La storia tragica di una morte, che la vecchina con maestria seppe imprimer nell'anima di noi stupidi inconsapevoli. Il monito che mi sfuggiva, tormentava, intrigava… E poi; un ragazzo che viene fatto a pezzi da una granata. "Ma cos'era successo?!"pensai inorridito.La guerra allora era ormai finita! Domande su domande mi bruciavan dal di dentro. Vincendo l'indole timida mi convinsi finalmente di far ordine. Allora noi eravam proprietari di una trattoria di paese, che ogni domenica pomeriggio s'affollava di vecchietti che venivan a farsi il "quartino" dopo la Santa Messa. E proprio ad essi io mi rivolsi; Del resto chi meglio di questi rozzi meravigliosi contadini potevan illuminarmi con un passato che tutti loro accomunò. Fu così, che una sera la mia vocina attirò l'attenzione di qualcuno nella bolgia, che bivaccava in osteria. Linguaggio disadorno, crudo pel nostro dialetto sanguineo. Racconti frammentari, scariche di passionalità a getto continuo,si fissarono nella mia mente come tasselli di un raggelante mosaico, rivelandomi man mano che li componevo, un'epoca di stenti, di immani sacrifici, di morte, che francamente nessuno avendola vissuta ne avrebbe mai parlato volentieri. Di tempi oscuri, quando lo spettro del fascismo incominciava pericolosamente a concretizzarsi nella sua assurda e controversa autorità. Di tempi in cui,per citare le parole di un allora vivente ex ufficiale dell'Imperial Regio Esercito Asburgico, ferito in combattimento tra le pietraie di San Martino:"alla fine fui costretto a vendere anche le mie medaglie. Ridotto ad un pezzente…costretto alla manovalanza; dei ragazzi appena ventenni mi urlavan - MALTA SIGNOR UFFICIALE, MALTA!- " (Altieri, di Capriva - testimonianza registrata su cassetta-) "Se penso che solo due anni prima,giovani come loro, nel delirio del corpo a corpo, si ergevan a scudo per salvarmi dal rabbioso nemico..." Dei tempi in cui si doveva rinnegare il proprio passato, chinare il capo e tacere. Con nel cuore e negli occhi la desolazione assoluta, disarmante, nell'animo la tentazione di rinuncia. Chi dal fronte chi dai LAGER per profughi era alla fine tornato per ricongiungersi al cospetto dell'immane rovina di un paese, di una casa, semplicemente cancellati, spazzati via. Allora il fatalismo intrinseco del contadino sapeva alleviare e la misericordia divina aiutava quanto la forza delle nude mani. In qualche modo bisognava pur ricominciare, importante era farlo presto, perché si era fatti così! Benché miserabili ancora con una dignità. Certo, qualcuno seppe destreggiarsi, ma i più si ritrovaron nella precarietà. Per questi, la speranza di un riscatto morale consisteva in una scelta difficile, ma che già tanti altri ritornati prima, avevan accettato. Un lavoro che accomunava uomini, donne e bambini. Un'opera che doveva precedere la ricostruzione della casa demolita, l'aratura del campo come il ripristino di una strada,di un sentiero,di un muretto a secco. Un gesto proteso a restituire anche soltanto in minima parte, l'originaria purezza a questa terra sconvolta da tre anni di inaudita umana ferocia. Se era vero, e Sacrosanto il Dio lo era; che la "STARA VOJNA" (vecchia guerra, così la chiamavan coloro che di guerra ne patiron pure quella del '940-'945) aveva lasciato ovunque, dove i combattimenti si eran protratti, montagne di residuati ferrosi. Intuitivo era che tutte quelle tonnellate di ferraglia bisognava in qualche maniera prima o poi rimuovere. E se il “REGIME” pagava profumatamente ogni tipo di metallo ma non era in grado di offrire alcun lavoro per noi "annessi, inaffidabili ", o piuttosto lo riservava ad altri disperati provenienti dalle terre devastate del Veneto, inconsapevoli avanguardie, per la giusta italianizzazione delle terre "IRREDENTI " non v'era alternativa che cercare un recipiente qualsiasi, come un bidone di latta, o farsene uno improvvisato,( bastava un elmetto arrugginito capovolto) uscire dalle baracche e cominciare a raccogliere. "ANDAR PER FERRI ", questo era il termine che definiva tale operazione. Per colui che a ferri andava, (sinonimo di pezzente) fu coniato l'appellativo di "RECUPERANTE". L'opera di bonifica lungo i campi di battaglia dell'ISONZOFRONT. Venne intrapreso già dalle unità austroungariche subentrate ai reparti operativi impegnati nell'avanzata, dopo lo sfondamento del 24 ott.' 917. Unità specializzate, spesso servendosi di prigionieri russi o balcanici, prelevavano dagli innumerevoli enormi depositi abbandonati dagli italiani in fuga, materiale bellico di ogni genere. Particolare attenzione veniva data alle munizioni d'artiglieria, che venivan smontate e successivamente inviate nelle varie fabbriche dell'interno, per essere riutilizzate nella produzione. Una parte consistente venne reimpiegata ad armare le artiglierie "PREDA BELLICA " schierate lungo i fronti meno caldi. Alla fine delle ostilità le stesse autorità italiane continuarono tale opera servendosi delle truppe dislocate in loco, come "FORZA DI PRESIDIO DELLE TERRE ANNESSE", vietando formalmente alla popolazione civile di addentrarsi nelle cosiddette zone di pericolo. Ma c'era poi una reale distinzione tra un'area dichiarata pericolosa, ed una qualsiasi altra parte del territorio, in qui un civile poteva insediarsi e ricominciare un'esistenza? Ogni palmo di terra, ogni ettaro di roccia che fosse, fu conteso oltre ogni immaginazione. Tonnellate di schegge, come lo seminaron, centinaia di colpi di ogni calibro lo penetraron, conficcandosi anche a svariati metri di profondità senza esplodere. Barriere di reticolato in più ordini l'attraversavan intersecandosi in un groviglio invalicabile di "CAVALLI DI FRISIA", reti, gabbioni e ogni genere d'arnese purchè appuntito. In questo intrico restaron fulminati uomini a decine, centinaia. I più, destinati ad imputridire nell'oblio, alla mercè di "NECROFORI" che dopo il "FUOCO A QUADRANTE" s'avventuravan nel deserto di nessuno. Commilitoni sciacalli , che per un orologio d'argento, sfidavan la sorte con più determinazione che sotto al reticolato nemico ….. E quando tutto finì in queste distese, tra mozziconi di muretti a secco, crateri di granate, trincee franate disseminate d'immondizia, di fagotti anneriti semisepolti, spezzoni di carne macellata, nell'olezzo ripugnante, osceno, comparvero silenziosi i recuperanti. Giù nei paesi di pianura, torbidi personaggi venuti dalle città, aspettavan impazienti davanti ai loro "CENTRI DI RACCOLTA", l'arrivo di questi gruppi di miserabili carichi di leghe preziose. Rame, ottone, bronzo e piombo. C'era solo da specularci spudoratamente. {{:igorozbot:la_separazione....jpg|:igorozbot:la_separazione....jpg}} Aggirare l'apparato militare che gestiva gli organi per la raccolta e i canali per lo stoccaggio di residuato bellico, destinato alle fonderie dell'interno, era facile. Faccendieri mandati dalle industrie pesanti, giocavan al ribasso e poco importava la provenienza della materia grezza, se il prezzo era più conveniente. Profittatori, opportunisti, strozzini, spremevan questa gente fino a ridurla a loro "PROPRIETA' ". Poche LIRE, preziosissime, SUBITO, in cambio di quantità sproporzionate di materiale ferroso; per il disgraziato di turno spesso ancora tutto da recuperare. Era come se tutto un microcosmo sotterraneo vertesse sul recupero. L' "ELDORADO" dei tagliati fuori, degli ultimi… -"Quando sentivam il rombo della corriera era per noi, allora bambini, un momento di festa. Ci precipitavam in piazza ansiosi di scorgere il muso sporgente emergere dal dosso, in una nuvola di fumo nerastro. L'enorme veicolo era per noi l'auspicio di un probabile guadagno. Quelli che vi scendevan eran signori foresti con i soldi. Gonfaloni, bandiere, gagliardetti; qualcuno c'era sempre che puntualmente ci si avvicinava per domandare. Noi si governava capre e vacche, fuori, per le doline. Le bestie amavan inoltrarsi nella boscaglia a succhiar quelle ossa che affioravan dal terreno. Proprio grazie a loro imparammo come intascare qualche centesimo. C'era una dolina piena di CRPINJE (teschi in dialetto sloveno) e io da ragazzina dietro compenso accompagnavo questi "TALIANI" sul posto. A loro interessava questo, e a me stava bene così."- Questo mi raccontò VANKA vecchia alcolizzata sposata al mio paese, originaria di VRH, attuale abitato di COTICI. Di racconti simili ne udii tanti altri. -"Esisteva la ricompensa per chi individuava e consegnava le spoglie di un caduto. Bastava qualche costola, il femore o la tibia, e via allo spaccio ad ingozzarci di caramelle. Ma quando si accorsero che di UNO, noi ne facevamo TRE, consegnando prima il bacino, poi il teschio con qualche ossicino vicino e infine quel che restava, ci dissero che la ricompensa valeva solamente per il cranio. Che fregatura!! Avevam sempre le tasche piene di quelle palline di piombo che c'eran dappertutto. Io il cinema l'ho scoperto così, pagando il biglietto con gli "SCHRAPPNEL".- Frotte di bambini scalcinati a scorazzar come furetti in lungo e in largo, inconsapevoli del pericolo incombente?! Mi lasciai come prender per mano. Lo sfogo di persone ormai al tramonto, mi diceva di non indugiare, e se di loro avevo bisogno per capire, dovevo fare in fretta, perché dall'oggi al domani potevan non esserci più. Restava ancora una figura, cardine di questa costellazione, protagonista assoluto dell'assurdo teatrino. Colui, che da sempre aveva scelto di restare in ombra, ai margini; il "RECUPERANTE", e lo trovai… -"Se ce la fai a portarle giù prima che cali il buio, sei valido quanto un uomo." Avevo otto anni; passai del filo di ferro attraverso i due occhielli e cominciai a trascinarla. Dopo quasi dieci ore, raggiunsi la piazzetta a Solkan.Non ce la facevo più; pesava 36 Kg ma non l'ho mollata.- Così PEPI ricordava le parole del fratello maggiore, quando gli assegnò il compito di portare a valle, il fondello di una granata da 280 mm, recuperata alle prime luci del giorno. -Era sul SAN GABRIELE, ai tempi quando un operaio, addetto al ripristino della massicciata della ferrovia, guadagnava in un giorno di massacrante lavoro, il corrispettivo di un chilo di ghisa di recupero venduto. Si partiva all'alba. Un contenitore di lamiera sulla schiena, un piccone, una pala, a volte del cibo, acqua e niente più. Spesso per raggiunger lo scavo iniziato giorni prima, con l'unico timore di travarvici qualcun altro intento ad estrarre il cospicuo premio di una fatica non sua. Su certe quote, c'era più ferro che roccia e là c'era un brulichio di gente che scavava, caricava interi carri, e con quei pesi incredibili tornava piano a valle. Tutte le alture che circondan Gorizia, furon passate e ripassate quasi a setaccio. Si stabiliva un punto di partenza, un valloncello, la trincea che l'intersecava a piè del versante, e da lì si iniziava a scavare, avanzando progressivamente verso l'alto. La terra veniva rovesciata alle spalle ed il ferro ne veniva separato, successivamente suddiviso per leghe, infine caricato. Il materiale estratto, in gran parte veniva venduto nei centri di raccolta; certi tipi di strumenti, invece, venivan riutilizzati. Dai paletti del reticolato ("code di porco"), ad esempio, si ricavavan i ferri da cavallo. Dalle piastre in acciaio degli scudi da trincea, si ricavavan ottime lame per vomeri, oppure accette. Lo stesso esplosivo, contenuto in certi proiettili da BOMBARDA opportunamente diluito, s'era rivelato un ottimo fertilizzante per i campi, così che cert'uni disinnescavan e aprivan solo queste gigantesche bombe per estrarne il contenuto e venderlo ai contadini. Le disgrazie capitavan, la colpa era dei colpi rimasti inesplosi. Ben presto le schegge e il ferrame non bastarono più, fu l'ora di misurarsi con questi subdoli ordigni. Toglier loro le corone di forzamento non ci bastò più. Bisognava anche aprirli, smontarli e svuotarli. Masse enormi d'acciaio temperato, che sapevam 'sai apprezzato. Dai veterani della guerra, imparammo a distinguer la tipologia dei vari ma fu l'esperienza maturata sulla nostra pelle, che alla fine ci portò a prender coscienza della pericolosità di certe granate… Eravam tornati dalle rupi del Sabotino, col nostro carico di 105 mm. Ci servivam di sacchi di juta accoppiati da un nodo, a cavallo della spalla. Due sacche per spalla, ciascuna con un ordigno. Quattro pezzi alla volta per uomo…non ricordo quante volte risalii quel ghiaione scarico, e ne discesi schiantato dal tanto peso. In un luogo defilato sulla riva dell'Isonzo, poco lontano dalla strada sterrata dove ci attendeva il carro con il cavallo, cominciammo a scaricare. -" Senti che buon odore di mele mature !"- Esclamò il PINTAR mentre s'accaniva con mazza e scalpello. Ben presto la nuvola fuoriuscita in soffioni, passandoci accanto, investì il cavallo. La bestia s'imbizzarrì issandosi sulle zampe posteriori. Allibito la vidi rovinare nelle rapide che presto la inghiottiron.Il carretto alla fine, lo recuperammo… La carcassa dell'animale,- sapemmo poi - arenatasi sul ghiaione del mulino, finì cucinata dai profughi relegati alle "casermette". Senza saperlo scaricavamo granate a gas… In fondo ebbi sempre fortuna, una sola volta la sentii sfiorarmi il braccio… Incappai nei resti di un caduto italiano. Gli tolsi il carico di proiettili, poi notai dei cilindri in latta che gli giacevan accanto, che mai avevo visto prima, sembravan scatolette. Raccolsi anche quelli. Subito dopo, sentii un insolito lieve colpo provenire dall'interno del sacco, d'istinto lo lasciai. Un istante e ci fu un'esplosione. Per una buona mezz'ora corsi a rompicollo giù per il bosco in preda al panico. Più tardi seppi che quello che incautamente toccai, erano petardi offensivi tipo "THEVENOT", ordigni allora pericolosissimi. Molti non furon egualmente fortunati. Gente che aveva perso le mani o un braccio, oppure le gambe, ce n'era in ogni paese. Mi ricordo d'intere famiglie, padre, madre e figli, letteralmente spazzate via dallo scoppio di un '149 o '210.”- -“RAGAZZO!” – Tuonò d'improvviso scuotendomi dal torpore trasognato del suo raccontare. -“ Imprimiti bene nella mente ciò che ti sto per dire. Questo concetto era per noi il comandamento, ed è grazie ad esso che scampammo più di una volta alla morte. Quelle bestie son strumenti pensati, progettati e costruiti per provocar morte e nient'altro! Quindi se non han adempito - allora - al loro unico compito,vuol dire che hanno fallito e che aspettano qualcosa o qualcuno per finalmente riscattarsi”.- L'omone intero sussultò come fiero, emozionato da tanta passionale sincerità. Me ne andai sovr'eccitato ma con nella testa ancora tantissimi interrogativi rimasti senza risposta. Nei mesi seguenti frequentai PEPI abbastanza spesso, così che dal nostro rapporto nacque una sottile profonda complicità. Nei meriggi d'estate andavo da lui e sotto il pergolato di casa si chiacchierava oziosamente per delle ore. Si parlava del più e del meno ma soprattutto di granate, così un giorno gli chiesi se potevo accompagnarlo "sul terreno". Non mi fu facile convincerlo ma poi finalmente acconsentì a patto però, che io, una volta lì, non mi azzardassi a prender nessuna iniziativa e mi attenessi strettamente alle sue raccomandazioni. Partimmo in una mattina nuvolosa quanto bastava per salvarci dall'arsura del sole estivo. Destinazione monte VODICE (quota aspramente contesa durante la X e XI Batt. dell'Isonzo). {{:igorozbot:al_recupero....jpg|:igorozbot:al_recupero....jpg}} Posteggiammo la macchina all'imbocco di una mulattiera. PEPI montò con maestria "lo strumento", io mi caricai in spalla lo zaino, la mazza ed il piccone, nonché le batterie di riserva, quindi ci avviammo attraverso il bosco. Dopo circa una mezz'ora di faticoso cammino tra resti di trincee, imbocchi di gallerie e ricoveri, avevamo raggiunto la zona prescelta per la ricerca. -“ Qua sicuramente c'è ancora roba sotto.” - Mi spiegò. -“ Che sia a mezzo metro di profondità, questo METALDETECTOR le sentirà tutte….. Son sicuro che ce ne sono dentro ancora a centinaia, conficcate anche nella viva roccia.”- Cominciammo a scandagliare. Lo strumento suonava di continuo; -“ Ah qui c'è solo "PLEH" (denominazione dialettale data ai rottami in lamiera, quindi senza valore-). Poi un fischio forte, lungo. Il vecchio tranciò con le unghie il tizzone, separandolo dalla cicca di tabacco, che ripose delicatamente nel taschino. Ripassò con lo strumento la piccola zona di terreno ricoperto di fogliame ormai marcio, quindi procedette con la punta. Trattavasi di un arnese simile ad uno stiletto, lungo circa un metro, appuntito ad un'estremità e munito di maniglie in legno dall'altra parte. Saggiò con aria assorta l'immediato sottosuolo, come alla ricerca di un passaggio tra ostacoli invisibili, tanto a me quanto a lui, che però li percepiva quasi come quella punta fosse il prolungamento della sensibile mano di un cieco. Poi all'improvviso, l'esile sbarra in acciaio temperato sprofondò per tutta la sua lunghezza nel terreno. L'operazione fu ripetuta in vari punti, distanti appena qualche centimetro l'uno dall'altro, fino a quando l'urto con l'oggetto interrato si rivelò alle nostre orecchie. Tocchi sordi simili al cupo bussare di una porta. Pepi mi guardò, estraendo l'asta. La roteò fino a capovolgerla e ne studiò la punta. La guardò ancora, strofinando con l'alluce la superficie dell'estremità appuntita. “E' GHISA…”. - Esclamò in un sussurro. L'attrezzo sprofondò di nuovo, davanti ai miei occhi stupiti, che s'interrogavan se stessimo veramente sulla dorsale di una montagna o piuttosto sulla riva molle sabbiosa di un qualche acquitrino, tanto mi era incomprensibile come quell'asta potesse penetrare con tale facilità tra pietre e radici d'ogni dimensione. Era l'esperienza di quest'uomo. Un'esperienza acquisita in tutta una giovinezza trascorsa sugli altipiani, lungo i valloni, nelle pianure dell'ISONZO, alla ricerca dei metalli allora preziosi col solo aiuto di un piccone e di questo arcaico CERCAMETALLI. -“ Sentila” - Mi disse, come per maliziosamente rivelarmi le intimità di una donna, mentre la punta batteva contro la superficie dello sconosciuto corpo metallico ancora interrato sotto i nostri piedi. Il vecchio ascoltava sorridente, roteando le pupille verso il cielo. Quei tocchi attutiti dallo spessore del terreno, erano la miglior musica per le sue orecchie. La sensazione che provava era quella di sempre, in simili momenti. La stessa, che si ripeteva con maggiore o minore intensità, da quando rinvenne la prima granata di grosso calibro: gioia. Allora per la consapevolezza dell'ottimo guadagno, ora per la nuova opportunità di rimettere in pratica la maestria. Metterci sopra le mani. Insomma, ancora una volta "alla prova". Ghigno di sfida, sprezzo. L'irrefrenabile irrazionale piacere di rischiare forte. Il piccone rovesciava zolle e pietre. Una frenesia comune che quasi ci stordiva, le mie stesse mani mordevan e strappavan con forza i muschi e le radici fino a quando l'ordigno arrivò alla luce. Lo estraemmo dalla buca facendo leva con un fusto di carpino che ci procurammo in loco. Il piccone fu allora sostituito da una pesante mazza a manico lungo. Questa si sollevò al cielo e io ebbi appena il tempo di darle un occhiata timorosa. Senza esitazioni precipitò, colpendo con forza inaudita la superficie della granata. Un altro colpo seguì al primo e poi altri ancora. Un batter e percuoter continuo, mentre i polsi si gonfiavano per l'energica presa e sugli avambracci le vene sembravan sbalzati grovigli bluastri. Mentre le sue possenti braccia roteavan la mazza, il vecchio mi dette spettacolo di un curioso monologo. Quel ricordo ancora adesso non può non farmi sorridere….. Sembrava avesse a che fare con una femmina maliziosa. Parole dolci, affettuose, poi con l'aumentare dell'affaticamento e dell'eccitamento nervoso appellativi sempre più coloriti, pesanti, fino alla rabbiosa oscenità….. Il borbottio gutturale s'interrompeva soltanto quando le forze venivan a mancare. Per quei pochi secondi d'intervallo i miei nervi si rilassavan appena, per tornare in dolorosa tensione, come ogni tessuto delle mie membra, quando la mazza riprendeva il suo sinistro canto. Il rumore provocato dagli urti finalmente mutò; sulla superficie compariron delle crepe. Un'ultima vigorosa mazzata e l'ogiva si spezzò mostrando il suo micidiale contenuto. Il timore, la paura fin dentro lo stomaco, che provavo fin prima scomparì d'improvviso. Ai nostri piedi giacevan i pezzi di un qualcosa che mi ricordava un enorme recipiente in terra cotta semplicemente sfasciato. Il detonatore fu presto estratto e seppellito in un luogo lontano. I due blocchi di ghisa furono invece accostati e ricoperti di sterpaglia secca. Al secondo tentativo il fuoco si accese e a noi non rimase altro che appartarci, al riparo, per mangiare un boccone e finire in tutta calma il "DOPPIO" di vino misto ad acqua. Ne avremmo avuto ancora per un paio d'ore o forse più. Fino a quando cioè l'esplosivo sarebbe completamente bruciato e la GHISA raffreddata a sufficienza da poter essere maneggiata. Il vecchio Pepi Drescek raccontava, tra un sorso e l'altro, di passate avventure intorno alle granate, alle caverne piene zeppe di munizioni, alle salme insepolte di caduti italiani ed austro-ungarici, ma io l'ascoltavo appena. {{:igorozbot:drescek_al_lavoro.jpg|:igorozbot:drescek_al_lavoro.jpg}} Il mio pensiero tornava ostinatamente indietro; volando sugli anni e sulle generazioni; al cortile di quella casa così lontana. Su un volto sconosciuto, su una vita non mia ma che pur sentivo stranamente vicino…. A MARJAN, un fantasma ricordato soltanto da un folto, anonimo cespuglio….aveva la mia età. Stamani, un bellissimo giorno di maggio, ad undici anni di distanza da quando scrissi ciò, ho deciso di tornare in quei luoghi. Camminare tra persone indaffarate, che mi scrutavan dai loro cortili, indispettiti per non riuscire a concretizzare i miei lineamenti pur famigliari…….a non ricordare. La casa in abbandono, il prato tornato sterpaglia, il bosso infestato da edere e gramigna. Qualche centinaio di metri più in là l'inferriata del cimitero immerso nel bosco ombroso. Silenzio assoluto, solo i miei passi sulla ghiaia del viottolo, esattamente come allora. Un'avveniristica lastra lucida con altri nomi, imponente quanto discutibile, si erge al posto della lapide in calcare macchiata di licheni, che ricordava MARJAN. Dunque, mi dissi: anch'io qui non ho più motivo di tornarci… Così è e dev'essere, perché per i più che non sanno ricordare, il rispetto è cosa superflua; ed i morti sono semplicemente MORTI………. L'ho capito troppo, troppo tardi…..PAPA' MIO. IGOR OZBOT {{:igorozbot:marian_e_due_soldati_au.jpg|:igorozbot:marian_e_due_soldati_au.jpg}} § Di questo autore vedi anche i disegni alla pagina: **[[I DISEGNI DI IGOR OZBOT]]**\\